La storia segreta dell’Inat

ALLA SCOPERTA DELLA PAROLA CHE PIÙ DI OGNI ALTRA RIVELA I BALCANI

di Tommaso Cassiani

inatAttraversando I Balcani non è raro imbattersi in parole di origine turca.

Cinquecento anni di occupazione…, ci si sente spesso dire con tono rassegnato.

Non importa che la maggior parte di questi vocaboli abbia in realtà radici indiane arabe o persiane, cosi come il fatto che la presenza ottomana sul territorio varii dai neppure 200 anni in Slovenia ai quasi 500 in Bulgaria – la connessione popolare prevale ancora su etimologia e storiografia.

E’ quindi comune sorseggiare caj (the) e kafa seduti al tavolino di un bar o esortare gli amici con un ajde! (dai, andiamo) di incoraggiamento.

Ma la parola che più in assoluto definisce l’animo balcanico, coniata in Oriente ma resa propria dai popoli che nei secoli hanno abitato l’omonima penisola, è senza dubbio alcuno inat.

Probabilmente pochissime parole nel mondo riescono a riassumere in quattro lettere una così controversa ampiezza di significato. L’inat non ha infatti una definizione precisa, ma può essere riassunto come una testardaggine controproducente, vanaglorosiamente eroica, dichiaratamente autodistruttiva e perpetuata all’infinito con toni progressivamente sempre più melodrammatici.

Ritrova parentele etimologiche nell’arabo aneed (da cui probabilmente proviene) e nel greco ginati, ma in queste due lingue significa semplicemente testardo, mentre nei Balcani la parola ha preso vita propria.

Perchè nella Storia dei Paesi balcanici si susseguono quasi ininterrottamente decenni di occupazioni straniere e brevi periodi di rivolte dall’esito non sempre favorevole, ed è abbastanza naturale che nella cultura locale l’ostinazione acquisica col tempo valore positivo.

Oggi l’inat (soprattutto in Serbia, al punto da essere spesso definito come srpski inat) non ha più soltanto le connotazioni patriottico-identitarie che lo resero una caratteristica vincente dei primi partigiani antiottomani (i cosiddetti hajduk), ma si riflette quotidianamente sulle azioni del cittadino medio della penisola.

La donna che fa crescere di proposito i rami della sua pianta sul balcone in modo che invadano quello del vicino dopo che quest’ultimo l’aveva accusata che lo facessero quando ancora non era successo, o l’uomo fortemente colpito dalla crisi economica che compra un’auto di lusso (ma di seconda mano) a scapito della sua famiglia soltanto per dimostrare al mondo che non è stato abbattuto dalla sorte, sono entrambi esempi facilmente riscontrabili nella realtà balcanica.

Ma il danno peggiore l’Inat lo fa quando è la politica a farne vessillo: un diplomatico britannico di mia conoscenza ricordava spesso, per esempio, di quando un noto politico bosniaco si rifiutò di recarsi ad una importante negoziazione post bellica a Londra in quanto offeso dal titolo (a suo parere poco importante) con il quale era stato definito nella lettera d’invito.

  • E’ nel vostro interesse andare alla negoziazione? – gli chiese dunque.

  • Si.

  • E quindi andrete?

  • No.

  • Questa è una posizione stupida.

  • E allora sarò uno stupido. – era stata la risposta.

L’inat può in alcuni casi avere valore positivo (come quando, durante il bombardamento di Belgrado, è diventato quasi la ragion d’essere di un intera città che ha cercato orgogliosamente di preservare i riti della normalità a dispetto delle bombe), ma è generalmente causa concomitante di tante delle sventure balcaniche. Eppure, in pochi lo rinnegherebbero come elemento negativo del proprio bagaglio culturale.

Questa parola turca assurta a simbolo di popolazioni simili ma distinte, e il loro attaccamento per l’attitudine controproducente che rappresenta , saranno per sempre un intricato enigma di impossibile comprensione per uno straniero.

Rendendo forse i locali ancora più orgogliosi di averlo come carattere distintivo.

 

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