Gli USA celebrano i 50 anni delle marce da Selma a Montgomery

OBAMA: “SELMA NON RIGUARDA IL PASSATO, SELMA È ORA”

di dott. ssa Barbara Fuggiano 

7 marzo 1965. Si tenne negli Stati Uniti d’America la prima marcia da Selma a Montgomery per il diritto di voto dei cittadini afroamericani. Durante l’attraversamento dell’Edmund Pettus Bridge, la Polizia locale e dello Stato dell’Alabama iniziò ad attaccare i più di 600 attivisti con manganelli e gas lacrimogeni. Fu così che quella giornata passò alla storia con il nome di Bloody Sunday.

Ma i dimostranti non si arresero e il martedì successivo ebbe luogo una seconda marcia, che vide la partecipazione di quasi 2500 persone che, dopo aver attraversato l’Edmund Pettus Bridge, fecero retromarcia (da qui, il nome Turnaround Tuesday).

E poi la terza marcia. Dal 16 marzo al 25 marzo, i manifestanti percorsero le 10 miglia che separano Selma da Montgomery, lungo la Jefferson Davis Highway, per gridare i propri diritti civili. Anche stavolta, però, l’iniziativa pacifica, seppur supportata dal Giudice Federale, si tinse di rosso per l’uccisione di Viola Liuzzo, un’attivista, da parte di tre membri del Ku Klux Klan, la nota organizzazione statunitense che (in maniera ignobile) propugna la superiorità della razza bianca.

Le tre marce, appoggiate da Martin Luther King, segnarono la storia del Movimento per i diritti civili degli afroamericani negli USA e le loro immagini fecero il giro del mondo.

Quest’anno l’America ha celebrato il 50esimo anniversario di quegli eventi e un Obama (famiglia inclusa) visibilmente emozionato non poteva mancare. Se oggi è Presidente degli Stati Uniti, lo deve anche a quei coraggiosi dimostranti. 

Di fronte a una folla di circa 40.000 persone, a introdurlo è John Lewis, parlamentare della Georgia che cinquant’anni fa rimase ferito a Selma durante la marcia e che il Presidente definisce uno dei suoi “eroi”. “Selma è uno dei posti che ha definito il destino di questo Paese. Se Selma ci insegna qualcosa è che il lavoro non è mai finito. Dobbiamo riconoscere che il cambiamento dipende da noi, dalle nostre azioni, da quello che insegniamo ai nostri figli. Con questo sforzo possiamo assicurarci che il nostro sistema giudiziario funzioni per tutti, non per alcuni. Rifiuto l’idea che nulla sia cambiato. Chi lo ritiene, dovrebbe chiedere a qualcuno che è vissuto a Selma, a Chicago o Los Angeles negli anni 1950. Nel perseguire la giustizia, non possiamo permetterci né compiacenza né disperazione” dice Obama di fronte ai genitori di Michael Brown, il ragazzino ucciso a Ferguson da un agente di polizia nel corso di un controllo (del quale abbiamo già trattato in questa rivista).

Poche ore prima della celebrazione in ricordo delle tre marce del 1965, due notizie hanno acceso gli animi; due notizie di segno opposto, perché la prima getta nello sconforto e la seconda, invece, accende di speranza. 

Da una parte, a Madison, nel Wisconsin, un altro ragazzo afroamericano, disarmato, moriva per mano di un agente che si era recato sul posto dopo una telefonata che segnalava la presenza di una persona che, saltando in mezzo al traffico, ostacolava la circolazione degli automobilisti. Decine di persone si sono riunite sul luogo della sparatoria nelle ore successive, con cartelli “Black lives matter” (“La vita dei neri conta”) in segno di protesta e in ricordo dell’uccisione di altri due afroamericani, Brown e Garner.

Dall’altra, il ministro della Giustizia americano, Eric Holder, si è detto pronto a “smantellare” il dipartimento di Polizia di Ferguson dopo che il rapporto sul caso Brown ha messo in evidenza l’esistenza di intollerabili e incostituzionali discriminazioni razziali. “Siamo pronti a usare tutti i poteri che abbiamo per assicurare che la situazione cambi. Se questo significa una struttura interamente nuova lo faremo, se smantellare è la soluzione, siamo pronti a farlo”, ha detto.

Citando Obama, “Selma non riguarda il passato, Selma è ora” perché il cammino contro le discriminazioni (non solo razziali) è ancora lungo. 

Il Presidente, nel suo discorso, ha rivolto lo sguardo al futuro e, lodando i manifestanti del 1965, ha azzardato un paragone con il nuovo fronte dei diritti civili dei gay, lanciando un monito alla Corte Suprema che il 28 aprile affronterà il tema del divieto delle nozze gay imposto da quattro Stati americani: “Siamo i gay americani il cui sangue scorre per le strade di San Francisco e New York, così come è scorso su questo ponte. Gli Stati non possono proibire i matrimoni fra razze diverse, e non possono proibire neanche quelli fra lo stesso sesso” perché quelle tra gay non sono famiglie o nozze “di seconda classe”.

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