IL Congo piange sangue, il mondo chiude gli occhi

URLA DAL SILENZIO NEL CAMPO PROFUGHI DI MUGUNGA3

– reportage di Marco Benedettelli –

Kayba indossa un abito dai colori incredibilmente variopinti. Non ha perso la sua grazia, neppure nel campo profughi di Mugunga3, alle porte di Goma. Riempie un contenitore di plastica ad una fontana di cemento fra le tende annerite dalla polvere del Nyiragongo, il grande vulcano che si staglia all’orizzonte. Nel campo, intorno a lei, ci sono 17.000 rifugiati. La terra dove Kayba è nata, il verdeggiante Kivu Nord, non conosce pace. Il conflitto che incendia tutto l’est della Repubblica Democratica del Congo dura ormai da 20 anni. È una guerra dimenticata agli occhi del mondo, che ha causato 5 milioni di morti e che ha scacciato dalle proprie case milioni di profughi. “Eravamo nella chiesa del villaggio, c’era la messa. Poi fuori abbiamo sentito spari, esplosioni di granate. Ci siamo chiusi dentro, i ribelli stavano attaccando i nostri villaggi. Siamo riusciti a fuggire. Sono arrivata a Goma a piedi con i miei figli. Ora i guerriglieri si sono impossessati delle nostre case, ma spero di tornare un giorno nel mio villaggio di Bukombo, nel territorio del Rutshuru”, racconta Kayba, circondata da bambini sporchi e scalzi sulla pietra lavica del campo insieme ad altre donne vestite di stracci, con lo sguardo confuso. “Da anni i gruppi armati che vivono nascosti nella giungla tormentano le nostre vite. Razziano campi e stalle, stuprano sistematicamente le donne, rapiscono i ragazzini e li costringono ad arruolarsi”. Mugunga3 è il più grande dei 45 campi profughi dell’area. L’emergenza umanitaria in corso è gigantesca. In tutta la regione, dal 2009 ad oggi, l’Ufficio delle Nazioni per gli Affari Umanitari in Congo (OCHA) ha calcolato in 2 milioni il numero degli IDP, Internally displaced person (chi abbandona la propria dimora per colpa della guerra o di catastrofi naturali, ma non esce dai confini del suo stato).

Ma tutta Goma è una città martire, dove la vita si protrae caotica sulle rive del grande lago Kivu e all’ombra dei vulcani, sotto il continuo assedio delle truppe ribelli dell’M23 che occupano parte della regione del Kivu Nord, una delle zone più belle, verdeggianti, colorate dell’Africa centrale. La linea del fuoco è a pochi chilometri. Retrocede, avanza. Da una parte il Fardc, l’esercito regolare della repubblica del Congo. Più a nord, dentro la foresta pluviale del Virunga Park (il Parco del Vulcano) le formazioni ribelli dell’M23 mantengono le loro postazioni.

Per i congolesi è un dato di fatto: dietro l’M23 c’è il governo del vicino Rwanda, che da due decenni sogna di allargare il suo territorio ad ovest. Anche i servizi di intelligence hanno le prove: un report dell’ONU spiega come il ministero della difesa ruandese, con l’appoggio dell’Uganda, stia sostenendo l’M23 con armamenti, truppe e supporto strategico.

Le truppe dell’M23, Mouvement du 23-Mars, sono un lascito del Conflitto del Kivu (2004–2008) e nascono da una trasformazione del Cndp, contingente ribelle e filo-Tutsi che in quella guerra fronteggiava le truppe del governo centrale congolese. Quando il Cndp è stato sciolto, alcune centinaia di soldati si sono ribellati agli accordi di pace e hanno fondato l’M23. Oggi il Mouvement conta 2000 militari ribelli ed è la formazione più organizzata della Rd Congo. Nel novembre 2012 è riuscita ad occupare per qualche giorno Goma, saccheggiando le sue banche e mettendo in fuga centinaia di profughi, poi è stata ricacciata nella giungla. “I ribelli giravano per la città, me li ricordo, avevano delle capigliature folte, coi ciuffi dritti, elettrici, e lo sguardo allucinato”, racconta suor Stefania, una religiosa congolese che in quei giorni era a Goma. Anche durante la scorsa estate le truppe dell’M23 hanno continuato a resistere agli assalti del Fardc con un lascito di morti e feriti che ad agosto ha toccato un drammatico apice. Bombe congolesi sono cadute oltre il confine del Rwanda, scatenando la protesta formale del governo di Kigali.

Ventimila caschi blu dell’operazione Monusco, la più grande missione ONU del mondo, presidiano la zona che è disseminata di caserme, contingenti da tutto il mondo, mezzi blindati e pick up che vanno e vengono. Da pochi mesi si è aggiunto anche un ulteriore contingente, la Brigata di intervento speciale, dotata di un mandato offensivo e costituita da 3000 soldati di Sudafrica, Malawi e Tanzania. Ma l’ONU, in 15 anni di operatività, è riuscita a fare ben poco per pacificare la zona ed è accusata da gran parte della società civile di inettitudine. A settembre due civili sono rimasti uccisi in circostanze non del tutto chiare davanti alla sede del Monusco di Goma, nel corso di una manifestazione i cui la popolazione chiedeva maggiore incisività d’azione da parte del nutritissimo e ben remunerato contingente dei peace keepers.

Il trauma che ha fatto precipitare il Kivu nel caos nasce in Rwanda, nel 1994, anno dell’orribile genocidio che vide un milione di ruandesi d’etnia Tutsi massacrati a colpi di machete dai connazionali Hutu. Un olocausto che ha travolto anche gli equilibri politici del Congo. È difficile riassumere gli eventi, che dal ‘94 ad oggi si sono avvitati in questo angolo di Africa centrale in una spirale di violenza e capovolgimenti di fronti. In sintesi, finito il genocidio, 2 milione di Hutu scappano dal Rwanda nell’Est Congo, come profughi, impauriti dalle possibili ritorsioni dei Tutsi, che dopo essere stati vittime del genocidio, tornano al potere. Fra i profughi che scappano in Congo ci sono anche i numerosi criminali responsabili del massacro, gli estremisti Hutu che hanno fomentato i massacri. Proprio questi si organizzano in dei gruppi armati, i Fdlr, che dall’est del Congo iniziano a sterminare i congolesi di etnia Tutsi minacciando di attaccare il Rwanda. È questa una delle regioni che hanno sempre spinto il governo ruandese ad esercitare la sua influenza nelle regioni del Kivu e a foraggiare la guerriglia contro gli Hutu del Fdlr.

Ma dopo due decenni di caos, i gruppi di guerriglieri che imperversano nell’Est Congo si sono moltiplicati. Disegnare una mappa di queste bande e delle zone di scontro con l’esercito regolare è complesso. Nate dallo stato di anarchia che imperversa nella zona, le formazioni di ribelli hanno trovato campo libero per organizzarsi in forme di brigantaggio. Le sigle dei gruppi irregolari che si spartiscono la giungla sono dozzine: Mai Mai, Rai Mutomboki e tante altre, oltre all’M23 e al Fdlr. A metà luglio i ribelli ugandesi di Adf/Nalu (Forze democratiche alleate) hanno attaccato e predato le zone nel territorio del Beni, ancora Kivu Nord. E con loro, uniti in un’inedita alleanza che ha lasciato sgomenti i ministeri dell’Africa centrale, erano schierati i somali del Al-Shabaab. Sessantaseimila persone, terrorizzate, dai villaggi occupati hanno cercato rifugio oltre il confine ugandese.

Nei parchi nazionali della zona, nel profondo di foreste primordiali dal sottosuolo incredibilmente ricco di materie preziose – oro, coltan, diamanti – si agita quindi un caleidoscopio di bande ribelli armate fino ai denti, in guerra fra loro e contro l’esercito congolese. In Kivu il sottosuolo è ricchissimo di giacimenti d’oro, di cassiterite da cui si ricava stagno, e coltan da cui si estrae il tantalio che è una componente essenziale per la produzione di cellulari, computer, videogiochi, dvd. Questa fonte inesauribile di guadagno finisce tutta nella spirale del contrabbando, attraverso le porose, quando non inesistenti, frontiere con Rwanda, Uganda e Burundi. Armi in cambio di diamanti e materiali preziosi, è questo il mercato che alimenta la guerriglia. Tutti ripetono nei villaggi e nelle città del Kivu un pensiero condiviso: “Le varie bande stanno lì a spartirsi un territorio ricco di minerali preziosi. Il motore della guerriglia è l’oro, la voglia di controllare i nuovi giacimenti scoperti e che noi congolesi ignoriamo”. Oltre i confini porosi del Rwanda e dell’Uganda, una folta truppa di trafficanti aspetta di vendere coltan e altri minerali ai grandi acquirenti delle multinazionali, che hanno tutto l’interesse a mantenere la zona nel caos per continuare a predarne le materie prime sotto gli occhi della popolazione.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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