Carne e sostenibilità: un binomio presto vincente

contributo a cura di Laura Franceschi sieuwert-otterloo-aur4z-edgau-unsplash

Oggi chi consuma una qualsiasi merce lo fa con molta più attenzione rispetto al passato. L’avvento prima della pandemia e poi della guerra alle porte dell’Europa ha contribuito al cambiamento delle abitudini di consumo; soprattutto di quelle degli italiani che si stanno orientando sempre più verso acquisti consapevoli. È in questo contesto che assume un certo rilievo il concetto di sostenibilità. Ma cosa significa realmente? Per poter etichettare qualcosa come “sostenibile” è necessario che rispetti determinati criteri economici, ambientali e sociali.

Gli ambiti della sostenibilità

Il settore alimentare è stato sicuramente uno tra quelli maggiormente coinvolti dal mutamento dello stile di consumo. È possibile affermare che un cibo per essere percepito come sostenibile agli occhi del consumatore deve soddisfare una serie di requisiti come per esempio una buona accessibilità economica, una quanto più possibile ridotta dispersione delle risorse lungo tutta la filiera produttiva e la sua immissione sul mercato deve aver garantito pieni diritti e dignità a tutti coloro i quali hanno preso parte al processo che lo ha reso disponibile.

Negli ultimi anni si è assistito allo sviluppo di una nuova sensibilità proprio sui temi legati all’eticità del cibo. In parte è possibile riconoscere il merito ai media e alle reti di informazione che hanno contribuito a rendere fruibili a una grande fetta della popolazione nozioni riguardati quello che accade lungo tutta la filiera. Tra gli alimenti presto finiti sotto inchiesta vi è proprio la carne a causa del forte impatto che ha sia dal punto di vista etico per via dello sfruttamento degli animali ma anche perché la sua produzione contribuisce in maniera significativa al depauperamento delle risorse ambientali.

Come ha fatto la carne a diventare meno etica?

Se si vuole fare una riflessione critica sull’industria della carne è necessario prima di tutto tenere presente che negli ultimi decenni è radicalmente cambiato il rapporto che abbiamo con la carne. Se un tempo, soprattutto in Italia, quest’ultima rappresentava il pasto della festa o al più quello della domenica oggi si tende a mangiare carne almeno una volta al giorno. La stessa rivista scientifica Science attesta che vi è stato un aumento esponenziale del consumo di carne pro capite: si è passati da un consumo di 23 kg/anno registrati negli anni 60 ai 43 kg/anno del 2014.

Questo ha reso sempre meno etico e meno sostenibile il settore che, da solo, è responsabile del 15% del totale di tutte le emissioni di gas a effetto serra di origine antropica. A questo si sommano altre esternalità negative come la perdita di biodiversità generata dalla conversione di foreste in terreni di coltura per il mangime degli animali da macello, l’erosione dei terreni, il depauperamento delle risorse idriche e, talvolta per l’incuria antropica, anche il loro inquinamento.

Quali alternative possono sostituire la carne?

Per chi volesse ridurre la propria impronta alimentare spesso viene proposta come soluzione quella di diminuire il consumo settimanale di carne o, per i più audaci, la completa eliminazione della stessa. Solo da qualche anno è stata proposta una terza via: quella la carne colturale più nota con il termine, non proprio corretto, di “carne sintetica”.

Si tratta di un tipo di carne che si ottiene a partire dalla replicazione di alcune cellule animali direttamente in laboratorio che quindi non va a sostituire la carne tradizionale ma va solo a rivoluzionarne il processo di produzione. I motivi per cui si può ritenere la carne colturale la carne più sostenibile di cui possiamo attualmente disporre arrivano direttamente dalla letteratura scientifica. Lo scorso gennaio è apparso su “The International Journal of Life Cycle Assessment” un articolo in grado di stimare che, nel 2030, la carne coltivata potrebbe avere un’impronta ambientale inferiore fino al 90% rispetto alle carni convenzionali, le quali non riescono a reggere il confronto neanche tenendo conto degli ambiziosi obiettivi per rendere l’allevamento più sostenibile.

L’Italia che crede nella carne colturale

Tra i nomi delle aziende che lavorano alla realizzazione di questo progetto c’è anche la start-up italiana Bruno Cell che, dal 2019, che ha come focus principale la ricerca e lo sviluppo di conoscenze utili per l’implementazione della carne colturale. Infatti, questa organizzazione non produce direttamente la carne ma muove i suoi saldi passi nella ricerca finalizzata all’individuazione di linee cellulari che siano ottimizzate per la fermentazione di cellule animali.

Certo è che per essere un po’ più sostenibili si può passare anche attraverso la cura di quello che si mangia ma ognuno deve muovere i propri passi secondo le proprie possibilità. Questo sta a significare che si possa fare delle scelte consapevoli per la salute della Terra escludendo la possibilità di modificare le proprie abitudini alimentari. Quello che speriamo è che l’ottimizzazione del processo industriale che insegue il gruppo di ricerca italiano, oltre che il necessario adeguamento legislativo, potrebbe fare della carne colturale il pasto del futuro per coloro i quali saranno pronti a accettarlo. Così, sarà un onore poter dire che anche l’Italia ha fatto la sua parte permettendo a tutti di essere parte attiva nella tutela del pianeta.

Fonti consultate:

https://link.springer.com/article/10.1007/s11367-022-02128-8

https://www.science.org/doi/10.1126/science.aam5324

https://doi.org/10.1038/d43978-023-00056-1

https://www.today.it/economia/intervista-bruno-cell-carne-coltivata.html

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/carne-ambiente-e-salute

 

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