Vienna, ultima citta’ jugoslava

LA METROPOLI DOVE GLI SLAVI DEL SUD POSSONO ANCORA SENTIRSI UNITI

di Tommaso Cassiani

jugonostalgija_i_strah_od_jugoslavije_La malattia più diffusa nei Balcani non ha vaccini, e sembra essere di origine genetica.
Si chiama Jugonostalgija (da leggere pronunciando la g dura, come se fosse gh), ed è estesa in percentuali variabili su tutta l’Europa del Sud-Est, da Lubiana al Kosovo.

Tra i sintomi si riscontrano un generico rimpianto dei tempi della Repubblica Socialista Federale Jugoslava (anche in chi non li ha personalmente vissuti), una mitizzazione spesso acritica della figura di Tito, un’idealizzazione di fratellanza perfetta tra gli Slavi del Sud (da cui, appunto, Jugo-slavia) ed una persistente mancanza di fiducia nel presente e di ottimismo per il futuro. Spesso è incurabile.
Analizzando però la sua versione moderna e non patologica, risulta evidente che la Jugonostalgija in molti giovani balcanici altro non è che la speranza di un superamento degli anni burrascosi dei conflitti. Per quanto imperfetta, la Repubblica Federale aveva infatti unito popolazioni non così simili come recitava la propaganda dell’epoca, ma non così diverse come ha sostenuto quella invece successiva. E non a caso, quelli che seguirono la Seconda guerra Mondiale furono gli anni d’oro dei Paesi della regione.
E mentre un giorno ne parlavo con un caro amico cosmopolita nato in Bosnia, una sua considerazione mi aprì uno spiraglio su un mondo da me all’epoca ignorato.
Ahmed (al secolo Ibrahimpasic, brillante architetto che risiede nella capitale austriaca) infatti mi rivelò che Vienna può forse considerarsi l’ultima città jugoslava tuttora esistente. E mi spiegò il perchè.

herojiLa città che fu cuore pulsante dell’Impero Asburgico ha infatti una notevole popolazione di immigrati provenienti dai Paesi ex-jugoslavi, arrivati durante diverse ondate migratorie. Nel 2011 il Comune di Vienna ne stimava intorno ai 200.000, di poco oltre il 10% della popolazione totale della capitale. La maggior parte vive in quartieri popolari, come Ottakring (la cui strada principale è chiamata ufficiosamente Balkanstrasse) o Favoriten, e per quanto non si possa parlare di vera e propria integrazione, è comunque proficua la convivenza con la popolazione autoctona: le tensioni esistono, ma innumerevoli sono anche i casi di collaborazioni tra le comunità, in tutti gli ambiti della vita pubblica e privata.
Tra le comunità ospiti persistono ovviamente forti pulsioni identitarie (anche estreme, come dimostra la presenza del più forte nucleo di bosniaci wahabiti in Europa), ma le ultime generazioni tendono a smorzarle o a non considerarle un’ostacolo alla familiarizzazione con i coetanei provenienti da altre repubbliche ex-jugoslave.“Dopo le guerre degli anni novanta – racconta Ahmed – ogni Paese ex-jugoslavo è rimasto con una forte maggioranza etnica prevalente su tutte le altre, e l’integrazione delle minoranze non è mai stata in agenda. A Vienna invece non esiste una chiara maggioranza croata, serba o bosniaca, e la lingua comune facilita l’integrazione tra culture molto più simili tra loro che quella ospite. La Storia degli ultimi anni viene comunque raccontata in maniera differente dipendentemente dal Paese di origine, ma a Vienna si è in grado di scherzarci sopra”.
La capitale austriaca è sempre stata metropoli di riferimento per i Balcani Occidentali, e la stessa idea di uno Stato che unisse tutti gli slavi del Sud venne originariamente elaborata qui da gruppi di intellettuali balcanici che vi risiedevano. Ad oggi, è forse l’unico posto dove quel sogno è rimasto vivo e presente.
O forse è soltanto il laboratorio di un progetto che, seppur in forme diverse, potrà in futuro risorgere.

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