DIRITTO DI REPORTAGE- Il lungo cammino per la libertà: Viaggio in Birmania

1^ PUNTATA- Strano paese la Birmania, ricco di tradizioni secolari e di contrasti, di dominazioni, di lotte per la libertà, ma anche e soprattutto di grandissima religiosità. Forse la vera libertà che il popolo birmano ha trovato orgogliosamente e mantenuto contro ogni forma di dominazione terrena è proprio la libertà dello spirito.

Il Buddhismo è di gran lunga la prima religione del Paese con oltre l’85% dei fedeli, ma ci sono anche minoranze cristiane, induiste, animiste e musulmane.

La Birmania ora non è più Birmania, ma Myanmar. Così han voluto i militari nel 1989, ma il popole e il resto del mondo continua a chiamarla Birmania o Burma.
I Birmani furono oggetto dell’imperialismo inglese, ed annessi all’impero anglo-indiano coloniale nel 1824. Furono loro a costruire le modeste ed insufficienti infrastrutture di cui il paese dispone.

La separazione dall’impero anglo-indiano, avvenuta nel 1937, causò in Birmania la nascita di movimenti indipendentisti e di aspre e sanguinose lotte.

Fu poi l’alleanza stretta da Aung San- il mitico generale buono, padre di Aung San Suu Kyi- con i Giapponesi a dare la svolta, durante la seconda guerra mondiale, per l’affrancamento dall’Inghilterra. Ma ben presto il Giapponesi si dimostrarono ben peggiori di chi li aveva preceduti, e Aung San strinse una nuova alleanza con le truppe inglesi. Nel 1947 fu votato il primo presidente della Birmania libera, ma dopo pochi mesi fu assassinato da un complotto di militari che poi presero il potere adottando un regime assolutamente chiuso verso la modernizzazione e la democrazia.

Solo grazie alla meravigliosa e potentissima battaglia di non violenza e compiuta dagli intellettuali della Lega nazionale per la Democrazia e dall’emblematica figura di Aung San Suu Kyi, donna delicata ma fortissima, la Birmania si sta avviando lentamente verso una maggiore democraticità del Paese e si sta negli ultimi anni aprendo all’occidente.

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Il viaggio inizia da Yangoon, che gli Inglesi avevano snaturato chiamandola Rangoon. Ex capitale, ora non più, ma solo dal punto di vista amministrativo. E’ la città più grande, ricca e moderna della Birmania. In questi giorni si prepara alla prima visita ufficiale da rieletto Presidente degli Stati Uniti di Obama. Ma nelle strade, tra la gente, la percezione di questo evento è molto modesta, scandita solo dal merchandasing bieco di qualche maglietta con la faccia buona di Mr. Barack Obama.

La città dà un senso di attesa, imminente, di una modernità che sta per arrivare. Modernità in salsa cinese, ma sempre assai diversa e lontana da ciò che è stata la Birmania finora. Essa è tradizione, religiosità, dedizione al lavoro duro e al sacrificio, grande dignità e decoro, gentilezza e sempre, sempre, un sorriso per tutti.
Le persone sono meravigliose: ogni bimbo, ogni donna dal viso colorato da una strana pasta che protegge la pelle e la orna, esprimono una compostezza, una grandissima dignità e pudore, timidezza e la gioia di chi ha realmente sofferto. Sembra tutto venuto da un tempo lontanissimo e intriso di sacralità.

Le strade pullulano di vita: traffico caotico, colori, sporcizia, odori, cibo croccante, invitante e solo in certe occasioni igienicamente discutibile. Si mangia assai bene in ogni angolo della città, spendendo assai poco. Riso, noodles (tipo le nostre tagliatelle, senz’uovo ovviamente ma riso o soia), pollo in quantità industriale e sapori forti, piccanti e assai speziati che è impossibile non accompagnare con una buona birra Tiger (thailandese) o, meglio, Myanmar, la birra nazionale.

La grandiosità della Shwedagon Paya, una pagoda buddista completamente dorata con dei diamanti imrpessionanti per valore e dimensioni, dà l’idea di una città che ha conosciuto anche una ricchezza straordinaria. La Birmania è piena di giacimenti minerari e di pietre prezione. Forse per questo l’Occidente comincia così tanto ad interessarsi a lei. E poi è nelle condizioni in cui si trovava la Cina una trentina di anni fa. La libertà è alle porte, e con essa i consumi. Ci sarà uno straordinario boom di modernizzazione, nuovi bisogni, consumi, spese, soldi; e questo i Paesi sviluppati lo sanno benissimo.

Monti in macchina per uscire da Yangoon, e dopo pochi chilometri di strade tutto sommato accettabile, ti rendi conto che la sensazione precedente è in realtà un’utopia cittadina limitata e forse non realizzabile. Di certo non per tutti. Villaggi davvero impressionanti, casa costruite sul nulla di canne di bambù e caucciù, dove l’acqua non arriva e stagnano pozza che sembrano risaie. E si confondono con esse, distanti pochissimi metri dai centri abitati della campagnia. Migliaia di negozietti di alimentari, che non capisci bene se si vendono e comprano tra loro, o forse la realtà non è affatto lontana da un’economia di baratto.
Ma ogni piccola comunità umana ha una sua pagoda dedicata al Buddha, dove l’oro non manca mai, avvolto in genere da lucette lampeggianti come quelli che si incontrano nei banchetti natalizi cinesi nelle nostre città.

Difficile non uscire da un mercato paesano della Birmania con del buon cibo stuzzicante fritto. Difficile anche non uscire con un senso di irrealtà, un peso al cuore ma che non diventa mai compassione, prontamente bilanciato com’è da quella straordinaria fierezza e dignità che ogni volto sporco trasuda.

T.R.


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