Russia in movimento: stop alla “sbirrocrazia” di Putin

DIRITTI UMANI, INCONTRO COL GIORNALISTA MINOROV

- di Giampaolo Milzi -

1 per F&D foto Russia Pussy-Riot
Le tre ragazze della rock band femminista Pussy Riot,
perseguitate dalle autorità russe

Putin come Stalin? Il potere nella Russia di oggi come quello nell’Unione Sovietica di ieri?  Tante, troppe le analogie. “Il sistema dice di aver cambiato tutto, ma mi pare che il risultato sia gattopardesco: cambiare tutto per non cambiare nulla”. Parole di Andrei Mironov, giornalista e attivista per i diritti umani nel suo Paese. Parole credibili. Visto che a pronunciarle è un signore dal fare mite, ma determinatissimo, uno che a metà anni ‘80 ha conosciuto il gulag. E che, dopo la liberazione, ha conosciuto il trapasso dal sistema repressivo targato URSS a quello della democrazia di facciata, che calpesta il dissenso, messa su da Putin e dalla sue cerchia di oligarchi. Mironov continua a battersi, in Russia e all’estero, perché i suoi connazionali riescano ad attuare una rivoluzione pacifica che consenta loro di godere delle libertà civili fondamentali, a cominciare da quella d’espressione.

“Repressione in Russia. Libertà di espressione e conflitto Ceceno”, è stato il titolo dell’incontro-dibattito svoltosi recentemente ad Ancona, presso la sala Anpi – organizzato dai rappresentanti locali di Amnesty International – durante il quale Mironov ha tratteggiato un quadro che vede “un potere governativo e amministrativo saldamente concentrato nelle mani di pochi, rimasto inchiodato ai ferrei, coercitivi, punitivi metodi di controllo e usati nel passato”. “I casi di violazione dei diritti umani sono meno rispetto a quelli di 30 anni fa, ma sono in costante aumento, anche nell’ultimo anno. E tendono ad tornare ad essere una piaga endemica”, ha aggiunto detto Mironov, che con l’associazione Meomorial lotta anche per una soluzione politica ad un conflitto, quello Ceceno, “estesosi a tutto il Caucaso del Nord, alimentato dalle mire bellicistiche e criminalizzanti di Putin”.

2 per F&D Russia, andrei Mironov
Andrei Mironov, attivista dell’associazione Memorial

Quanto alla situazione interna in Russia, “è afflitta dalla sbirrocrazia”, basta pensare che “il 75% dei dirigenti politici vengono, come Putin, dal KBG”, che “l’apparato di repressione non è molto diverso da quello staliniano e la libertà di espressione democratica è molto difficile, se non impossibile”. Repressione spesso violenta nelle manifestazioni di piazza, contro chi contesta e dissente, da parte della polizia politica, negli stessi tribunali, “dove avvocati e testimoni a difesa vengono si fatti parlare ma sono ignorati”. Emblematico, il caso delle Pussy Riot, le ragazze femministe del gruppo punk rock da anni protagoniste di eclatanti azioni contro il “sistema sbirrocratico”. Arrestate durante una performance di preghiera anti-Putin nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadejda Tolokonnikova, 22 anni, Ekaterina Samutsevich, 30 anni, e Masha (Marya) Alekina, 24 anni sono state condannate a 24 mesi di prigione, colpevoli di “teppismo a sfondo religioso”. “Loro non si arrendono, e noi continuiamo a chiederne la liberazione”, ha sottolineato Mironov. Ricordando che il 2 dicembre scorso la Alekhina ha scritto una lettera dal carcere pubblicata sul New York Times descrivendo le terribili e degradanti condizioni della colonia Nizhny Novgorod per le donne. “Costrette ai lavori forzati per 14 ore al giorno, in condizioni durissime, pagate con pochi eruo al mese” . Per chi “non ci sta”, che sia un attivista contro l’omofobia, contro lo sfruttamento dissennato delle risorse ambientali (vedi Greenpeace), o in genere contro la sfacciata soppressione dei diritti, scattano controlli, intimidazioni, manette. Il Mironov: “Per neutralizzare oppositori e dissenzienti l’apparato poliziesco-giudiziario ricorre persino allo strumento della psichiatria punitiva, altro brutale retaggio del passato”. Senza contare i divieti preventivi. “Temo che alla vigilia delle Olimpiadi invernali che si terranno nel prossimo febbraio in Russia, il regime putiniano, compiacenti le autorità sportive, impediranno manifestazioni, decideranno di fare pulizia in casa per mostrare un paese normalizzato”.

Eppure qualcosa scricchiola nell’apparato della paura, “quello disonesto e criminale instaurato da Putin e dal suo partito di ladri ed imbroglioni Russia Unita”. Crepe aperte da una società civile che, nonostante tutto, ha iniziato ad esorcizzare la paura, ad attivarsi per una rivoluzione culturale, prima che politica.  “Ragazze e ragazzi, universitari e professionisti, slegati dai partiti e di diverse posizioni ideologiche, che dialogano perché uniti dai valori comune dell’onestà e della legalità”. La prima scintilla che ha innescato questo processo è scoccata il 4 dicembre 2011, con le proteste davanti alla Duma (il parlamento, ndr.) per contestare i brogli elettorali su cui i media tradizionali avevano taciuto. “Alla testa del movimento popolare soprattutto i giovani, che già avevano dato segni di insofferenza l’anno prima. Si contattano e si mobilitano tramite i social network e intenet, metodi nuovi che spiazzano la polizia. Costituiscono la nuova, prima generazione nata dopo la caduta della dittatura sovietica. Prima il dissenso era guidato solo da anziani e pensionati. I giovani e l’associazionismo di base non temono Putin, lo contestano e deridono il suo sistema fortemente gerarchico, piramidale, autoritario e intollerante”. Ci sono eccezioni? “Il governo finanzia gruppi giovanili che lo sostengono come la Guardia Giovanile, gente che non si vergogna di esporre manifesti inneggianti a personaggi del Nazismo hitleriano come Goebbels, ma non hanno seguito”. Questa nuova generazione del dissenso attivo è naturalmente tenuta sotto stretto controllo dalla “sbirrocrazia”. Anche e soprattutto nelle Università. Mironov: “Per ogni ateneo vige la regola della presenza fissa di un agente della polizia politica. A Rostov alcuni studenti sono stati espulsi solo per aver osato dar vita ad uno spettacolo di musica e danze tradizionali”. Eppure questi pionieristici nuclei di giovani, di età compresa fra i 20 e i 35 anni, resistono, costituendo l’unica anima nuova dell’opposizione, visto che quella tradizionale appare ancorata a vecchi metodi di fare politica, ingessata come la ristretta classe che detiene il potere, incapace – dai liberali ai comunisti – di interpretare i mutamenti sociali in atto e la voglia di cambiare. “E che anche la Chiesa ortodossa è legatissima allo status quo imposto da Putin, affetta da cesaropapismo”. Siamo solo ai primi passi di questo movimento di rinnovamento, che non ha ancora i tratti di quello degli “indignati” occidentali, deve ancora maturare, organizzarsi, costruire una forza comune.  Ma cresce la speranza che da questi giovani attivamente non rassegnati nascano nuovi leader capaci di traghettare la Russia dalla “sbirrocrazia” alla democrazia reale.

Un uomo in lotta contro il pugno di ferro del potere

Andrei Mironov, nato nel 1954 a Irkutsk  è stato prigioniero politico durante il regime sovietico. Nel 1985 è stato condannato a 4 anni di detenzione e 3 di esilio interno per propaganda sovversiva antisovietica ed ha trascorso un periodo di detenzione in un gulag. Rilasciato dopo un anno e mezzo, ha continuato la sua battaglia. Nel 1991 ha iniziato a lavorare come ricercatore specializzato in diritti umani, operando in zone di conflitto. Durante la guerra in Cecenia, ha organizzato iniziative in favore di una soluzione pacifica, in contrasto con i piani governativi che puntavano a reprimere con la forza l’insurrezione. Nel 2003, a Mosca, è stato vittima di un’aggressione, ma il Ministero degli Interni ha bloccato le indagini nonostante le prove sull’identità dell’aggressore.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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