Un cammino per la libertà e la democrazia non ancora compiuto: la Birmania

TRA DISCRIMINAZIONE DEI ROHINGYA E POTERE MILITARE CHE ANCORA GOVERNA IL PAESE
di Tommaso Rossi 
8541891843_f8eedc6067_mCi sono viaggi e percorsi che sembrano compiuti, con fin troppa semplicità quando invece sembravano impossibili. E poi scopri che compiuti non lo sono affatto, che le vere difficoltà, le più aspre salite, dovevano ancora arrivare quando già pensavi di aver visto il traguardo.
Ci sono percorsi di popoli così come dell’anima che sembrano giungere alla conquista della libertà, dell’ emancipazione da contraddizioni e anni di buio, solo grazie al potere magnifico e salvifico di una piccola donna straordinariamente forte. Aung San Suu Kyi.
Ma a volte non basta, a volte il vero buio è maledettamente più difficile da essere sconfitto. E serve ancora cammino e dura lotta per una reale emancipazione culturale, politica, religiosa e soprattutto umana.

xxxxxChi sono i Rohingya. Hanno camminato per giorni, mesi, attraversando la giungla, nascondendosi tra l’umida terra birmana, attraversando montagne e fiumi, solo per cercare scampo, non libertà, in Bangladesh. Chi è riuscito ad arrivare vivo può solo avere il lusso di sopravvivere in campi profughi al confine tra i due Stati.

Sono affamati, deboli e malati. La minoranza islamica dei Rohingya  è di nuovo in fuga per cercare salvezza. Considerati da sempre bengalesi arrivati senza benvenuto in Birmania e perseguitati dalla dittatura birmana da decenni, dalla dittatura militare che per anni ha governato il paese prima delle elezioni democratiche che finalmente hanno consacrato Presidente il premio nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Sono quasi 600 mila i rifugiati arrivati in Bangladesh, dopo che sono scoppiate le violenze e la vera e propria persecuzione nei confronti di questa minoranza islamica presente nello stato di Rakhine, nel Myanmar settentrionale, con circa un milione di persone. Gruppi di Rohingya vivono anche in Bangladesh, Arabia Saudita e Pakistan. La lingua parlata da questo gruppo etnico è, appunto, il rohingya, una lingua simile al dialetto bengalese Chittagong, parlato in Bangladesh.

I Rohingya non sono riconosciuti tra le 135 minoranze ufficiali della Birmania, paese frazionato come pochi. Una legge del 1982 nega loro la cittadinanza e dunque sono considerati per lo Stato  come apolidi, e per questo motivo il loro accesso ai servizi statali (sanità, educazione, libertà di movimento, lavoro etc) è molto limitato.

Già nel 2012 le tensioni tra i Rohingya e la maggioranza buddista nello stato del Rakhine sono esplose in scontri violenti e hanno causato un primo esodo di massa verso il confine del Bangladesh, dove sono stati creati i primi campi profughi dove gli stessi sono stati collocati.

Nell’ottobre del 2016 c’è stato un ulteriore picco di violenze e scontri nella zona, con l’uccisione di alcuni militari birmani e la violenta repressione della popolazione Rohingya, mentre lo Stato birmano ufficialmente parlava di colpire soltanto alcuni “terroristi”.

A fine agosto 2017 gli ultimi e violentissimi scontri tra la maggioranza buddista e la minoranza musulmana Rohingya hanno causato circa mille morti. L’Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu ha parlato di risposta militare birmana  del tutto “sproporzionata”, rispetto agli attacchi dei militanti Rohingya, arrivando a definire il tutto come un esempio di “pulizia etnica”. Amnesty International si batte per sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale, spesso tenuta all’oscuro di quanto accade, delle gravi violazioni dei diritti umani in atto, tra cui omicidi, arresti arbitrari, violenze sessuali, incedi di abitazioni di civili, saccheggi, etc.

downloadIl silenzio di Aung San Suu Kyi. Dopo un silenzio ovattato, strano, “imposto” forse, un silenzio di una persona a cui tolgono le parole, il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi  risponde alle accuse della comunità internazionale. “Siamo preoccupati di sentire che molti musulmani stanno scappando sul confine col Bangladesh. Vogliamo scoprire perché quest’esodo sta avvenendo”, ha detto, aggiungendo di “non voler attribuire colpe a nessuno ma di condannare ogni violazione dei diritti umani”.

Una risposta del tutto insoddisfacente, che dimostra però quanto al di là della sua figura, e del ruolo che le è stato “ritagliato” all’interno del Myanmar, forse per ricostruire l’immagine del Paese nei confronti della Comunità internazionale, siano ancora i Militari a gestire il potere.

L’11 novembre 2015 “The Lady” vince le elezioni con 291 seggi, le prime elezioni libere dal colpo di stato del 1962 . La leader della lega Nazionale per la Democrazia ha sconfitto in maniera roboante il partito dell’Unione dello Sviluppo e della Solidarietà (Udsp), formazione politica al potere, espressione della giunta militare che ha strappato al popolo birmano prima il nome, cambiandolo in Myanmar, poi l’identità e la libertà.

Con l’insediamento del governo formato da  Htin Kyaw, “The Lady “ diventa Ministro degli Affari esteri, della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia e Ministro dell’Ufficio del Presidente.

Dal 6 aprile 2016  Aung San lascia i dicasteri della Pubblica Istruzione, dell’Energia elettrica e dell’Energia, per diventare Consigliere di Stato, una sorta di Primo ministro.

8435649209_06c7f27334_mNon è il potere che corrompe, ma la paura. Il timore di perdere il potere corrompe chi lo detiene e la paura del castigo del potere corrompe chi ne è soggetto.” Una celebre frase del premio nobel Aung San Suu Kyi, quando negli anni combatteva da imprigionata e imbavagliata la sua battaglia per liberare le menti del popolo birmano. Primo passo verso la conquista della democrazia agognata per anni, una vita dedicata a questo sogno dalla piccola donna, e di un popolo che accanto a quella piccola donna pensava ormai di avercela fatta .

Aung San Suu Kyi, figlia del mitico e amatissimo Aung San che liberò la Birmania dalla dominazione inglese,  raggiunge il potere conquistato democraticamente con 25 anni di ritardo. La “Lady” aveva vinto le elezioni nel 1990, ma la Giunta militare, con un colpo di coda, le annullò e imprigionò la piccola donna. Da quel momento la sua forza politica divenne ancora più forte, varcò i confini del Burma e divenne un’icona di forza, ideali e libertà che fece il giro del mondo, grazie anche all’amore che hanno di lei in Inghilterra, dove visse per anni e sposò l’uomo della sua vita, che la affiancò silenzioso nella lotta finchè un cancro non lo uccise.  “Amay” (“Madre”) Suu, come viene chiamata in Birmania, ha assunto un ruolo istituzionale  ”sopra il presidente” , ciò in quanto la leader democratica non può diventare presidente, in base alla carta (pseudo-) costituzionale fatta approvare dai militari, che impedisce a chi ha un congiunto – coniuge o figli – con cittadinanza straniera di salire alla più alta carica del Paese.  Come detto suo marito era inglese, cose come cittadini inglesi sono i suoi due figli.

La piccola donna straordinariamente forte e determinata, a 70 anni, di cui 15 passati imprigionata agli arresti domiciliari dal regime, è riuscita a compiere il miracolo di portare al voto l’80% dei birmani, sconfiggendo le loro paure contro i militari, sconfiggendo l’ignoranza che nelle campagne portava al non voto o al voto “pilotato”

Sono state queste le prime elezioni veramente democratiche in Birmania, o Myanmar (come si chiama ora il Paese dopo il Golpe militare del 1962), la Aung San Suu Kyi ha stravinto, sbaragliando gli avversari e conquistando una maggioranza assai forte, nonostante quel 25% di seggi garantiti in ogni caso per legge agli esponenti della giunta militare.

«La gente è molto più vigile rispetto a ciò che succede, c’è la rivoluzione della comunicazione, che ha fatto una differenza enorme: tutti vanno sulla Rete e informano tutti gli altri su quello che succede. Quindi è molto più difficile per coloro che vogliono commettere irregolarità farla franca», diceva dopo il successo del 2015  Aung San alla BBC.

«Dobbiamo procedere con cautela»ammonisce poi “The Lady” Suu Kyi; «Stiamo sereni e calmi. Il vincitore deve rimanere umile ed evitare di offendere gli altri. La vera vittoria è del Paese, non di un gruppo o di singoli». Purtroppo ora queste parole suonano un po’ come una beffa, la coda dello scorpione, i militari, che

In Birmania nel 2015 fu festa, gioia pura: 10 mila sostenitori della piccola donna hanno danzato, dopo la diffusione dei risultati, tutta la notte sotto la piogga. Una pioggia catartica, come nel miglior finale di un film drammatico, che lava il dolore di anni di vessazioni, torture, rinunce, paura e fa nascere tutto a nuova vita.

Ma il problema delle minoranze etniche non fu mai affrontato del tutto, ed ora emerge in tutta la sua cruda realtà, insieme al rapporto con la Giunta Militare che mai la democrazia così giovane e debole birmana è riuscito ad estirpare del tutto. Militari che hanno confinato il loro potere agli affari interni e gestendo ancora esercito e scelte in materia di difesa.

L’accordo per il rientro dei profughi. Proprio in questi giorni, Bangladesh e Myanmar hanno firmato un accordo che prevede il ritorno di centinaia di migliaia di persone di etnia rohingya in territorio birmano. Il governo del Myanmar ha detto che è pronto a ricevere i rohingya «il prima possibile», ma molti dubbi permangono sulla possibilità di reali condizioni di sicurezza per il loro ritorno.

Il Viaggio del Papa in Myanmar e Bangladesh.  Papa Francesco- amato non solo dalla piccola comunità cattolica (circa l’1%) ma da tutta il popolo birmano- parte il 26 novembre 2017 per il suo viaggio in Myanmar e poi Bangladesh, tra i poveri più poveri, per portare speranza, riconciliazione e amore. E soprattutto tante speranze per un dialogo interreligioso e interetnico che  in un paese così frazionato è davvero difficoltoso.

I cattolici sono una esigua minoranza tanto in Myanmar quanto in Bangladesh, frutto dell’impegno per garantire libertà religiosa portato avanti per anni dai missionari cattolici, anche italiani, come il sacerdote del Pime Felice Tantardini o il beato Clemente Vismara. L’1,3 per cento in Myanmar, 700 mila individui da confrontare a un 91 per cento di buddhisti su 51 milioni di abitanti totali, e soltanto lo 0,4 in Bangladesh, su 160 milioni di abitanti di cui il 98 per cento islamici.

8864118589_58fe414e16_mMa che paese è il Myanmar oggi? Strano paese la Birmania, ricco di tradizioni secolari e di contrasti, di dominazioni, di lotte per la libertà, ma anche e soprattutto di grandissima religiosità. Forse la vera libertà che il popolo birmano ha trovato orgogliosamente e mantenuto contro ogni forma di dominazione terrena è proprio la libertà dello spirito.

Il Buddhismo è di gran lunga la prima religione del Paese con oltre l’85% dei fedeli, ma ci sono anche minoranze cristiane, induiste, animiste e musulmane.

La Birmania ora non è più Birmania, ma Myanmar. Così han voluto i militari nel 1989, ma il popole e il resto del mondo continua a chiamarla Birmania o Burma.
I Birmani furono oggetto dell’imperialismo inglese, ed annessi all’impero anglo-indiano coloniale nel 1824. Furono loro a costruire le modeste ed insufficienti infrastrutture di cui il paese dispone.

La separazione dall’impero anglo-indiano, avvenuta nel 1937, causò in Birmania la nascita di movimenti indipendentisti e di aspre e sanguinose lotte.

Fu poi l’alleanza stretta da Aung San- il mitico generale buono, padre di Aung San Suu Kyi- con i Giapponesi a dare la svolta, durante la seconda guerra mondiale, per l’affrancamento dall’Inghilterra. Ma ben presto il Giapponesi si dimostrarono ben peggiori di chi li aveva preceduti, e Aung San strinse una nuova alleanza con le truppe inglesi. Nel 1947 fu votato il primo presidente della Birmania libera, ma dopo pochi mesi fu assassinato da un complotto di militari che poi presero il potere adottando un regime assolutamente chiuso verso la modernizzazione e la democrazia.

8541644688_277fff97a2_zLe contraddizioni e le diseguaglianze del Myanmar. La vita nuova di una speranza democratica per un intero Paese, sorta dopo la vittoria della Lega Nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi nel 2015, dona nuova luce ad un paese pieno di contraddizioni e disuguaglianze, dove la città assume i caratteri caotici della modernità orientale, mentre le campagne restano lontane anni luce dal progresso e dalla dignità che questo può come minimo portare.

Fogne a cielo aperto, bambini che giocano nudi per terra nella polvere in mezzo ai cani randagi, mosche che condiscono il piatto di riso che con mani sporche e occhi affamati costituisce di molti l’unico pasto, ricordano quotidianamente alla Leader Aung San e al Mondo intero, quanto ancora sia la strada che la Birmania deve fare per consentire a una larga parte di popolazione di accedere ad un livello di vita quantomeno dignitoso.

Il Paese ha 135 etnie diverse, e, potenzialmente, è uno tra i Paesi più ricchi dell’Asia, disponendo di petrolio, gas naturale, risorse idriche, oro, ma da sempre queste potenzialità sono nelle mani di pochissimi e soprattutto sono oggetto di sfruttamento della vicina potenza cinese.

I racconti della violenta “pulizia etnica” contro la minoranza Rohingya confermano come i cammini, quelli veramente difficili, quelli verso la libertà e la propria salvezza, non si compiono in poco tempo, neanche se la strada viene illuminata da una piccola donna così grande come “The Lady”.

La “mia” Birmania. Quando visitai la Birmania nel novembre 2012, quando ancora tutto ciò era cosi lontano, ma in quei giorni tutto sembrava al contempo così a portata di mano, prima dell’imbarco in aeroporto, sotto un diluvio torrenziale che ci accompagnò per tutta la notte, ci fermammo davanti alla casa di Aung San Suu Kyi.

Fu come chiudere un cerchio, lì da dove era partito il nostro meraviglioso viaggio. Un fitto cancello chiudeva la vista all’interno. Sulla porta di ingresso della cancellata campeggia una bandiera con il colori della Lega Nazionale per la Democrazia, e un poster con l’effige di suo padre. Il mitico generale Aung San, l’uomo che sognava per la sua Birmania un futuro diverso.

Come ogni padre sogna per suo figlio un futuro migliore, libero ed emancipato.

 

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8246818176_cef961f001_mPER APPROFONDIMENTI, RILEGGI IL REPORTAGE TRATTO DA FATTO&DIRITTO DEL NOVEMBRE 2012

“IL LUNGO CAMMINO PER LA LIBERTA’: VIAGGIO IN BIRMANIA” (racconto fotografico di viaggio di Tommaso Rossi).

RILEGGI IL REPORTAGE DI VIAGGIO SCRITTO NEL 2012: 1 PARTE

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