La “Damnatio memoriae” dell’Oratorio di Flavio Evenzio

MOSAICO PALEOCRISTIANO ABBANDONATO IN NEGOZIO DI SCARPE

di Giampaolo Milzi – Ancona -

foto Oratoiro mosaico F&D1Un mosaico di oltre 1.500 anni fa, relegato nel sottoscala di un negozio di scarpe, in pieno centro cittadino. Condannato ad una sorta di contemporanea “damnatio memoriae”. Dimenticato, fortemente deteriorato, abbandonato a se stesso. Meritevole tuttavia di un pronto soccorso in quanto ancora potenzialmente capace di testimoniare il primo radicarsi della religione cristiana ad Ancona. Una ri-scoperta, quella del nostro Urlo. Visto che quelli che i più importanti testi degli storici locali (e non solo) celebrano come i resti di un antichissimo oratorio con cripra funeraria, erano venuti alla luce nel lontano 1879, a 3 metri e mezzo di profondità, all’angolo tra corso Garibaldi (civico 112) e via Marsala, sotto l’attuale sede dell’esercizio commerciale “Grandinetti”.

Va sottolineato che 134 anni fa, gli archeologi, compiuti gli scavi, ebbero modo di ammirare stupefatti molto di più di un semplice scampolo di pavimentazione ornamentale. Si trattava di un locale piuttosto ampio, circa 11 metri per 8, parte absidale di un vano rettangolare ancora più grande. Individuato dagli studiosi come la probabilissima cappella privata – databile IV – V secolo d.C. – con annesso sepolcro, di Flavio Evenzio, valoroso veterano dell’esercito romano convertitosi alla fede in Gesù, in quell’epoca in fortissima espansione nel decadente impero dei Cesari. Le aree musive tricrome (bianco, nero, giallo ruggine), ancora in buone condizioni, erano due. La prima, semiovale, caratterizzata da un vaso (o cantaro) e due gruppi di tralci con grappoli d’uva e foglie stilizzate. La seconda decorata a motivi geometrici con cerchi, rombi e losanghe.

Il sopralluogo di Urlo sul posto ci ha propinato un’amarissima sorpresa. Dell’intera superficie inizialmente messa in salvo, resta visibile solo parte della prima zona. I tasselli musivi compongono ancora il vaso da cui si dipartono a spirale i tralci, si intravedono le foglie in forma di croce, si percepisce l’antichissimo lavoro di alto valore artistico e storico. Fantasma, invece, la seconda zona con motivi geometrici. Così come la scritta che in origine separava le due parti, “Vinea facta est dilecta in cornum in loco uberi”, citazione di un passo biblico (Isaia, V, 1). E poi un giallo, ancora irrisolto. Le relazioni degli esperti certificano che il sito ospitava anche una colonnina in travertino con una seconda epigrafe, col testo (Fl. Evintius veteranus benemeritus feci sepulcrum in re mea ubi requiescam…) commemorativo del citato combattente delle legioni romane. Questa colonnina è incredibilmente sparita. Quando è più che arduo saperlo. Le cause principali della perdita di queste memorie e testimonianze? Il progressivo e ininterrotto degrado che ha caratterizzato l’intero sito archeologico. A partire dalle ferite subite a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. E dai danni causati da allagamenti, e da un’alluvione, probabilmente quella che devastò Ancona nel 1959. Eventi che contribuirono a ridurre di molto i metri quadri di pavimentazione emersi nella seconda metà dell’800. Quanto alla Soprintendenza ai beni archeologici, è certo che negli anni ’80 aveva posto sotto vincolo di tutela ciò che di comunque rilevante rimaneva dell’Oratorio di Flavio Evenzio. Che fece un primo tentativo per acquistare l’area, con diritto di prelazione, al fine di sistemarla e proteggerla adeguatamente. Un progetto che allora necessitava di appena 5 milioni di lire, ma il Ministero negò il finanziamento. All’inizio degli anni ’90 la Soprintendenza finalmente riuscì a realizzare un intervento di sistemazione conservativa, con la collocazione di un telaio in metallo a sostegno di vetrate poste a 20 cm sopra la pavimentazione musiva. Ma da allora sono passati un paio di decenni e, di fatto, l’opera protettiva non si è dimostrata all’altezza della situazione. L’intero perimetro dello “scudo” in vetro non aderisce più alle mura circostanti, aprendo le porte ad ingenti infiltrazioni di umidità, polvere, sporcizia, pezzi di intonaco. Il reperto è sotto il costante attacco delle condense d’acqua e della muffa. Che avrebbero potuto infierire ancor di più qualora la signora Maria Ida Grandinetti, nel 1999, non avesse collocato a sue spese un impianto di ventilazione e deumidificazione nel deposito del negozio di scarpe che gestisce, dove giace la derelitta archeo-memoria paleocristiana. Da allora il sito non è stato oggetto di alcun sopralluogo, né di alcuna iniziativa di manutenzione da parte della Soprintendenza. “Ho scoperto i mosaici sotto vetro quando con mio fratello ho iniziato ad utilizzare come deposito di calzature i locali sotto il negozio, presi in affitto dalla proprietà (la Sergio Rossi spa, ndr.) – racconta la signora Grandinetti – La Soprintendenza non ci ha mai contattati”. Chissà se la Soprintendenza è al corrente del clamoroso flop del suo intento conservativo della millenaria pavimentazione… Probabilmente se ne sono rese conto le scolaresche – appena un paio, l’ultima 6 anni fa – che hanno avuto comunque la fortuna di poter visitare il sito grazie alla piena disponibilità dei negozianti.

Questo articolo vuol essere anche e soprattutto un sos in forma di laica preghiera: che al più presto le istituzioni provvedano all’impellente necessità di un restauro davvero conservativo; e magari studino la possibilità tecnica di una pubblica e agevole fruibilità.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

 

 

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