Sport e Diritti, 28 puntata- Yes, we can: la storia di Magic Johnson

Ci sono a volte, nella vita di una persona, degli accadimenti che segnano lo spartiacque tra quello che poteva essere e quello, invece, che non sarà.
A volte, le persone, di fronte a questi accadimenti, si lasciano sommergere e affogano nelle onde amare di un destino crudele.
Altre volte, invece, c’è chi riesce a far emergere la testa tra i flutti e con i muscoli e il cuore si mette a nuotare ancora più forte verso la vita.
Ecco, in una di queste volte c’è tutta la vita di Earvin Johnson Jr., che la gloria sportiva prima ancora che l’esempio che ha dato nella vita ha consacrato alla fama con il nome di Magic. Magic Johnson.

Il numero 32 dei Los Angeles Lakers, un uomo alto e forte che con il pallone da basket ha vinto tutto, dimostrando di essere il migliore. Un uomo che nella vita ha perso tanto, ma è riuscito, con gli stessi muscoli con cui sgomitava in campo, a dimostrare che sì, di fronte a tutto, ce la si può sempre fare.

Magic, playmaker atipico perchè alto 206 cm dei Los Angeles Lakers, formidabile palleggiatore e ispiratore con strabilianti passaggi dietro la schiena e halley-oop delle schiacciate dei suoi compagni, e dei celebri ganci-cielo di quel pivot dagli occhialoni bizzari con cui formò il motore dei Laker del mitico coach Pat Railey per tanti anni: Kareem Abdul-Jabbar.

Earvin Jr. nasce a Lansing (Michigan), il 14 Agosto del 1959, figlio di una bidella e di un operaio della General Motors in una famiglia di altri otto tra fratelli e sorelle. Il campetto del quartiere diventa l’arena degli albori del mito, dove il piccolo ma già alto Earvin si allena ore ed ore tutti i giorni.

Il soprannome “Magic” arriva a scuola, alla Everett High School, quando un giornalista sportivo osserva la performance da 36 punti, 16 rimbalzi e 16 assist di quel quindicenne.
Dopo l’esperienza del college nel campionato NCAA nelle file dei Michigan State, al draft NBA del 1979, per Magic Johnson si spalancano le porte dorate del basket dei giganti: LA Lakers, la maglia che Magic cucì addosso ai suoi muscoli neri per tutta la sua vita.
Il suo primo anno è stupendo, il titolo di rookie of the year è lì a portata di mano: ma a sfilarglielo ci penserà il suo eterno rivale, nemico-amico di mille battaglie per la vittoria. Così uguali, stesso DNA di campioni, così diversi: il biondo boccoloso Larry Bird, maglia biancoverde dei Boston Celtics cucita addosso alla sua pelle bianchissima.

Per molti anni Los Angeles Lakers e Boston Celtics monopolizzano l’NBA, i due campioni si spartiscono i titoli e vedono passare tanti campioni nei parquet della pallacanestro degli angeli alati. Ma nessuno forte come loro. Fino a quel giovane straordinario al quale lasciano le chiavi dell’Olimpo
del basket stellare: Micheal “Air” Jordan.

Poco prima dell’inizio della stagione NBA 1991-92, arriva la notizia che shocka il mondo intero: Magic Johnson è sieropositivo.

H.I.V. Tre parole che da sole possono combiare una vita intera e la vita ti tante altre persone che ti vivono accanto. O forse no.
Magic Johnson, da quel momento terribile, è diventato il testimonial vivente che sì, davvero, si può fare. Si può vivere come persone normali, e le persone che ti vivono accanto devono imparare a guardarti come una persona normale. Anzi, come un campione, se lo sei. E Magic lo è sempre stato. Nel parquet e nella vita.
A 32 anni, con 12 stagioni da professionista alle spalle, Magic Johnson ufficializzò il ritiro dall’attività. Nonostante non avesse preso parte a quella stagione, Magic fu in ogni caso il quarto giocatore più votato per disputare l’All Stare Game, la grande sfida finale tra i più forti giocatore della East e della West Conference Nba.

Dopo aver ricevuto il parere medico favorevole, tra lo scetticismo di alcuni compagni e avversari, Magic Johnson scelse di prendere parte all’All-Star Game. E lo fece, come suo solito, da grandissimo campione: 25 punti, più 9 assist e 5 rimbalzi. E a fine gara la proclamazione come MVP, miglior giocatore della partita.

Magic annuncia il ritorno al basket, l’obiettivo sono le Olimpiadi di Barcellona 1992. Il Dream Team americano, per la prima volta la nazionale stelle e strisce mandava ai giochi olimpici le stelle della National Basket Association. C’erano, oltre a Magic, Larry Bird, Karl Malone, Scottie Pippen, Micheal Jordan e tanti altri campioni. Medaglia d’oro. Il tetto del mondo per poter dire che anche un sieropositivo può essere campione, e uomo.
Per la stagione successiva Magic dapprima annuncia di voler tornare a giocare per i L.A. Lakers, poi a causa delle polemiche legate alla presenza in campo di un giocatore sieropositivo, il campione decide di desistere.

Ma i Lakers erano nel suo sangue molto più che il terribile virus. Allenò brevemente i gialloviola nel 93-’94, divenne vicepresidente della società nel 1994-’95 e poi riprese a giocare nel 1996. Trentasei partite e qualche chilo di troppo. Ma ormai Magic era un mito capace di catalizzare l’attenzione di milioni di amanti del basket sulla NBA e sull’HIV.

Magic era un vero campione. Mise la sua popolarità e la sua storia al servizio della causa più nobile. Creò la Magic Johnson Foundation, per raccogliere finanziamenti da destinare a programmi per la lotta contro la diffusione dell’AIDS.

Ogni attimo della sua vita, con ogni muscolo del suo corpo, e con ogni sorriso del suo viso Magic ha mostrato al mondo cosa significa essere campioni.

T.R.


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