Parkinson e gioco d’azzardo: chi è Natascia Berardinucci?

TOCCANTE INTERVISTA AD UNA DONNA TRADITA DAI MEDICINALI CHE L’AVREBBERO DOVUTA CURARE

di Avv.Valentina Copparoni (Studio Legale associato  Rossi-Papa-Copparoni di Ancona)

17 novembre 2013 – Chi è Natascia Berardinucci? Senza conoscere il suo nome e nemmeno il suo volto ma conoscendo qualcosa della sua vita, avevo parlato di lei in un approfondimento per Fatto & Diritto Magazine di qualche settimana fa. L’articolo era  incentrato sulle indagini in corso presso la Procura di Torino sul possibile legame tra una cura della malattia di Parkinson ed il gioco d’azzardo compulsivo (rileggi qui).
Natascia è la donna di cui parlo che è stata intervistata nel 2012 dalla trasmissione televisiva “Le Iene” e che ha fatto puntare i riflettori su un argomento molto complesso e poco conosciuto. Dopo aver letto l’articolo, Natascia mi contatta in  studio per presentarsi e dirmi che vuole essere d’aiuto a tutti coloro che hanno vissuto come lei i danni causati da una cura medica sbagliata

Già prima di conoscerla l’idea che mi sono fatta è quella di una donna forte, anzi fortissima, che non si piange addosso nè vive di autocommiserazione ma che sembra anche molto arrabbiata con il mondo o forse con una parte di esso . Quella parte che l’ha tradita.Più di una volta.
Decidiamo di incontrarla e la donna che conosciamo è veramente una forza della natura, piena di energie nonostante sia affetta da parkinson giovanile ad esordio precoce, desiderosa di ricevere giustizia  per sè per tutto quella che ha dovuto affrontare nel corso dei suoi 39 anni ma anche per tutti coloro che ancora la stanno cercando e magari hanno anche paura di chiederla.Per dare voce alla sua vita ha scritto anche due libri “Prigioniera della mia innocenza” (Bonfirraro editore) e “Ho tolto i chiodi dalle mie ali” (editore Nuovi Autori).

Vogliamo farvela conoscere perchè forse  soltanto cosi si può comprendere o comunque ci si può avvicinare al meglio, con la testa ed cuore,  alla battaglia che da anni sta portando avanti con la tenacia di una leonessa.

Natascia, iniziamo a conoscerci. Parlaci un pò di te.

“La gente che incontro per strada mi chiede come sto? Una domanda apparentemente innocente, che a me fanno uno strano effetto: si dirigono al mio cuore come una fucilata, rievocando troppi ricordi. Il risultato è che non so mai che rispondere.
Sono una donna di 39 anni, un infermiere specializzato all’Asl n°2 Lanciano- Vasto-Chieti dal 01.09.2000 ad oggi. Strappare un sorriso sul volto di qualcuno che da regalare non ne ha! Cosa ci può essere di più bello al mondo? Sono gratificazioni che nessuna moneta sonante può comprare. Chi mi conosce lo sa che ho un carattere molto deciso, che non mi arrendo davanti alle intemperie della vita.
Di me è importante sapere che, sin dal giorno della mia nascita l’1 agosto 1974, ho lottato per la vita e l’ho pretesa con audacia. Mia madre ebbe un parto difficile, perché a otto mesi di gestazione le ruppi le membrane subito dopo che lei aveva gustato un gelato. Forse stimolata da quei sapori e reclusa in quella pancia decisi di conoscere la vita. In quella notte abbiamo rischiato l’esistenza. Mamma era già tristemente rassegnata all’idea di perdermi, perché pesavo poco più di due chilogrammi! Avevo pochissime possibilità di sopravvivere e le mie condizioni erano molto gravi, perciò rimasi in ospedale un mese, al calduccio di un’incubatrice, coccolata dai medici e dalle infermiere della Neonatologia dell’ospedale. Devono avermi trattata proprio come una principessina, credo che non sia solo un caso che oggi io svolga la stessa professione. Mamma mi assegnò un nome provvisorio che le piaceva davvero tanto: Natascia, senza conoscerne nemmeno il significato. Deriva dal latino e significa proprio il “giorno della nascita”. Quando andai a casa mi aspettavano amici e parenti increduli e perplessi. Mi attaccai subito al seno di mamma, doveva essere migliore del biberon. Mio nonno paterno raccontava questo in continuazione, che non avrebbe mai immaginato che quell’essere fragile e indifeso, sarebbe diventata una donna. Mi presi cura io di lui e, nel ricordare quel giudizio così affrettato su me, si commuoveva”.

La tua vita è drasticamente cambiata ad un certo punto. Cosa è successo?

“Prima dei miei 30 anni mi è stato diagnosticato forma di Parkinson giovanile a esordio precoce.
Fu un vero colpo che è ancora di me. Io faccio finta di nulla, così mi difendo indossando una maschera e fingendo che tutto va bene ogni giorno. Solo Dio sa quanto avrei voluto urlarlo quel dolore, ma non ho mai potuto perché le persone a me più care hanno paura, sicuramente più di me, e sono sempre io a rassicurarli. Mi difendo dai brutti pensieri correndo più veloce del vento e sempre di più, vivendo e assaporando ogni istante che la vita mi dona, come se non ne avessi altri per farlo, rifiutando da oggi quello che, un giorno, sarà il mio presente non il futuro, con una ferrea volontà. Di notte esorcizzo la mia paura, facendo molta attenzione che nessuno se ne accorga perché loro portano ancora impressi addosso i segni vivi lasciati da quei cinque anni, passati a scoprirlo: i silenzi di mia madre, che non ho mai compreso fino in fondo, composto e rassegnato superato dalle urla silenziose della mia anima, volto a non farmi più male di quanto abbia già ricevuto. Ho sempre avuto un carattere ribelle, non faccio nulla per imposizione, ma perché ci credo! Ho scelto un percorso di studi scientifico perché la scienza è stata donata agli uomini da Dio affinché la usassero anche per alleviare la sofferenza. Al mio male dico di star attento a quello che fa, perché non mi spaventa. Aspetterò finché avrò vita, l’ultimo duello che proclamerà chi sarà il vincitore, mentre faccio finta di nulla.

Adesso è troppo presto per arrendermi. Sembra una trama di un film, invece è tutto accaduto ed è la mia vita!

Per curare la mia infermità nel 2005 mi fu prescritto il “Pramipexolo Dicloridrato Monoidrato” una molecola appartenente alla classe dei dopamino-agonisti, senza però che nessuno ci abbiano avvisato dei possibili effetti collaterali, già noti alla comunità scientifica internazionale. L’ho assunta con regolarità, una compressa da 0.7 mg, tre volte al giorno. Ma trascorso poco più di un anno (2006) dall’inizio della terapia iniziarono a manifestarsi dei comportamenti nuovi ed inaspettati, estranei alla mia indole:

- notti insonni, passate a mangiare che ne ha aumentato in breve tempo il proprio peso corporeo di circa 30 kg;

- irritabilità e aggressività;

- gioco d’azzardo compulsivo (arrivando a perdere circa 40 mila euro per giocare al “Gratta e Vinci On Line”, indebitandomi per tamponare le perdite economiche derivate, sottoscrivendo cinque (5) prestiti tra il 2007 e il 2009, in persona, sempre attenta alle proprie spese.

Nessuno poteva immaginare che quel cambiamento potesse essere conseguente all’assunzione del Mirapexin®, come invece è specificatamente descritto, nella perizia farmacologica della Prof.ssa Flavia Valtorta (Professore Ordinario di Farmacologia, Responsabile del Laboratorio di Neurofarmacologia Sperimentale, dell’Istituto Scientifico Ospedale San Raffaele del San Raffaele di Milano).
La Prof.ssa Flavia Valtorta, infatti, descrive questo fenomeno come una reazione frequente nel 9% dei pazienti che assumono il Mirapexin®: “La dimostrazione che gli effetti del Mirapexin nell’indurre disturbi del controllo degli impulsi erano presenti in letteratura già nei primi anni dello scorso decennio … se si ritiene che un paziente abbia una suscettibilità personale allo sviluppo di questi disturbi, maggior ragione deve essere avvertito di questo rischio”.
Intanto l’Ente Regolatorio Europeo sui medicinali:

- Nell’ottobre 2004 che: ”Invitava la Boehringer Ingelheim Spa a segnalare, la possibilità di sviluppo di alterazioni patologiche della libido una forma di disturbo del controllo degli impulsi nel foglietto illustrativo”;

- Nel febbraio 2005 che: “Invitava di nuovo a segnalare la possibilità di sviluppo di gioco d’azzardo patologico nel foglietto illustrativo”;

- Nel 2006 nel foglietto illustrativo la Boehringer Ingelheim non aveva ancora adempiuto, quanto sollecitato. Solo dopo tre richiami dall’E.M.E.A. (Agenzia Europea del farmaco) nel 2007, la Boehringer Ingelheim, riportò nel “bugiardino” alcuni degli effetti collaterali, devastanti che, coinvolgono i sensori dell’appagamento e della felicità già nota in letteratura scientifica, sin dai primi anni dello scorso decennio come causa oggettiva, di cambio di personalità: “shopping compulsivo, insonnia, gioco d’azzardo compulsivo, ipersessualità, bulimia”.

Nel 2009 un altro duro colpo.Inizia un’altra fase della tua vita per cui ancora oggi chiedi giustizia.

“Ma non finisce qua, il 30 novembre del 2009 la Polizia ha inchiodato le mie ali alle sbarre di un cancello blindato.

Tutte le notti, da allora, sono trascorse insonni cercando di capire se e dove avessi sbagliato! La Polizia mi aveva assicurato che sarei rimasta in carcere solo tre giorni, il tempo necessario a definire la mia posizione. Invece sono trascorsi oltre centosei giorni di reclusione ed io mi trovo ancora qui, al fresco. Adesso è proprio lui, il tempo, il mio principale nemico e il miglior medico delle mie ferite invisibili, perché il dolore che provo è troppo grande. Silenziosamente si riversa nelle lacrime che sgorgano dai miei occhi, senza che me ne renda più conto!
Guardo fuori dalla finestra, osservo le persone che rincorrono la vita che sembra sfuggir loro, io invece l’aspetto immobile! Da due settimane sono qui, una “gabbia” senza sbarre alle finestre di una comunità terapeutica per disabili intellettivi in provincia di Pescara.
Non mi do pace. Sono un infermiere e nel 1997 lavoravo qui, mentre oggi sono io, almeno sulla carta, paziente dei miei ex- colleghi.
Mi chiedo chi è quell’essere che mi ha cagionato tanto dolore e che, invece, diceva di amarmi? Ha fatto della mia vita un crudele e misero fardello con le sue bugie, la sua anaffettività, la sua malafede. Io gli parlavo di quell’amore che avevo ricevuto “che tutto vince e tutto sopporta” e lui rimaneva in un silenzio che non Mi hanno arrestata e nonostante le perizie medico-legali, a cui mi hanno sottoposta, attestino all’unisono il contrario, sono ritenuta dai giudici socialmente pericolosa. Sono la seconda donna arrestata e condannata in Italia per Stalking, nei confronti di un uomo, il mio ex fidanzato, che credevo di conoscere. Dovevamo sposarci qualche mese fa e ho sperato fino alla fine che si ravvedesse e ritirasse quella denuncia, ma non lo ha fatto! Ha continuato a giocare con la mia reputazione e la mia dignità, perseguitandomi nei modi più perversi. Come può una persona che fino a un mese prima esercitava la professione d’infermiere essere pericolosa? Le perizie medico-legali, cui mi hanno sottoposto, sono tutte a mio favore, ma hanno continuato a tenere inchiodate le mie ali a quel cancello blindato, impedendomi di volare via e tornare alla mia vita. Che senso ha sottoporre una persona a perizia se poi il preconcetto personale, dopo il risultato, non cambia. Mi chiedo se è giusto torturare una persona con un numero infinito di perizie? Nessuno, mai, ha pensato che potessi essere pericolosa.
Ho trascorso una vita a studiare, cercando di crescere professionalmente ogni giorno un po’ di più, conseguendo una laurea e tre master di primo livello, sono impegnata nel volontariato internazionale con una missione già espletata in Kenya nel maggio 2009, e ho sempre dato al prossimo più di quello che avevo. Ci sono volute sette perizie mediche e trentacinque consulenze psichiatriche in novanta giorni di detenzione per attestare la mia non pericolosità, centosei giorni di reclusione cautelare. All’uopo ribadisco che ho sempre condotto prima dell’assunzione del farmaco una vita impeccabile. Sono impegnata nel volontariato nei paesi in via di sviluppo col “Cottolengo Hospital di Chaaria, Meru Kenya”.
Un pomeriggio di marzo del 2013 ero in macchina con un mio amico, eravamo diretti al mare, impegnati in un discorso su argomenti di attualità, improvvisamente mi dice: “guarda io due cose temo nella mia vita: finire dietro le sbarre per un qualsivoglia motivo e la malattia”. Mi fermai a guardarlo e pensai già sono due forme di prigione. Un altro pomeriggio ero a casa di Franco, il cui papà è affetto da Parkinson, e mi dice: “lo vedi questo corpo? È una prigione per me”. Io questo l’avevo compreso bene da troppo tempo, ormai sono quattro anni che porto avanti la verità; quella mai depositata in alcun tribunale prima dell’arresto, precisando che il mio querelante non è stato mai denunciato da me, non per mancanza di prove, ma perché l’amore che nutrivo nei suoi confronti, non mi ha concesso di farlo”.
Molto spesso accade che la vera vittima tardi a denunciare il suo persecutore, con conseguenze per essa irreparabili; mentre chi non lo è realmente utilizzi troppo facilmente gli strumenti legislativi, per delle semplici ripicche coniugali o amicali; quest’ultimo atteggiamento la gente comune dovrebbe evitare, perché così facendo si impegnano, inutilmente, le Autorità preposte alla tutela delle “vere” vittime di stalking in indagini perditempo a discapito di chi realmente vive ogni giorno il dramma di essere perseguitata. Lo si dà in pasto all’opinione pubblica, poi si vedrà se è davvero colpevole. Sembra quasi che il giudice debba fare ammenda di un atavico senso di colpa, per il quale la nostra civiltà non avrebbe sufficientemente protetto, nella sua storia millenaria, donne e bambini”".

Natascia, raccontaci la tua esperienza in carcere, come i tuoi occhi ed il tuo cuore l’hanno vissuto.

“Chi mi conosce mi chiede: “com’è il carcere? Cosa si fa?”
Un concetto difficile da spiegare perciò rispondo il più delle volte con un sorriso amaro e sbrigativo, raccontando che si aspetta. In carcere si aspetta, primo tra tutti che il telefono della guardiola squilli per mettere fine a quell’incubo. Una situazione difficile da gestire e ancora mi chiedo come ho fatto a uscirne. Ma lo dovevo a me stessa, alla mia vita, ho tenuto duro perché avevo nella testa un obiettivo chiaro, una vita possibile per me e altri esseri umani. Mi dicono che dovrei dimenticare la parentesi carceraria fatta di mura e cancelli blindati e tornare a fare una vita normale! I miei ricordi scorrono come un film, davanti ai miei occhi, i volti, le lacrime, i sorrisi delle mie compagne, dei miei genitori da cui traspariva solo la paura che mi accadesse qualcosa; la faccia di mio padre che dal giorno del mio arresto per la vergogna non usciva più da casa, mentre mia madre andava avanti per forza d’inerzia.

Riecheggia ancora nelle mie orecchie il rumore di chiavi di ottone tintinnanti davanti alla mia porta serrata! Con essa la stessa sensazione provata tutte le volte che quella cella si chiudeva ed io mi rivedo intrecciata tra grate, con le braccia penzoloni per abbracciare quel perimetro d’aria che mi avevano tolto. Altre volte fingevo che quelle sbarre non esistessero, chiudevo gli occhi e mi giravo dall’altra parte del letto, ma l’illusione durava davvero pochissimo. Un posto che non mi è mai appartenuto: il carcere. Credo che si possa essere prigionieri di se stessi senza comprendere cosa sia la libertà, oppure sentirsi liberi reclusi dietro le sbarre. Stavolta è diverso, le chiavi della libertà le ho in mano io. La libertà di decidere, di pensare, di esprimersi e agire senza costrizioni, quando hai conosciuto la cattività. Dal canto mio non so più cosa sia la normalità!”

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One Response

  1. http://www.fattodiritto.it/41136/ | Prigioniera della mia innoocenza

    […] novembre 23, 2013 di natasciaberardinucci | Lascia un commento […]

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