Storie di Sport: Micheal Schumacher, un campione e la rossa

NEI GIORNI PIU’ LUNGHI DOPO L’INCIDENTE SUGLI SCI, LA STORIA DI UN PILOTA E DEL SOGNO ITALIANO

di Tommaso Rossi

SCHIl 3 gennaio Micheal Schumacher ha compiuto 46 anni.

Un anno esatto fa, sotto le festività di Natale, ciò che mai nessuno avrebbe immaginato: il terribile schianto sugli sci contro una roccia a Merybel, in Francia. E poi la lotta tra la vita e la morte. L’affetto dei tifosi. La famiglia che lo avvolge e lo protegge dalle mille voci che si rincorrono. Poi i lenti miglioramenti, lentissimi. La riabilitazione. Le dimissioni dalla clinica, il ritorno a casa. La speranza. Il silenzio. Le pochissime notizie che circolano e la folla dei tifosi che torna alla vita normale e quasi si dimentica del suo campione che ogni giorno combatte questa volta non per essere il più veloce, il più vincente, ma semplicemente per tornare ad essere un uomo.

Micheal Schumacher, quando correva in Formula 1, era un vincente. Non faceva molto per essere simpatico, ma in questo interminabile periodo l’amore dei suoi tifosi sta dimostrando che aveva creato un legame vero.

Micheal Schumacher, uno dei più grandi di tutti i tempi. Ci si chiede spesso se sia stato più forte lui o Senna o magari Fangio. Campioni in grado forse più di lui di infiammare i cuori, ma Micheal la macchina perfetta vinceva. Vinceva e andava veloce, non sbagliava mai. Una macchina perfetta.

Micheal ha conquistato 7 titoli mondiali: i primi due con la Benetton (1994 e 1995) e successivamente cinque consecutivi con la Ferrari (2000, 2001, 2002, 2003, 2004), superando il record di quattro mondiali consecutivi che apparteneva a Juan Manuel Fangio. Nel 2007 smette di correre, ma l’uomo Schumacher non riesce a stare tranquillo con le mani in mano, la velocità ce l’ha nel sangue. Sempre. Corre nelle Superbike tedesche, rischiando di farsi davvero male in uno spettacolare incidente. E nel 2010 accetta, dopo tre anni di inattività, le lusinghe della Mercedes tornando in pista in Formula 1 a 41 anni.Nel 2012 il definitivo abbandono, dopo un paio di stagioni più ombre che luci.

Fin da bambino Micheal andava veloce.All’età di quattro anni montò su di un kart sul circuito di Kerpen, gestito dal padre.

Iniziò qualche anno dopo a gareggiare nelle competizioni junior di kart, poi passò alle monoposto fino ad approdare nel 1989 alla Formula 3, anticamera dei giovani campioni che stanno per affacciarsi alla Formula 1

Non tardò per Micheal il momento del debutto in Formula 1: avvenne nel 1991 al volante della Jordan che dovette sostituire nel Gran Premio del Belgio, a Spa-Francorchamps, Bertrand Gachot, arrestato Londra.

Era la prima volta che Micheal provava quel circuito, ostico e molto pericoloso. La pasta del campione venne subito fuori: settimo posto durante le qualifiche, poi in gara purtroppo un problema tecnico lo tolse dai giochi dopo poco.

La prestazione in Belgio attirò l’attenzione di Flavio Briatore, direttore della Benetton, che gli offrì subito un contratto, come seconda guida di Nelson Piquet.

Nella successiva gara a Monza Schumacher andò subito a punti, arrivando davanti al suo compagno di squadra.

La formula 1 aveva un futuro campione che stava gettando le basi per diventare uno dei più grandi di sempre. Negli anni successivi cominciò a delinearsi la rivalità con Ayrton Senna.

Il 1994 fu per la Formula 1 l’anno della rivoluzione tecnica introdotta dal presidente della FIA, Max Mosley: venne abolita l’elettronica impiegata fino ad allora nelle sospensioni attive, nel controllo di trazione e nei meccanismi di partenza automatici e venne introdotta la regola del rifornimento durante la gara. La favorita era la Williams, che aveva ingaggiato Senna al posto di Alain Prost che si era ritirato. Schumacher dominò le prime due gare della stagione a bordo della sua Benetton, nel team di Flavio Briatore.

A Imola quell’anno la Formula 1 conobbe il suo giorno forse più triste, e Micheal perse il suo rivale. Ayrton Senna morì schiantatosi contro un muro, tradito forse da una sospensione della sua monoposto.

Schumacher quel giorno sul podio festeggiò, come se nulla fosse, tra le lacrime dei migliaia di tifosi presenti. Si giustificò, subito dopo e negli anni successivi, affermando di non essersi reso conto di quanto accaduto.

Il suo rivale quell’anno divenne Damon Hill e Micheal vinse all’ultimo gran premio, di un solo punto, con una contestatissima collisione da lui causata che tolse dai giochi il suo rivale.

Micheal divenne campione del Mondo per la prima volta.

L’anno successivo Micheal e Flavio Briatore vinsero ancora il mondiale con la Benetton Renault, ma lì si chiuse la storia vincente insieme. L’anno successivo, 1996, il tedesco passò alla Ferrari. Il primo anno fu difficile, la superiorità delle Williams di Hill e Villeneuve era enorme, ma Micheal riportò la Ferrari alla vittoria in 3 Gran Premi.

L’anno dopo ancora rivalità con la Williams di Villeneuve, e uno scorretto episodio causato da Schumacher gli costò il Mondiale e attirò le critiche di addetti ai lavori e opinione pubblica.

Micheal non concepiva essere secondo, vincere era parte del suo vivere.

L’anno dopo furono la Mc Laren e Hakkinen a toglierli la soddisfazione di diventare campione del Mondo.

Il 1999 sembrava l’anno buono per la Ferrari e per Micheal, ma anche quella stagione alla fine la spunto Hakkinen dopo il grave incidente di Silverstone, il più grave della carriera di Schumacher.

Ma il dominio Schumacher-Ferrari non si faceva attendere ancora per molto. E’ il 2000 l’anno di inizio della nuova era, e a fianco del campione tedesco a bordo dell’altra monoposto di Maranello c’è il fedelo scudiero brasiliano Rubens Barrichello.

Dopo la partenza sprint di Hakkinen nell prime gare mondiale, la grande rimonta della rossa in mano al tedesco che, con il terzo titolo mondiale vinto, riuscì a riportare il titolo piloti a Maranello dopo 21 anni. L’ultimo a vincerlo era stato infatti, nel lontano 1979 ,il sudafricano Jody Scheckter.

Il regno durò fino alla stagione 2004 compresa, i rivali sconfitti di volta in volta furono Coulthard, Montoya, Raikkonen e Button.

Schumacher e la Ferrari vincevano: un binomio perfetto tra la meravigliosa fantasia dell’arte italiana di fare automobili e la meticolosità ossessiva germanica.

Dal 2005 il dominio incontrastato iniziò a scemare, la Ferrari non era più un cavallo vincente per il grande campione tedesco. Quell’anno vinse il nuovo predestinato della Formula Uno, Fernando Alonso a bordo della Renault con Flavio Briatore. Una storia che iniziava come quella di Micheal, una storia che pochi anni dopo divenne la storia della Ferrari e la storia di un campione annunciato che non riesce ancora a salire sul tetto del mondo con la sua rossa.

L’anno dopo fu l’ultimo a bordo della Ferrari, l’ultimo prima del mediocre ritorno in Fomula Uno nel 2010.

Micheal un campione mai troppo amato, un campione non troppo simpatico, un campione pignolo, acido, poco incline a quella follia un po’ goffa che amiamo noi italiani. A volte tacciato di scorrettezze, a volte rimproverato per non saper “spiccicare” una parola di italiano dopo anni sulla Ferrari.

Ma un campione che ha fatto sognare l’Italia e il popolo ferrarista. Un campione che ora lotta tra la morte e la vita, un grande coro di tifosi che idealmente lo abbracciano.

Micheal accelera anche questa volta, il traguardo della vita ti aspetta!

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