Estate nera dietro le sbarre

SALE A 32 IL NUMERO DEI SUICIDI TRA I DETENUTI

Di Barbara Fuggiano

carcere-grande_640x400Quante volte quest’estate abbiamo sbuffato per il caldo? Quante volte abbiamo deciso di accendere il ventilatore (o – per i più fortunati – il condizionatore) ripetendoci che anche quello, comunque, non sarebbe stato sufficiente? Quante volte abbiamo preso baracche e burattini per lanciarci nell’acqua del mare (o – per i meno fortunati, stavolta – sotto la doccia) e rinfrescarci? Quante volte abbiamo giocato ad aprire, bloccare, incastrare finestre e porte interne per creare quella “corrente d’aria” tanto rigenerante? Tutto questo disagio è poco o nulla, se paragonato a quello che l’estate offre ai reclusi. Forse non tutti sanno, infatti, che si tratta della stagione più temuta dietro le sbarre.

L’architettura e la struttura degli istituti di pena – soprattutto quelli costruiti negli anni Ottanta e Novanta – favoriscono una sorta di “effetto serra” che, sommato all’assenza di finestre ampie abbastanza da consentire il ricircolo d’aria, accentua il disagio fisico ed emotivo dei detenuti. La situazione carceraria italiana non è delle migliori e questa rivista non ha mai fatto nulla per nasconderlo, tuttavia la stagione estiva racchiude in sé un concentrato di fattori che rendono la detenzione particolarmente insopportabile: le temperature elevate, la minor frequenza dei colloqui con i parenti che si concedono qualche giorno di ferie, il rallentamento dell’attività degli uffici giudiziari che rimandano le decisioni a settembre, l’interruzione delle attività trattamentali, giusto per citarne alcuni. L’estate è senza dubbio il periodo in cui il detenuto si rende conto di essere solo, ristretto, costretto e vuoto.

E allora sì, nonostante negli ultimi mesi le autorità abbiano cercato di sottolineare che il problema del sovraffollamento si è notevolmente ridotto perché “molto è stato fatto”, l’estate 2015 non ha cambiato di una virgola la situazione delle precedenti stagioni calde.

Molti l’hanno addirittura definita “l’estate nera”: tra luglio e agosto ben 12 detenuti si sono tolti la vita, due dei quali nel carcere romano di Regina Coeli a distanza di pochissime ore.

In un precedente articolo (consultabile al link https://www.fattodiritto.it/emergenza-carceraria-i-suicidi-negli-istituti-penitenziari-e-lidentikit-del-detenuto-suicida/ ), abbiamo cercato di delineare l’identikit del detenuto suicida, grazie all’esperienza di chi lavora in carcere e per il carcere (in primis, Luigi Manconi), concludendo che i soggetti più a rischio (e dai quali partire in un’ottica di riforma) sono i neo-detenuti più giovani, magari in attesa di giudizio, delle carceri sovraffollate.

A tal proposito, mi viene in mente quello che è successo a ferragosto: una ragazza giovanissima (27 anni) nonché detenuta giovanissima (sole due settimane) si è tolta la vita strozzandosi con un lenzuolo a Pisa, nel carcere Don Bosco. La domanda che aleggia nell’aria è sempre la stessa: “quali reati aveva commesso?”. Domanda lecita e fors’anche giusta e comprensibile. La ragazza era reclusa per maltrattamenti in famiglia, ma mi preme una precisazione sul punto. Il problema della trasmissione delle informazioni circa il casellario del detenuto sta nelle considerazioni (che si convertono in veri e propri pregiudizi) scaturenti dalla risposta ricevuta. Il reato da cui dipende la detenzione presta il fianco a giudizi del tipo “eh be’, se l’è meritato dopo tutto il male che ha fatto”, “si è ammazzata per i sensi di colpa” (e questo, spesso, è in parte vero) o, peggio, “un diavolo in meno” (non di recente, alcuni agenti della polizia penitenziaria hanno lasciato sulle loro pagine facebook commenti di questo tenore circa il suicidio di un detenuto).

E’ proprio questa una ragione per cui tutte le associazioni di volontariato in carcere non chiedono mai ai detenuti con cui vengono in contatto i reati per i quali sono stati condannati: nell’istituto dovrebbe aprirsi un nuovo scenario volto alla redenzione e rieducazione del soggetto, ove il reo non è identificato dal numero di matricola o dall’articolo del codice penale violato, bensì dal proprio nome e dal proprio cognome, nessun’altra etichetta. Sarebbe da folli credere che lo psicologo o l’educatore non debbano conoscere il tipo di reato, perché per risolvere un problema o una lacuna è bene prima sapere quale sia il problema o la lacuna; ma non è affatto da folli pensare che chi, dall’esterno, entri in contatto con la realtà carceraria per risolvere quelle sofferenze ulteriori rispetto a quella che la detenzione, di per se stessa, comporta non sia tenuto a conoscere i crimini di cui il recluso si è macchiato.

Alla fine di luglio il carcere di Regina Coeli ha registrato due suicidi a distanza di pochissime ore: Ludovico Caiazza e Theodor Eduard Brehuescu, entrambi imputati per omicidio (lo dico nella speranza che quanto già premesso sia stato compreso) e entrambi con una condotta in istituto violenta e, allo stesso tempo, preoccupante e ad alto rischio. I due soffrivano di un forte disagio, più volte manifestato ma rimasto inascoltato; in particolare, Theodor era stato a lungo in isolamento perché dietro le sbarre agli stranieri che uccidono un italiano riservano un trattamento certamente non di favore. Il ragazzo rumeno si era confidato con l’avvocato: “Sono tre mesi che guardo il soffitto. Non ho un libro, ho solo un’ora d’aria, faccio la doccia da solo, non scambio una parola con nessuno. Non so proprio come passare la giornata. Avvocato, mi faccia aiutare da uno psicologo, mi sento una nullità”. E poi lo stesso agente che, poche ore prima, aveva tentato di soccorrere Caiazza ha trovato il corpo di Theodor: in tutto questo, anche all’agente non è stato risparmiato questo doppio shock.

La situazione del giovane romeno è esemplare, dà la sensazione che basti davvero poco per evitare gli estremi gesti di chi è sotto la protezione dello Stato, perché la possibilità di minimizzare i disagi legati alla vita ristretta sono possibilità di recupero concesse al detenuto. Un’ora d’aria in più, un paio di telefonate ai proprio cari in più, un’offerta trattamentale maggiore, un avvocato disposto a incontrare il detenuto (invece di limitarsi ad andare in udienza o a redigere atti per lui) anche solo per offrirgli un obiettivo giornaliero in più e, soprattutto, quel “curare con le parole” che solo lo psicologo può cercare di garantire. E’ da questo che si dovrebbe partire.

Buona fine estate. Arriva il fresco.

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