Il diritto di morire e il dovere di vivere

UN’ATLETA OLIMPICA SI DONA LA MORTE IN BELGIO E COL SUO GESTO CI FA INTERROGARE SUL DELICATO TEMA DEL FINE-VITA.

di Avv. Giandomenico Frittelli

mariekevervoort2012Un’atleta di 40 anni, pluripremiata campionessa olimpica, decide di finire la propria vita.

A 40 anni. Con l’eutanasia.

Una scelta che ci fa seriamente interrogare e ci fa domandare sbigottiti come possa una sportiva deliberatamente darsi la morte, nel pieno rispetto della normativa del suo Paese (il Belgio) che dal 2002 consente tale pratica, per noi ancora tabù.

Marieke già nel 2008 aveva compilato tutta la documentazione necessaria, segno di un convincimento che viene da lontano: usando le parole dell’atleta belga […] i documenti per l’eutanasia mi rasserenano molto, perché so che quando il dolore sarà troppo per me avrò i documenti pronti. E se non li avessi avuti mi sarei suicidata lo stesso”.

A 14 anni si era vista diagnosticare una patologia muscolare degenerativa incurabile, che l’aveva portata alla paralisi degli arti inferiori e che suonava come una condanna già scritta: lo sport era diventato per Marieke l’unica ragione di vita, peraltro non senza risultati entusiasmanti.

Quando però la malattia ha preso il sopravvento e i dolori sono divenuti così “terribili, che mi fanno urlare e piangere” il suo convincimento si è rafforzato: nel 2014 per le crisi epilettiche della malattia, si era versata addosso una pentola d’acqua bollente procurandosi gravi ustioni che l’avevano costretta in ospedale per quattro mesi.

Il 23 ottobre scorso Marieke Vervoort ha scientemente ripreso quei preziosi documenti e ne ha dato attuazione: volontariamente, consapevolmente e – viene da dire – coraggiosamente, l’atleta ha affrontato la sua ultima sfida. La partita che tutti dobbiamo giocare, ma che quasi nessuno di noi è davvero pronto ad affrontare.

In Italia il tema dell’eutanasia è ancora (troppo) poco esplorato: viene alla ribalta in maniera intermittente e sempre e solo sulla scia di eventi di cronaca importanti (l’ultimo dei quali la pronuncia della Consulta nella vicenda della morte di DJ Fabo).

La normativa recentemente introdotta ha segnato un vero punto di svolta ed è il frutto di sacrifici (nel senso più autentico e concreto del termine) di molti malati e delle sofferenze delle rispettive famiglie.

Non tutti sanno che ci sono ancora decine di malati che, ogni anno, si recano in Svizzera e – con convinzione non minore di quella di Marieke – danno attuazione ad un convincimento che hanno intimamente maturato nel tempo: interrompere la loro vita.

Il corpo può divenire una prigione? È concepibile un diritto a “darsi la morte”?

Ciascuno risponde a tali domande in base a vari fattori, non ultimi quelli etico-morali (o religiosi) che sono bagaglio personale di ciascuno.

Certo è che in un Paese realmente democratico, non dovrebbe esistere un sistema normativo che impedisce l’autodeterminazione dei cittadini: in ogni senso essa si esplichi.

L’Associazione Fatto&Diritto ha caro il tema del c.d. fine-vita e nel prossimo evento aperto alla cittadinanza “Eutanasia e aiuto al suicidio, i casi Welby, Englaro e DJ Fabo: le testimonianze dirette”, che si terrà in data 15/11/19 alle ore 15:00 presso l’Auditorium ‘Tamburi’ Mole Vanvitelliana, avremo modo di affrontare questa importante e attuale tematica con il contributo di soggetti che hanno realmente dedicato la propria vita a battaglie di libertà.

Saranno infatti con noi, tra gli altri, Mina Welby e Beppino Englaro ed avremo modo di entrare nei meandri di una tematica nella quale non vi sono risposte preconfezionate, assolute, immutabili, ma spazi di confronto, ragionamento e valutazione: avendo come unico faro orientatore quello della possibilità di vivere in uno Stato che ci consenta di vivere ma non ci imponga di farlo.

Non rimane che darci appuntamento al 15 novembre per una preziosa occasione di dibattito e confronto sul tema.

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