Delitto di Via Poma, assolto Raniero Busco

NON E’ STATO L’EX FIDANZATO AD UCCIDERE SIMONETTA CESARONI: UN DELITTO DESTINATO A RIMANERE IRRISOLTO

di Alessia Rondelli (praticante avvocato presso lo studio legale RPC)

ROMA, 02 MARZO 2014- Il delitto di Via Poma identifica uno dei fatti di cronaca nera italiana più travagliati degli anni ‘90, caratterizzati da un percorso tortuoso fatto di errori e lacune nelle indagini mai colmate. Simonetta Cesaroni venne ritrovata morta il 7 agosto 1990 nel palazzo di Via Poma n. 2 a Roma, negli uffici dell’AIAG dove lavorava come segretaria contabile, distesa a terra, nuda, con 29 coltellate inferte sul corpo.

In realtà da subito la vicenda prende una piega complicata: non viene ritrovata l’arma del delitto, non si riesce a calcolare con certezza l’ora della morte, viene tralasciata l’analisi di importanti reperti biologici. Tutto ciò si rifletterà infatti sul corso delle indagini, in cui verrà cambiata versione per ben tre volte, non riuscendo a ricostruire tutti i passaggi della vicenda senza quei pezzi fondamentali.

Primo indiziato è il portiere del palazzo Pietro Vanacore, il quale però, dopo 20 anni di sospetti e sofferenze, morirà suicida nel 2010 proprio due giorni prima di essere chiamato al processo come testimone. Secondo indiziato è Federico Valle, nipote dell’architetto Valle, che allora risiedeva nel condominio di via Poma, scagionato però subito dall’esito negativo dei test biologici. Allora l’attenzione viene puntata sul fidanzato di allora di Simonetta, Raniero Busco, il quale, dopo un test del DNA, nel 2007 viene iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario.

Inizia così il lungo iter processuale al quale, dopo 7 anni, la Corte di Cassazione ha posto la parola fine confermando la sentenza di assoluzione della Corte d’Assise d’Appello di Roma. Il primo grado fu giocato tutto a colpi di deposizioni, perizie e consulenze fino ad arrivare alla sentenza di condanna a 24 anni di carcere, alla quale i legali di Busco, Paolo Loria e Franco Coppi, ricorrono in  appello. Ed è proprio in tale sede che l’impianto accusatorio viene smontato con la richiesta di ripetere le perizie effettuate, i cui nuovi risultati portano la Corte a convincersi dell’innocenza di Busco, che viene assolto con formula piena ‘per non aver commesso il fatto’. La Procura a questo punto si rivolge alla Cassazione chiedendo l’annullamento con rinvio della sentenza assolutoria sulla base della mancata corretta elaborazione delle prove, ritenendo necessaria una nuova perizia sul discusso segno sul seno sinistro di Simonetta. Era stato proprio su tale punto che le parti nei gradi precedenti si erano date battaglia per capire se si trattasse di un morso o solo di un’escoriazione: un morso secondo i periti della Corte di Assise, qualsiasi cosa secondo i colleghi in appello. La Cassazione ha invece ritenuto insussistente tale necessità, accettando i risultati raggiunti in secondo grado, lasciando quindi, dopo più di 24 anni, tale delitto ancora avvolto nel mistero.

Urla di gioia e lacrime in casa dell’ex imputato che ha visto finalmente la fine del suo incubo e che ha atteso la sentenza nella villetta a Morena, dove abitava anche all’epoca del fatto, con la moglie, Roberta Milletarì, e i due figli gemelli. Estrema soddisfazione anche per i due legali di Busco al contrario della grossa delusione invece per l’avvocato della famiglia Cesaroni, secondo la quale c’erano forti incongruenze nella sentenza d’appello ed elementi importanti contro Busco. Non rimangono che ombre quindi in una vicenda sulla quale si è veramente detto tanto, fino ad ipotizzare anche un intreccio con la banda della Magliana ed i servizi segreti, e comunque una grande amarezza per la morte di una ragazza poco più che 20enne rimasta senza soluzione.

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