Turchia: la toga degli avvocati come simbolo della lotta per i diritti umani

NEL GIUGNO SCORSO IN TURCHIA L’ARRESTO DI PIU’ DI 70 AVVOCATI SCESI IN PIAZZA PER DIFENDERE I DIRITTI DEI MANIFESTANTI CONTRO IL GOVERNO ERDOGAN.

 di Avv. Valentina Copparoni ( Studio Legale Associato Rossi-Papa-Copparoni di Ancona)

 turchia_avvocatiin piazza06 ottobre 2013- Un filmato a volte può far riflettere ed anche  molto. Le immagini a volte possono far pensare più di tante parole ed è di questo che oggi vorrei parlare.
Al Congresso straordinario dell’Unione Camere Penali Italiane  tenutosi a Genova in questi giorni è stato proiettato un filmato (che potete vedere in fondo all’articolo), curato dalla Camera Penale di Roma, che raccoglie le immagini  molto forti sugli arresti dell’11 giugno scorso di colleghi avvocati turchi scesi in piazza per difendere i diritti dei manifestanti contro il governo Erdogan.
Gli avvocati protestavano contro l’operato delle forze dell’ordine che da diversi giorni  cercavano di sgomberare e sedare le proteste coordinate dal presidio dei manifestanti antigovernativi di piazza Taksim; l’organizzazione degli avvocati ”Contemporary Lawyers Association” per prima ha reso noti i fatti raccontando al mondo l’irruzione della polizia turca all’interno della Procura di Caglayan, a Istanbul, dove alcuni avvocati avevano inscenato una protesta contro l’arresto di alcuni colleghi avvenuto nei giorni precedenti e contro l’intervento violento della stessa polizia che aveva causato  il ferimento di un centinaio di manifestanti.

Le immagini parlano da sole, non possono  lasciare indifferenti e non scuotere le coscienze civili di tutti  nella consapevolezza che togliere la libertà ad un avvocato, proprio mentre sta svolgendo il suo compito, non è solo un atto di violenza ma anche il segnale di qualcosa di  pericoloso per tutti. Forse la Turchia può sembrare lontana, le battaglie dei nostri colleghi lontanissime dalle nostre dimostrazioni di dissenso che molto spesso sono arroccate su ben altri fronti  fino a diventare sterili e facile bersaglio di altrettanti sterili critiche.

Cambiando la prospettiva si potrebbe dire che la nostra è una situazione molto fortunata non essendo costretti a combattere questo tipo di battaglie in nome di libertà fondamentali e forse è così, ma l’orgoglio e la fierezza con cui questi avvocati hanno portato e portano avanti i loro ideali è qualcosa di straordinario, senza confini.

Avvocati che “armati” della loro toga, senza mai lasciarla, vengono trascinati via a forza dalla polizia che non si ferma neppure davanti alle loro resistenze.

Una toga contro la violenza e per i diritti umani.

Una toga contro chi  dovrebbe assicurare alla legge  i violenti, i delinquenti e non chi si è reso “colpevole”  di voler tutelare a tutti i costi  i diritti fondamentali come quello della libertà di manifestazione e di pensiero.

Da giovane avvocato quella toga è sempre stata un simbolo importante ma se ci penso bene a volte forse è davvero sottovalutata. Capita che  nella nostra quotidianeità lavorativa venga lasciata in un angolo dello studio o delle aule del tribunale o venga considerata qualcosa di imposto dall’ eccessivo formalismo della categoria più che un simbolo della nostra scelta di vita. In queste immagini, invece, quella toga è indossata dagli avvocati come fosse una corazza, l’unica arma rimasta in loro mano per combattere una battaglia in cui le parole non riescono più a trovare uno spiraglio di libertà e vengono soffocate dal potere attraverso l’uso delle forze di polizia. In questi colleghi leggo l’orgoglio di ESSERE avvocato, lo stesso orgoglio che non viene calpestato neppure quando qualcuno di loro viene strattonato e buttato a terra.

Ciò che vedo e leggo in queste immagini è la fierezza di essere ciò che si è e si è scelto di essere.

Ma gli arresti del giugno scorso non sono stati gli unici in Turchia nell’ultimo anno.Già in gennaio erano stati arrestai 16 avvocati  impegnati nella difesa di persone impegnate in lotte sociali. Un episodio  subito denunciato da molte associazioni dei diritti umani come  Amnesty International e Human Rights Watch oltre che da diverse associazioni di giuristi.Proprio le delegazioni inviate in Turchia a verificare la situazione hanno denunciato la grave violazione  di norme internazionali ed europee sui diritti umani. Il rischio è quello di processi sommari, già preceduti da perquisizioni svolte in spregio a tutte le norme,  e quello di condanne anche molto pesanti per violazione della legge antiterrorismo turca che considera “terrorismo” ogni mobilitazione e lotta sociale.
Altre repressioni collettive di questo tipo contro gli avvocati già nel novembre 2011 quando furono 46 gli avvocati arrestati per avere difeso persone legate ai movimenti kurdi. Molti di questi si trovano ancora in carcere e poche notizie trapelano sul loro destino e tra questi anche il  presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Instanbul sottoposto a procedimento penale per essere intervenuto a favore degli arrestati.

Qualche tempo fa avevamo cercato di ricostruire il quadro della complessa situazione turca grazie ad un approfondimento della nostra Clarissa Maracci  che si chiedeva “ERDOGAN:DITTATORE O SERVITORE DEL POPOLO?” . Ve lo riproponiamo: Instanbul, 9 giugno 2013- Lui si definisce “servitore del popolo”, ma i giovani manifestanti che popolano le piazze delle città turche da più di dieci giorni lo chiamano “dittatore” e chiedono le sue dimissioni. Si tratta di Recep Tayyip Erdogan , primo ministro del paese dal 2002 .  Le proteste, iniziate con l’occupazione di qualche decina di ambientalisti del parco Taksim Gezi di Insanbul nel quale Erdogan è intenzionato a costruire un enorme centro commerciale, sono letteralmente dilagate nel corso di dieci giorni fino a contestare ogni aspetto della sua politica: la repressione della libertà di stampa e di opinione, del libero associazionismo, il proibizionismo, l’islamizzazione di uno Stato laico.

Da “Occupy Gezy” a “Turkish Revolution” – Il movimento nato da 50 ambientalisti “Occupy Gezy” si è trasformato in una vera e propria rivoluzione, guidata dal web e dai social network attraverso i quali i giovani si organizzano quotidianamente per attuare quella che ormai è definita la “Primavera Turca”. Dal 28 maggio  – giorno di esplosione delle risse tra polizia e manifestanti – si contano più di 3000 arresti e 4000 feriti, di cui alcuni in condizioni molto gravi. Lacrimogeni, sfollagente, idranti. Gli scontri con le forze dell’ordine hanno coinvolto in tutto 78 città, tra cui Ankara, Bursa, Antalya, Eskisehir, Izmir, Edirne, Mersin, Adana.

Il potere rivoluzionario di twitter - I giovani che affollano le piazze indossano maglie con scritto  #occupygezi , perché è proprio tramite twitter che è possibile organizzare le mobilitazioni di massa e comunicare al mondo intero il vero volto della Turchia. Nascono come funghi nel web i siti dedicati alla rivoluzione turca, i gruppi facebook che documentano e aggiornano in tempo reale gli abusi della polizia sui civili. Twitter è lo strumento principale di questa rivoluzione,  al punto che Erdogan lo ha definito  “la più grave minaccia alla società democratica”.

Verso l’islamizzazione della Turchia – Il 3 giugno scorso, Erdogan, temendo forse per la propria incolumità, lascia il paese per una visita diplomatica nei paesi nordafricani. Il giorno dopo, il Vice Primo Ministro Bulent Arinc si scusa ufficialmente con la popolazione “per l’eccessiva violenza utilizzata dalla polizia durante gli scontri”, tuttavia, sottolinea che non si scuserà nuovamente per la violenza procurata da qual momento in poi. Intanto, Erdogan non ha alcuna intenzione ti rinunciare al suo progetto per la costruzione del grandioso shopping center.

Questo progetto tuttavia, rappresenta solo l’apice di una politica autoritaria e antidemocratica, almeno secondo i manifestanti. Erdogan,  59 anni, è esponente del partito AKP ( Partito dello Sviluppo e della Giustizia) di orientamento islamico moderato e ha vinto le elezioni con larga maggioranza per ben tre volte: nel 2002, nel 2007 e nel 2011. Durante il suo mandato è stato perfino in grado di risanare l’economia dalla crisi finanziaria del 2001, causata dalla speculazione edilizia.

Ex calciatore e laureato in economia e commercio, intraprende la carriera politica alla fine degli anni ’70 diventando subito figura di spicco del Partito del Benessere, di ispirazione islamico-conservatrice. Nel 1988 viene condannato e imprigionato per aver recitato pubblicamente i versi di un poeta islamico ( Ziya Gokalp) per istigare all’odio religioso.  ”Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette ed i fedeli i nostri soldati… “. Dopo questo episodio fonda l’AKP, infondendo un carattere più moderato al partito, che ottiene il 34,3% dei voti divenendo primo partito del paese. Una percentuale schiacciante nel sistema elettorale turco, dove vige lo sbarramento del 10%.
Erdogan si è sempre dimostrato un leader moderno, governando un paese in pieno boom economico e traghettandolo verso l’Unione Europea: nel 2008 si ipotizza la candidatura della Turchia come futuro membro UE. E’ l’opposizione di Francia e Germania a spingere il governo di Erdogan a rivedere la sua politica democratica e filoeuropeista. Un improvviso e drastico cambio di rotta dominerà la politica degli ultimi anni.
Dal 2011 infatti, si parla di vero e proprio “processo di islamizzazione” operato dal governo, che perde il supporto dei partiti liberali. Gli emendamenti passati dal Parlamento incidono fortemente sulla libertà di pensiero, di stampa, di associazionismo. No all’aborto, no ai diritti per gli omosessuali, proibizionismo sul consumo di alcool e droghe. La riforma scolastica del 2012 è volta a creare una “generazione di fedeli”. Restrizioni su social media e sanzioni amministrative milionarie ai giornali critici con il Governo. Questa è la politica sociale di Erdogan.
Per quanto riguarda quella economica invece, si punta sui grandi progetti senza consultazione dei cittadini. Del resto – dice il governo – gli elettori si sono espressi in maniera chiara alle votazioni. Così, dal 2010 vengono autorizzati impianti nucleari, discariche , autostrade, industrie dalle pubbliche amministrazioni, noncuranti delle proteste dei cittadini e degli ambientalisti.

Infine, c’è la questione Siriana , vissuta in Turchia con grande tensione. Nel 2011, 34 civili furono bombardati da un F-16 turco, nei pressi del confine iracheno.   Questo simboleggia l’atteggiamento di Erdogan in politica estera e nei confronti della minoranza Kurda Anche sta volta, il primo ministro rifiuta di scusarsi con le famiglie delle vittime.
La posizione di Erdogan – Per la prima volta, dopo 10 giorni di dura repressione delle manifestazioni, alla quali hanno preso parte 640.000 persone , Erdogan fa un passo indietro : il suo governo è contro la violenza e aperto alle richieste democratiche avanzate dai manifestanti. “Noi siamo contro il terrorismo, la violenza, il vandalismo e le minacce alla libertà degli altri”, ha detto Erdogan. “Il mio cuore è aperto davanti a chiunque avanzi richieste democratiche”.La sua apertura arriva subito dopo il monito dell’UE . Il commissario UE all’allargamento, Stefan Fuele, ha dichiarato i giorni scorsi in un convegno nella capitale Turca “L’uso eccessivo della forza contro chi manifesta pacificamente il suo dissenso non trova spazio in una democrazia e la Turchia deve indagare subito sulle violenze della polizia contro chi ha protestato contro il governo, punendo i responsabili”. Anche la Merkel aveva ammonito il governo turco, definendo le manifestazioni di protesta quale parte di uno stato di diritto. Da parte sua Erdogan, rientrato dal summit nel nordafrica, ha trovato ben 10mila sostenitori all’aeroporto di Instanbul. Le urla della folla scandivano lo slogan “Allah è grande”, “Schiacciamoli”, “Istanbul è qui, dove sono i vandali?”. Rincuorato, risponde così ai sostenitori “Dicono che sono il primo ministro del 50 per cento dei cittadini. Non è vero. Abbiamo servito tutti i 76 milioni di turchi, dall’est all’ovest. Insieme siamo la Turchia. Siamo fratelli” e conferma la sua posizione ferma contro i manifestanti “Quelli che si definiscono giornalisti, artisti, politici hanno, in modo irresponsabile, aperto la strada all’odio, alla discriminazione e alla provocazione”.

La protesta continua – Ad Instanbul e nelle altre 78 città turche, i manifestanti continuano a scontrarsi con la polizia. Amnesty International denuncia ben 5 persone in pericolo di vita, mentre non è confermata la notizia sui due morti ad Instanbul, dove si sono registrati 1000 feriti. Dati non confermati dai media nazionali turchi.
Erdogan, da parte sua, si difende in questo modo «Se chiamano chi ha servito il popolo dittatore, non hanno capito niente» e «la dittatura non scorre nelle mie vene e non è nel mio carattere. Sono il servo del popolo».

 

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