I problemi che causano le alluvioni: il cambiamento climatico e l’inadeguata gestione del reticolo idrografico

di Geologo Andrea Dignani (Responsabile Cambiamento Climatico e Dissesto Idrogeologico del Comitato Scientifico WWF Marche)

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Il cambiamento climatico si sta sempre più delineando come due inediti opposti fenomeni meteorologici, prolungate siccità anche invernali che disseccano il suolo agrario per mesi, e i localizzati temporali autorigeneranti con precipitazioni concentrate che non hanno riscontro nelle serie storiche, fenomeni questi che non si possono prevedere con esattezza nella loro posizione.

I due fenomeni sono interconnessi, il surplus energetico accumulato dal mare da mesi di caldo anche fuori stagione che hanno messo in atmosfera enormi quantità di umidità.

Chiariamo che tutto questo non può essere vissuto come un alibi o giustificazione per la mancata adeguata gestione del reticolo idrografico, in realtà questa tendenza climatica è nota da circa dieci anni mentre l’approccio culturale della gestione dei fiumi è fermo da decenni alla concezione della polizia idraulica.

La polizia idraulica finalizzata solo alla rimozione della vegetazione e dei sedimenti in alveo ha sempre più alterato il sistema fluviale e illuso una certa pianificazione urbanistica sulla possibilità di occupare suolo pianeggiante nelle aree perifluviali. Anche la relativamente recente pratica delle casse di espansione, per risolvere gli errori di pianificazione urbanistica, hanno bisogno, per essere realizzate, di canalizzare e irrigidire l’alveo fluviale a un canale che possa garantire l’innaturale mantenimento costante nel tempo, così spera, dei parametri idraulici per le esigenze progettuali della cassa di espansione, una condizione questa che, nel suolo complesso, esaspera le alterazioni del sistema fluviale.

In questo modo abbiamo creato fiumi, fossi, torrenti, canalizzati con un aumento della velocità della corrente, aumento dell’incisione e franamenti di sponde, nessuna laminazione delle piene, minor ricarica delle falde acquifere. 

Anche le sempre maggiori derivazioni di acqua, con dighe, briglie, canali, hanno reso sempre meno efficiente il sistema fluviale, con una sezione di alveo sempre più ristretta, una vegetazione ripariale spesso assente non più in grado di stabilizzare la sponda dalle erosioni, ponti con campate di vecchia concezione e strade sempre pericolosamente vicine alle sponde.

Gli attuali eventi estremi ci colgono assolutamente impreparati, innanzitutto culturalmente, ancora ancorati alle concezioni puramente deterministiche dei decenni passati quando i nuovi parametri climatici imporrebbero un approccio cautelativo nelle scelte territoriali.

Impreparati nella gestione progettuale del territorio per la mancata capacità di trovare una mediazione tra l’uso del suolo, per esempio agricolo, e la dinamica fluviale. La pratica progettuale delle aree di laminazione intese come riattivazione delle aree di piana inondabile (diverse dalle vasche di laminazione che invece creano zone interdette alla fruizione e all’uso) utilizzabile per attività agricole, naturalistiche o della filiera del legno, possono creare le condizioni per un realizzare un contesto di ritrovata naturalità fluviale.

In generale, abbiamo oramai esperienze degli ultimi 30 anni sulle affermate e dimostraste sempre più efficaci elaborazioni tecniche della riqualificazione fluviale intesa come visione integrata del fiume dal punto di vista idraulico geomorfologico ed ecologico

Per l’immediato futuro dobbiamo creare le basi educative e progettuali per una nuova visione della gestione del territorio e della risorsa idrica per attuare rapidamente le politiche di adattamento climatico per creare una società maggiormente resiliente per il prossimo assetto climatico.

Nella trattazione dei problemi del reticolo idrografico e del cambiamento climatico troppo semplice, per la politica, dare la colpa agli ambientalisti, anziché prendersi le proprie responsabilità di una cattiva pianificazione sull’assetto del territorio, che spetta agli assessorati alla difesa del suolo.

Una buona politica di prevenzione passa, anzitutto, attraverso le buone scelte pianificatorie, oltre che dagli interventi emergenziali.

Troppo facile, oltre che scientificamente insostenibile, dar la colpa alle associazioni ambientaliste, che invece da anni si battono proponendo alle emergenze dei nostri territori (oltre che del Pianeta) un approccio basato anzitutto sulla scienza e sul principio di precauzione.

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