Diritto alla cultura – ‘Lei’, riflessione sull’amore ai tempi di internet

 IL FILM VINCITORE DEL PREMIO OSCAR COME MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE

di Sabina Loizzo

her-poster-joaquin-phoenixHer, il nuovo film di Spike Jonze, uscito nelle sale italiane il 13 marzo con il titolo tradotto “Lei”, è una pellicola sorprendente, emozionante, di grande intelligenza e ironia, la commedia romantica del web 2.0, dai tratti malinconici e dagli spunti di riflessione curiosi e quasi nostalgici. Vincitore del premio Oscar come miglior sceneggiatura originale, nonostante lo scenario futuristico dentro cui si muove il protagonista Joaquin Phoenix, dove è addirittura possibile innamorarsi del proprio sistema operativo, Her è una storia dalla natura profondamente umana.

In un futuro non troppo lontano, in un mondo in cui basta un auricolare e un aggeggio poco più piccolo di uno smartphone di oggi per connettersi con il mondo, incontriamo Theodore (Joaquin Phoenix), un uomo solitario e con il cuore a pezzi per la fine della sua grande storia d’amore, che di professione scrive lettere per altri: lettere bellissime, commoventi, di quelle che vorresti trovarne una ad aspettarti un giorno a casa e custodire per sempre. Le uniche interazioni sociali di Theodore sono quelle con l’amica Amy (Amy Adams) e suo marito, qualche chat erotica e sporadici incontri al buio che però accrescono il senso di solitudine che lo pervade, mentre cerca il coraggio per firmare le carte del divorzio e riuscire ad andare avanti con la sua vita. Nella sua routine, in maniera casuale, si intromette l’uscita di un nuovo sistema operativo, “OS1”, dotato di intelligenza artificiale in grado perfino di apprendere ed elaborare emozioni, adattandosi alle esigenze dell’utente. Theodore, spinto da un impulso, copra OS1 e lo installa: così facendo incontra Samantha, ovvero il suo sistema operativo (il nome se lo sceglie da sola), una voce che fuoriesce dallo schermo, calda e amichevole, con la quale Theodore instaura, incredibilmente, un grande feeling fin dall’inizio. Theodore e Samantha, parlano, ridono, scherzano, si raccontano, soprattutto l’uomo, incalzato da quella voce che chiede di sapere, conoscere, capire. Incoraggiato dall’entusiasmo di Samantha, Theodore si riapre, lentamente, al mondo: un giro al luna park, una gita al mare… Samantha si evolve di giorno in giorno, così come il loro rapporto, che si trasforma in amore. Ma come tutte le storie d’amore, anche quella tra un umano e un’intelligenza artificiale presenta i suoi ostacoli, e nella ricerca di una maggiore intimità tra due mondi così vicini eppur lontani, si svela quello che forse è uno dei problemi più grandi dei nostri tempi, ovvero la paura che abbiamo di “lasciar entrare” qualcuno nella nostra sfera più intima ed emotiva, concedere l’accesso allo spazio più fragile e nascosto dell’animo.

Sviando da qualsiasi banalità sul classico fantascientifico del rapporto tra umano e artificiale e i suoi limiti, Spike Jonze traccia una delicata storia d’amore, l’incontro di due menti affini, due anime, due persone – perché Samantha pensa, parla, sente e prova emozioni come una persona – e di quello che accade all’interno di una relazione ai nostri giorni, in un mondo dove tutti sono connessi ma l’incomunicabilità ne è la grande protagonista. Il contesto messo in scena dal regista è avveniristico, ma non è certo uno di quei futuri da Sci-Fi lontani e immaginifici; si tratta di una realtà futura verosimile, a cui riusciamo a guardare con minor incredulità e che riusciamo a comprendere, perché scenario possibile. Questo è probabilmente uno dei punti di forza del film, il suo rappresentare un futuro quasi “attendibile”, che ti permette di accettare quella “sospension of disbelief” che basta per capire la storia tra Theodore e Samantha e apprezzarla in tutte le sue sfumature. L’elemento fantastico è allora un colore, una marca distintiva che identifica il film e lo arricchisce, regalando una forma innovativa e originale alla commedia romantica.

Con grande sensibilità Theodore e Samantha ci conducono in un viaggio all’interno dei sentimenti e dell’animo umano. La comparsa di Samantha nella sua vita, spinge Theodore ad affrontare la sua condizione attuale, le sue paure e insicurezze, la malinconia che lo pervade da quando ha dovuto dire addio alla sua storia più importante, a un matrimonio che è stato campo di prova e crescita, la cui fine lo ha lasciato svuotato. Accompagnare Samantha nel suo percorso di crescita, aiutarla a scoprire il mondo, è un modo allora per riscoprirsi e trovarsi cambiato, rigenerato, nuovo. Theodore, che credeva di non poter più provare nulla perché tutto gli sembrava fosse stato già sperimentato, capisce che la vita ha molto da regalare a chi è pronto ad accoglierlo. La paura di aprirsi trincera i personaggi umani di Her in una solitudine a cui pare non esserci rimedio. Il timore di esporsi, con i propri desideri e necessità, in tutta la loro fragilità, li spinge a chiudersi in un fortino il cui unico mediatore con l’esterno è quel sistema operativo che appare come rifugio e consolazione da tutti i mali che la realtà riserva. Anche l’amica di Theodore, Amy, riesce a ritrovare se stessa stringendo amicizia con un OS1, dopo anni in un matrimonio fallimentare dove nemmeno l’intimità coniugale riesce a scalfire la cupola protettiva dietro cui si nascondevano lei e il marito, fino al momento in cui qualcosa si spezza e l’incapacità di comunicare il dolore reciproco rende impossibile risanare il rapporto.

Samantha, però, non è un semplice palliativo. Lei come tutti gli OS1 continua a evolversi, man mano che questi imparano a conoscere il mondo e ad accumulare esperienze reali, e così facendo spingono gli umani che li accompagnano verso terre inesplorate. Quello che bloccava Theodore era il suo essere aggrappato a un passato non ancora del tutto risolto. L’incontro con Samantha lo aiuta a comprendere che le cose cambiano ed è questo ciò che rende la vita così bella e interessante. Lo sa bene Samantha che è affamata di vita e di sapere. La compagnia di Theodore, così sensibile e attento, è perfetta per lei che sembra non stancarsi mai di scoprire e conoscere, e si abbandona alla sua guida con entusiasmo. Theodore le permette di scoprire aspetti della vita che non pensava potesse essere in grado di provare. Va oltre, come lei stessa confessa, mentre il rapporto tra i due si intensifica e lei sente la necessità di non essere solo una voce, ma di avere anche un corpo. L’esigenza di Samantha di accedere anche a quel particolare aspetto di una relazione amorosa la rende ancora più fisica di quanto sarebbe stata se fosse realmente esistita. Quando i due fanno l’amore – la scena di sesso più singolare mai vista – la corporeità di entrambi è palpabile per lo spettatore, nonostante il buio totale della pellicola. Samantha, però, si spinge ancora più in là e, dopo un periodo in cui sembra non accettare la sua condizione incorporea, semplicemente smette di pensarci, presa da altro, da nuove scoperte, nuove conoscenze, da una nuova condizione di esistere. Fino a quando a lei e agli altri OS1 il mondo appare stretto e decidono di andare via. Her allora diventa un film sull’impossibilità di fermare il cambiamento e sulla necessità di tutti di accettarlo come condizione imprescindibile del vivere. Di fronte all’addio di Samantha, Theodore è addolorato, ma lui non è più lo stesso: Theodore sa che gli individui crescono e che, persino in una storia d’amore importante, non sempre lo fanno insieme. Il vero coraggio e amore, allora è saper lasciare andare l’altro. La scena finale, dopo l’addio degli OS1, vede Theodore e Amy sul tetto del loro palazzo mentre guardano la città dall’alto. Un’immagine che dà spazio a pensieri liberi e, forse, a una maggiore percezione della realtà che li circonda, nella quale sono finalmente pronti a tuffarsi.

Joaquin Phoenix è straordinariamente tenero e commovente, bravissimo a gestire la scena in questa sua ottima prova quasi del tutto in solitaria. Il personaggio di Theodore, con la sua sensibilità, trasuda dalla fisicità di Phoenix, dal suo sguardo dolce e dall’andamento goffo e timido con cui l’attore sceglie di far approcciare, in modo assolutamente naturale e fluido, il personaggio al mondo attorno a lui. La voce di Samantha nella versione originale è quella della bravissima Scarlett Johansson, doppiata in Italia da Micaela Ramazzotti, che riesce – anche se non del tutto – a rendere al meglio la Samantha originale.

Spike Jonze è scrupoloso e attento ai dettagli, dalle scenografie alla fotografia, dove le architetture fredde del futuro assumono tonalità calde e seducenti, senza dimenticare la musica, che rivela il gusto musicale e il passato da regista di videoclip: Arcade Fire, Owen Pallett e la dolcissima “The Moon Song” cantata da Karen O.

Her è un film dai toni caldi e intimisti, nonostante l’ambientazione ipertecnologica e avveniristica; un film che regala magia, nel suo essere visionario e paradossale, eppure così attuale e ricco di sostanza. Un film che sorprende, dalla sceneggiatura mai banale, eppure confortevole come solo le cose familiari sanno essere. Una pellicola, insomma, che a dispetto di tutti i chip del mondo, sa scaldare il cuore.

 

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