La doverosa “riconquista” di Porta Pia ad Ancona

USATI SOLO 2 VOLTE IN 10 ANNI GLI SPAZI DEL MONUMENTO

Ancona, Porta Pia agli inizi del ‘900, quando ancora vi passava sotto il tram (foto tratta da: www.fitelmarche.it)
Ancona, Porta Pia agli inizi del ‘900, quando ancora vi passava sotto il tram (foto tratta da: www.fitelmarche.it)

– ANCONA – di Giampaolo Mlizi –

E’ uno dei più grandi simboli monumentali di Ancona, forte della sua imponente struttura e dei due secoli di storia che le sono passati sotto o accanto. Ma dalla fine degli anni ’90, pur conservando il suo tipico effetto cartolina, è solo uno scatolone desolatamente vuoto. Che nessuno, a Palazzo del Popolo, ha alcuna voglia di riempire, magari di contenuti culturali. Una parabola davvero triste, quella del destino di Porta Pia, eretta tra il 1787 e il 1789 su disegno dell’architetto Filippo Marchionni e per volere di Papa Pio VI. A quel tempo aperta sulla mura della città e unita al bastione difensivo a mare di Santa Lucia, a fianco della magica isola pentagonale della Mole Vanvitelliana. La barocca facciata esterna dell’edificio fu realizzata in nobile pietra d’Istria. Una nuova, elegante porta d’accesso al capoluogo dorico – in alternativa a quella di Capodimonte a cui si arrivava salendo su per via Pergolesi – a segnalarne il blasone papalino a chi proveniva dal nord, percorrendo la contestualmente nuova via Pia. E a sottolineare la nuova direttiva di espansione urbana lungo il mare che vide presto sorgere il quartiere Archi lungo la stessa via Pia, o Strada Nuova (oggi via Marconi). Porta Pia ebbe sempre usi militari, doganali e legati alle attività portuali. Era molto “trafficato”. Anche perché sotto la sua vasta volta ad arco passarono prima i tram a cavalli (dal 1871) e poi per poco tempo quelli elettrici (dal 1909), in seguito dirottati lungo la strada a mare costruita al posto del bastione di Santa Lucia demolito intorno al 1912. L’isolamento totale della porta – avvenuto dopo la seconda guerra mondiale abbattendo la parte di mura cui era unita per congiungere, allargandolo, il tratto finale di via Nazionale a quello iniziale di via XXIX Settembre – l’ha preservata in parte da smog e inquinamento acustico.

La morte funzionale di Porta Pia risale intorno al 1990. Quando la Guardia di Finanza, inquilina del monumento, la chiuse una volta smantellati e trasferiti i suoi uffici. L’idea di resuscitarla venne al sindaco Renato Galeazzi, che tra il 1999 e il 2000 condusse a buon fine una trattativa con la Finanza: Porta Pia in convenzione d’uso al Comune per 6 anni rinnovabili tacitamente a tempo indeterminato; in cambio, alla Finanza, il piano terra di un palazzo in via Zappata. Ma i sogni di riconquista della Porta alimentati da Galeazzi si arenarono nella cronica assenza dei fondi necessari per la sua risistemazione. Il Comune aveva pensato in grande. Obiettivo, trasformare la porta papalina in sede di un nuovo Museo del Risorgimento; pronto, nel 2001, il progetto preliminare approvato dalla Soprintendenza, esorbitante, già allora, la cifra necessaria, pari a 1 miliardo e mezzo di lire; occorreva un prestito, ma la Cariverona non ne volle sapere. Il progetto museo, in quanto sogno, resistette per qualche anno, fino a sfumare del tutto. Gli accessi agli interni delle due ali di Porta Pia continuarono a restare sbarrati. Ma i sogni, se virtuosi, sono duri a morire. Ecco quindi che nel 2010 torna alla carica l’assessore alla Cultura Andrea Nobili della Giunta guidata dal sindaco Gramillano. Grande e un po’ sommaria operazione di repulisti, e il 26 giugno di quell’anno un’ala di Porta Pia inizia ad ospitare l’installazione “Rovina”, dell’artista Ericailcane, su iniziativa di Mac Manifestazioni artistiche contemporanee. Un successone. Replicato nell’estate 2012 da un’altra mostra, ricompresa in un’altra iniziativa artistica temporanea intitolata “Arrivi e partenze” organizzata da White Fish Tank. Successi che fanno brillare nella mente dell’assessore Nobili l’idea di trasformare definitivamente Porta Pia in una sorta di centro direzionale stabile per le associazioni culturali, soprattutto con vocazione artistica. Caduta la Giunta Gramillano, precipita e scompare anche il proposito di Nobili. Porta Pia monumentale scatola vuota per l’eternità? Pare di sì. Perché rispetto ad un’eventuale riemersione di un progetto di utilizzo dello storico immobile che risulta diviso in 5 piani-livelli calpestabili, i tecnici del Comune rispondono che di scritto, in archivio, c’è solo il faraonico progetto del 2001 per il Museo del Risorgimento, oggi concretizzabile solo grazie alla disponibilità di cifre vertiginose, tipo da 1 milione, 1 milione e mezzo di euro in su. Troppi soldi, per le esangui casse comunali. Soldi che servirebbero per molte operazioni. A cominciare dall’abbattimento delle barriere architettoniche. Il che significherebbe installare un ascensore nell’ala destra dell’edificio, ed intervenire su quello dell’ala sinistra in modo che fermi in tutti i livelli, mentre ora collega solo il primo piano all’ultimo. Sarebbe necessario, inoltre, predisporre ex novo gli allacci e i quadri elettrici (del tutto assenti), così come i servizi igienici, sostituire porte e infissi, e magari rifare i pavimenti. Già, troppo lavoro, introvabili i finanziamenti. Ma siamo sicuri che non ci possa essere una modalità d’intervento più soft, finalizzata, com’è già avvenuto, ad un uso temporaneo, o magari per un singolo evento? In fondo le stanze piuttosto ampie e quindi effettivamente appetibili per queste esigenze sono solo due (ultimi due piani) per ciascuna ala. In tal caso si potrebbe soprassedere alle questioni ascensori, porte e infissi, pavimenti. Anche considerando che la massiccia Porta Pia non ha problemi di agibilità e/o strutturali.

Andrea Nobili, il sogno di quand’era assessore, l’ha conservato nel cassetto: “Qualche anno fa ne parlai coi tecnici municipali, si ipotizzavano interventi per 150mila euro, sarebbero bastati, magari coinvolgendo il lavoro di volontariato di associazioni, per allestire almeno qualche mostra. Certo, non c’era nessun progetto. Solo scambi di opinione. E non se ne parlò più”. Parole disperse nel vento della crisi economica? Forse no. Forse, in Comune, qualcuno potrebbe ripensarci, ad aprire una prima virtuosa breccia progettuale a Porta Pia, a stilare un piano volto a rendere i suoi ambienti fruibili al pubblico, “step by step”, anno dopo anno, secondo una filosofia urbanistica vola a una sua riconquista graduale e possibile.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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