17 Febbraio 92: anniversario dall’arresto di Mario Chiesa

LA STORIA DI ‘MANI PULITE’ , SPARTIACQUE DELLA POLITICA ITALIANA.

di Avv. Marusca Rossetti

imagesLe inchieste, inizialmente condotte, da un pool della Procura della Repubblica di Milano formato dai magistrati Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Tiziana Parenti, Ilda Boccassini e guidato dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e dal suo vice Gerardo D’Ambrosio, si allargarono poi a tutto il territorio nazionale, dando vita ad una grande indignazione dell’opinione pubblica e di fatto rivoluzionarono la scena politica italiana. Partiti storici come la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il PSDI, il PLI sparirono o furono fortemente ridimensionati, tanto da far parlare di un passaggio ad una Seconda Repubblica.

Tangentopoli cominciò il 17 febbraio 1992 allorché il pubblico ministero Antonio Di Pietro chiese ed ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese, infiltrando l’imprenditore monzese Luca Magni, debitamente microfonato. Irruppero nella stanza di Chiesa i militari, che procedettero all’arresto in flagranza. La notizia fece scalpore e finì sulle prime pagine dei quotidiani e dei telegiornali. Bettino Craxi, leader dello stesso PSI, con l’obiettivo di ritornare alla presidenza del Consiglio dopo le elezioni politiche di primavera, negò, intervistato dal Tg3, l’esistenza della corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un mariuolo isolato, una “scheggia impazzita” dell’altrimenti integro Partito Socialista che “in cinquant’anni di amministrazione a Milano, non aveva mai avuto un solo politico inquisito per quei reati“.

Così, sotto interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso rispetto a quanto affermato da Craxi. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di “tassa”, richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al governo come appunto la DC e il PSI. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte. Subito dopo le elezioni del 1992, molti industriali e politici furono arrestati con l’accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, man mano che procedevano le confessioni. Le inchieste proseguirono e si estesero in tutta Italia, offrendo un panorama di corruzione diffusa dal quale nessun settore della politica nazionale o locale appariva immune, innumerevoli furono gli “avvisi di garanzia” ricevuti da imprenditori e politici, tra cui anche Bettino Craxi, che a febbraio dovette dimettersi da segretario del Partito Socialista. Sempre a febbraio il socialista Silvano Larini si costituì e confessò la verità sul “conto protezione“, che aveva come reale destinatario il Partito Socialista nelle persone di Martelli, in qualità di percettore materiale, e Craxi. Claudio Martelli si dimise da Ministro della giustizia e si sospese dal partito, pregiudicandosi ogni possibilità di succedere a Craxi che in quelle ore era dimissionario da segretario nazionale.

Il 5 marzo 1993, il governo varò un decreto legge, il decreto “Conso”, da Giovanni Conso, il Ministro della Giustizia che lo propose, il quale depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti. Il decreto, che recepiva un testo già discusso e approvato dalla Commissione Affari Costituzionali del Senato, conteneva un controverso articolo che dava alla legge un valore retroattivo, e che quindi avrebbe compreso anche gli inquisiti di Mani pulite. Quando i magistrati del pool lanciarono l’allarme che un simile provvedimento avrebbe seriamente rischiato di insabbiare le inchieste su Tangentopoli, l’opinione pubblica e i giornali gridarono allo scandalo e il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per la prima volta nella storia repubblicana rifiutò di firmare un decreto-legge, ritenendolo incostituzionale. Conso, a seguito di questo, diede le dimissioni.

A metà marzo del 1993 fu reso pubblico uno scandalo per 250 milioni di dollari, riguardante l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI). Il flusso di accuse, arresti e confessioni non si arrestò. Nel frattempo, Di Pietro chiese una rogatoria sui conti di Craxi a Hong Kong e a giugno venne arrestato il primo manager Fininvest, Aldo Brancher . Il 20 luglio 1993, l’ex-presidente dell’ENI, Gabriele Cagliari, da oltre 4 mesi in carcere preventivo, si uccise, dopo aver scritto una lettera in cui accusava i PM di Milano di tenerlo segregato con l’intento di farlo confessare e in seguito, sua moglie restituì oltre 6 miliardi di lire di fondi illegali. Tre giorni dopo si uccise con un colpo di pistola anche Raul Gardini, presidente della Montedison. Gardini aveva saputo dal suo avvocato che stava per essere coinvolto nelle indagini di Mani pulite sulla tangente Enimont. Alcuni ipotizzarono che il suicidio di Gardini fosse in realtà un omicidio premeditato negli ambienti politici, e che si inscrivesse in un disegno di copertura della corruzione cui appartenne anche il presunto suicidio di Sergio Castellari.

Nel marzo 1993 una new entry nel pool di mani pulite: il sostituto procuratore Tiziana Parenti che poi, di fatto, divenne il Pm delle tangenti rosse al PCI-PDS con le accuse al parlamentare Marcello Stefanini, tesoriere del Pds, per le “mazzette” versate dal gruppo Ferruzzi a Primo Greganti, il compagno G(che oggi ritroviamo coinvolto nello scandalo Expo 2015…per la serie, appunto, “a volte ritornano”). Nel frattempo iniziò il processo a Sergio Cusani, accusato di reati collegati ad una joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont, nella quale aveva fatto da agente di collegamento tra Raul Gardini e il mondo politico nazionale. Nell’affare Enimont erano coinvolti molti politici di primo piano, e molti di loro furono chiamati a deporre come testimoni. Tra questi, l’ex Presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani. Anche la Lega Nord e il disciolto PCI, che sostenevano pubblicamente i magistrati e le loro inchieste, furono coinvolti nelle chiamate in correità: sulla base di queste, Umberto Bossi e l’ex tesoriere Alessandro Patelli furono condannati per aver ricevuto 200 milioni di finanziamenti illegali, mentre le condanne di Primo Greganti e di alcuni esponenti milanesi toccarono il partito comunista solo marginalmente. Nel frattempo, le indagini si allargarono oltre i confini della politica: il 2 settembre 1993, fu arrestato il giudice milanese Diego Curtò.

Nel corso del 1993 ed a seguito della sua testimonianza al processo Cusani, emersero sempre più prove contro Bettino Craxi: con la fine della legislatura e l’abolizione dell’autorizzazione a procedere, si fece sempre più vicina la prospettiva di un suo arresto. Il 15 aprile 1994, con l’inizio della nuova legislatura in cui non era stato ricandidato, cessò il mandato parlamentare elettivo e, di conseguenza, venne meno l’immunità dall’arresto. Il 12 maggio 1994 gli venne ritirato il passaporto per pericolo di fuga, ma fu troppo tardi perché Craxi, come si seppe solo il 18 maggio, era già in Tunisia, ad Hammamet. Il 21 luglio 1995 Craxi sarà dichiarato ufficialmente latitante.

Il 21 aprile, ottanta uomini della Guardia di Finanza (fu per questo coniato il termine fiamme sporche) e trecento personalità dell’industria furono accusate di corruzione. A giugno si scoprì che nell’inchiesta delle “Fiamme sporche” era coinvolta anche la Fininvest.

Il 13 luglio 1994, il governo emanò un decreto legge (cosiddetto “decreto Biondi” – dall’allora Ministro della Giustizia Alfredo Biondi -) che favoriva gli arresti domiciliari nella fase cautelare per la maggior parte dei crimini di corruzione. Qualche giorno dopo, furono diffuse le prime immagini dei politici accusati di corruzione che uscivano dal carcere per effetto del decreto Biondi. La maggior parte dei magistrati del pool Mani Pulite dichiararono che avrebbero rispettato le leggi dello Stato, incluso il così detto “decreto Biondi”, ma che non potevano lavorare in una situazione di conflitto tra il dovere e la loro coscienza, chiedendo, con un comunicato letto da Di Pietro in diretta televisiva, di essere assegnati ad altri incarichi. L’opinione pubblica insorse indignata. Alleanza Nazionale e la Lega Nord, alleati del Cavaliere, minacciarono di togliere la fiducia all’esecutivo. Il decreto venne frettolosamente ritirato: si parlò in effetti di un “malinteso”, e il Ministro dell’Interno Roberto Maroni sostenne che non aveva nemmeno avuto la possibilità di leggerlo. Il 28 luglio venne arrestato Paolo Berlusconi, fratello del premier, con l’accusa di corruzione.

Di Pietro, intanto, proseguiva le sue indagini nei confronti di Berlusconi: il 3 ottobre venne arrestato Giulio Tradati, altro manager Fininvest, mentre il fratello Paolo fu rinviato a giudizio. Furono scoperte anche nuove prove sui fondi segreti di Craxi, tra cui una super-tangente di 10 miliardi di lire versata da Berlusconi al leader socialista, tramite la società offshore All Iberian. Il 18 novembre i magistrati trovarono, perquisendo l’abitazione del dirigente di Canale 5, Massimo Berruti, la prova che Berlusconi avrebbe ordinato di inquinare le prove sulla corruzione Fininvest. Il 21 novembre, su ordine di Borrelli, i carabinieri notificano per telefono a Berlusconi l’invito a comparire e gli comunicano due dei tre capi d’imputazione a lui attribuiti. Il 26 novembre, Berlusconi sarebbe dovuto essere sottoposto a interrogatorio, ma per impegni di governo veri o presunti, lo stesso venne posticipato prima al 3 dicembre, poi al 13.

Il 6 dicembre, dopo l’ultima requisitoria per il processo Enimont, Di Pietro inaspettatamente lasciò l’incarico di procuratore togliendosi la toga al termine della discussione in aula e infilandosi la cravatta.

Fu la fine di Mani pulite.

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