Priebke: ad un anno dalla morte di un uomo che non ha mai chiesto perdono

L’EX CAPITANO DELLE SS CONDANNATO ALL’ERGASTOLO PER L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE

di Avv. Tommaso Rossi (Studio Legale Associato Rossi-Papa-Copparoni di Ancona)

La domanda che tutti, laici e credenti, di ogni fede e religione è questa: può la morte lavare le colpe, tutte le colpe, e la misericordia portare alla pace e al perdono? Ad un anno di distanza, poi, la morte dovrebbe aver portato la pace.

Qui parliamo di un uomo di cent’anni, un uomo che uccise centinaia di uomini, 355 solo nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, rappresaglia a seguito dell’attentato di via Rasella a Roma. Certo era la guerra. Certo oggi parliamo della morte di un vecchietto di cento anni compiuti. Ma parliamo anche di un uomo che non si è mai pentito. Mai chiesto “PERDONO”.

Una parola così semplice, eppure così difficile, da pronunciare contro il vento della storia.

Era il 23 marzo 1944: Kappler ordinò le esecuzioni di 335 ostaggi, da fucilare per rappresaglia dentro le Fosse Ardeatine. Operazione condotta il giorno 24 marzo  dall’SS-Hauptsturmführer Capitano Eric Priebke.

I funerali di Erich Priebke dovevano tenersi a Roma, ma una levata di scudi del Sindaco Marino e del Vicariato avevano fatto sfumare quella possibilità. Roma, città dove Priebke risiedeva dopo la detenzione giusto un anno fa si interrogava se dare o meno l’onore di un funerale cristiano ad un gerarca nazista che uccideva uomini e donne. E bambini.

Il legale dell’ex SS  spiega che l’intenzione di Priebke era che la salma tornasse in Argentina per la sepoltura. A Bariloche, dove anni fa si era rifugiato, vicino alla moglie. Il governo argentino aveva subito fatto sapere che non avrebbe accettato il corpo di Priebke, considerato un “criminale nazista”. «Gli argentini non accettano questo tipo di affronto alla dignità umana», le parole del ministro degli esteri sudamericano.

Appresa la notizia della morte, a Roma, qualcuno ha pensato bene di scrivere sul muro a pochi metri dall’abitazione dell’ex gerarca nazista:  «Onore a Priebke». Scritta + svastica, in tempo di crisi la stupidità a volte non ha prezzo.

E non ha vergogna.

Il funerale doveva tenersi il 15 ottobre, vigilia di un anniversario purtroppo impresso nella memoria della Capitale:  16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento nazista nel Ghetto della Capitale cui seguì la deportazione di centinaia di ebrei nei campi di sterminio.

Perché un vecchio ultracentenario non dovrebbe meritare la pietas umana e di Dio che si deve ad ogni essere umano?

Chiedere scusa, ammettere le proprie colpe, capirle. A volte, si sa, questo fa la differenza. Eccome.

Erich Priebke, invece, nonostante i tribunali penali, le condanne e la riprovazione morale umana, non si è mai pentito. Al contrario, in un video-testamento lasciato poco prima di morire dice: «Non rinnego il mio passato, ho scelto di essere fedele al mio passato e ai miei ideali». Ed anche: «A Norimberga sono state inventate un’infinità di accuse: sulle camere a gas nei campi di concentramento io aspetto ancora le prove, falsi i filmati dei lager. Niente camere a gas, salvo quella costruita a fine guerra dagli americani a Dachau».

Alla fine si era optato per una cerimonia privata nella Cappella dei Lefebvriani ad Albano laziale, ma anche quella è stata annullata per infiltrazioni di estremisti e scontri. Tra questi alcuni esponenti di Militia (estrema destra) e anche di tedeschi che si si spacciavano come suoi parenti. Gli scontri tra militanti di estrema destra armati di caschi e catene e manifestanti anti-Priebke sono proseguiti fino a tarda seraIl prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, d’accordo con le forze dell’ordine, ha vietato l’ingresso nella Cappella a un gruppo di appartenenti all’estrema destra. Il sacerdote ha così sospeso la cerimonia funebre. La motivazione alla base della decisione del prefetto di Roma, si è appreso, era quella di evitare che il rito funebre si trasformasse in un raduno pubblico di estremisti di destra.  La bara resta custodita dai Lefebvriani, cattolici ultra conservatori prima scomunicati poi “graziati” dalla Chiesa di Roma.

Anche la morte diventa Guerra, guerriglia in questo caso: è scritto nel DNA di quest’uomo.

LA STORIA DI PRIEBKE E LA SENTENZA . Erich Priebke aderì al Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi nel 1933. Era tosto, cattivo e fedele agli ideali Queste caratteristiche piacquero a Heinrich Himmler, che lo fece entrare nelle SS dove Priebke raggiunse il grado di capitano (SS-Hauptsturmführer).

Dopo l’armistizio e fino al mese di maggio 1944 operò a Roma sotto il comando di Herbert Kappler. Dopo l’attentato che i Gruppi di Azione Patriottica (o GAP) fecero ai danni di una compagnia del battaglione Bozen in via Rasella, il 23 marzo 1944, Kappler ordinò le esecuzioni di 335 ostaggi, da fucilare per rappresaglia alle Fosse Ardeatine.

Negli anni ’90 la partecipazione di Priebke, ormai stabilmente rifugiato a Bariloche, al massacro delle Fosse Ardeatine viene denunciata nel libro di Esteban Buch El pintor de la Suiza Argentina (Il pittore della Svizzera Argentina). Le autorità italiane inoltrarono la richiesta di estradizione a quelle argentine. Estradato in Italia, nel novembre 1995, venne rinchiuso nel carcere militare Forte Boccea di Roma. La Procura militare chiese ed ottenne il rinvio a giudizio di Priebke per crimini di guerra.

Priebke fu quindi imputato di “concorso in violenza con omicidio continuato in danno di cittadini italiani” per i fatti accaduti presso le Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Il 1 agosto1996, il Tribunale militare dichiarò di “non doversi procedere, essendo il reato estinto per intervenuta prescrizione” e ordinò l’immediata scarcerazione dell’imputato.

La Corte di Cassazione annullò quella sentenza, disponendo così un nuovo processo a carico di Priebke. Egli fu prima condannato a 15 anni, poi ridotti a 10 per motivi di età e di salute; poi, nel marzo 1998, la Corte d’appello militare lo condannò all’ergastolo, insieme all’altro ex membro delle SS Karl Hass. La sentenza è stata confermata nel novembre dello stesso anno dalla Corte di Cassazione[; a causa della sua età avanzata, sia a Priebke che ad Hass fu concessa la detenzione domiciliare, con progressivi permessi di uscire.

Sarà ciò che c’è dopo la morte, forse, a portare l’uomo Priebke a quel giudizio morale che il militare Priebke, forse, non ha mai voluto affrontare con se stesso.

Un giudizio in cui le anime salve di 335 uomini e donne e bambini grideranno a Priebke l’abominio di una vendetta, la miseria della viltà.

 

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