Musica & Diritto- “Ma che razza di Dio c’è in cielo?” le domande del poeta Vecchioni, le nostre domande

di Valentina Copparoni

Scrivo per uscire, scappare da queste infinite, inutili storie di niente che sono i processi, le guerre, le spedizioni, le conquiste, gli dèi perfino: milioni di granelli di sabbia siriaca che basta un’onda per spazzarli via” (Roberto Vecchioni)

Il 25 giugno è il compleanno del nostro grande cantautore Roberto Vecchioni e Fatto & Diritto Magazine vuole fare un omaggio a questo poeta dell’anima attraverso le parole e le note del  brano “Ma che razza di Dio c’è in cielo ”(il cui testo integrale è riportato in calce), punti interrogativi di tanti di noi, almeno una volta nella vita.
In molti momenti della sua carriera e nelle  sue canzoni torna il tema di Dio, della sua esistenza, del ruolo che ha nella nostra quotidianità e del rapporto con ciò che viene chiamato il libero arbitrio. Il punto di vista non è però, come potrebbe sembrare, quello di un ateo ma di un uomo che con la rabbia e fragilità dell’animo umano si pone delle domande e cerca di trovare risposte.

Ascoltando il testo della bellissima e malinconica canzone, gli interrogativi di Vecchioni diventano anche i nostri, i suoi occhi sul mondo diventano i nostri, una nostra lente di ingrandimento.
E cosi si domanda come accettare “l’infinito silenzio sopra un campo di battaglia”, le guerre che da secoli continuano e forse continueranno ad esserci quasi a dimostrare che la storia non insegna nulla, che c’è sempre un punto ed un ricominciare da capo come se la tragicità delle conseguenze che ogni conflitto porta inevitabilmente con sé non servisse a nulla.
Ed ancora come dare una risposta  “all’inspiegabile curva della moto di un figlio che a vent’anni te lo devi scordare..”, alla perdita di un figlio cui non si riesce a dare alcuna spiegazione, che fa ribollire di rabbia la parola “perché?” destinata a rimanere forse  senza una risposta.
Il dolore e la collera si amplificano a dismisura quando qualcuno o qualcosa  decide che a morire siano piccole anime innocenti che neppure hanno avuto il tempo di assaporare cosa sia la vita “Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla neanche il tempo di una ninna nanna”.
Di fronte a tutto questo chi non ha, almeno una volta, chiesto a se stesso e forse con una invocazione al cielo “Ma che razza di Dio c’è nel cielo? Ma che razza di guitto mascherato da Signore sta giocando col nostro dolore?
Domande esistenziali per cui non esiste forse una sola risposta perché ognuno di noi potrebbe averne una. Spesso nella confusione e nel tentativo disperato di trovarla perché senza  spiegazioni a volte ci si sente soli, orfani, abbandonati a noi stessi  arriva chi tenta di semplificare tutto, tenta forse di aiutarci o di confonderci “e non capirci più niente nel viavai di messia  discesi in terra per semplificare”.
Vecchioni si sente smarrito, si susseguono domande a ritmo veloce e crescente come forse la disperazione ed il senso di abbandono ed impotenza dell’animo che si pone questi interrogativi.
Il libero arbitrio forse è la risposta?Forse.

Il testo di questa canzone mi richiama alla mente  un teorema tanto affascinate quanto criticato, la  “scommessa  pascaliana dell’esistenza di Dio”.
Il filosofo e scienziato Pascal spiega che la fede é una scelta, ci si mette volontariamente in gioco, una scommessa dove ci si gioca tutto . Non possiamo dire se Dio esista o se non esista , come non possiamo neanche dire che sia più probabile che esista o che non esista , ma se Dio esiste, si ottiene la salvezza;se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza serena  rispetto alla consapevolezza di non avere nulla per cui aver vissuto. Quindi Pascal conclude che “conviene” credere. In questa scommessa ci sono uguali probabilità di  perdita e di guadagno, ma c’è l’infinito da guadagnare. Da qui l’utilità nel credere.

Un teorema che può sapere di forzato, ma che può anche trovare il suo fascino in un argomento in cui a decidere siamo solo ognuno di noi.

“Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

 L’infinito silenzio sopra un campo di battaglia

quando il vento ha la pietà di accarezzare;

l’inspiegabile curva della moto di un figlio

che a vent’anni te lo devi scordare…

Sentire d’essere noi le sole stelle sbagliate

in questa immensa perfezione serale;

e non capirci più niente nel viavai di messia

discesi in terra per semplificare.

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di guitto

mascherato da Signore

sta giocando col nostro dolore?

Ma che razza di disperato,

disperato amore,

lo potrà mai consolare?

 

Aprire gli occhi e morire in un fruscio di farfalla

neanche il tempo di una ninna nanna,

l’idiozia della luna, la follia di sognare,

la sterminata noia che prova il mare.

E a questa assurda preghiera di parole, musica, colori,

che gli continuiamo a mandare,

non c’è nessuna risposta, salvo che è colpa nostra

e che ci dovevamo pensare.

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di disperato,

disperato amore,

può tagliare la notte e il dolore?

Ma che razza di disperato,

disperato amore

più di questo respirare,

più di tutto lo strisciare?

più di tutto lo strascicare?

 

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di buio c’è nel cielo?

Ma che razza di disperato,

disperato amore

più di questo insensato dolore?

Ma che razza di Dio c’è nel cielo?

Ma che razza di buio c’è nel cielo?

Ma che razza di disperato,

disperato amore

più di questo non capire,

non sapere di sbagliare

e lasciarsi perdonare?

 

Ma chi è l’altro Dio che ho nel cuore?

Ma che razza d’altro Dio

c’è nel mio cuore,

che lo sento quando viene,

che lo aspetto non so come

che non mi lascia mai,

non mi perde mai

e non lo perdo mai”

 

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