“Io, anconetana sotto il cielo della II guerra mondiale”

IN OCCASIONE DELLA LIBERAZIONE, VINCENZA BOVIO RACCONTA COME SCAMPO’ ALLE BOMBE

- di Giampaolo Milzi – Ancona

Vincenza Bovio da ragazzina
Vincenza Bovio da ragazzina

C’erano una volta ad Ancona una ragazzina d 13 anni e una stramaledetta guerra che per uno strano destino sembrava proprio non darle tregua. A modo suo, Vincenza Bovio, anconetana verace dell’antico e popolare rione Guasco-San Pietro, quella sua “guerra nella guerra” l’ha vinta. Perché oggi, a 70 anni dall’uragano di ordigni che a più riprese, tra l’autunno del 1943 e l’estate del 1944 si abbatté sul capoluogo dorico e sulle Marche, ci riceve più che arzilla e col sorriso nel suo appartamento in viaTibaldi. E riesce a stendere un velo di lucidi ricordi, debellando attimi di intensa commozione, su quel periodo tragico, che solo ad Ancona provocò 1500-1700 morti, devastando il 70% del centro storico. Vincenza, classe 1930, è una di quelle che ce la fecero. Tra le appena 27 persone scampate all’ecatombe del bombardamento del 1 novembre 1943 che si accanì in modo particolare, distruggendolo, sull’ex rifugio delle carceri di Santa Palazia. Il mese precedente gli aerei degli alleati anglo-americani avevano preso di mira anche Passo Varano, dov’era sfollata prima di tornare con le sue gambe al fatale appuntamento con altre bombe ad Ancona. Nel giugno del 1944, quegli aerei – pilotati dai liberatori, ma subiti come una persecuzione – la risparmieranno quando mitraglieranno l’istituto religioso di Macerata dove era andata a studiare.

 2F&D foto bombe via FantiSì, ce l’ho fatta. Ma il 1 novembre 1943 mi ha segnato il cuore. Perché ho perso mio padre Michele, che a Santa Palazia ci lavorava. E la mia vita, ovvio, non è stata più la stessa”. Quel carcere così vicino, quasi familiare, e poi trappola mortale per 724 persone – molti detenuti, ma soprattutto civili – che quel giorno ne avevano affollato il ricovero. Impaurite, certo, ma quasi sicure di salvarsi. “La mia, una famiglia numerosa, originaria di Minervino Murge, provincia di Bari, abitava proprio lì di fronte, in una palazzina in affitto in via Fanti (oggi via Birarelli, ndr.). Mio padre era guardia carceraria a Santa Palazia. Naturale che quando sentivamo le sirene degli allarmi aerei entrassimo nel rifugio del penitenziario. Bastava attraversare la strada”. Già, via Fanti. Per Vincenza, le sue tre sorelle e il fratellino era la vita, assieme alla suola e alla casa. “Dopo Francesca, che aveva 19 anni, io ero la più grandicella, frequentavo la seconda media. E con Maria, Elsa e Andreuccio (rispettivamente di 11, 9 e 8 anni, ndr.), ma anche con le amichette del rione, giocavamo quasi sempre in via Fanti”.

 Una famiglia tipo della piccola borghesia anconetana, i Bovio.

Ancona, 1/11/1943, la Chiesa di San Pietro distrutta
Ancona, 1/11/1943, la Chiesa di San Pietro distrutta

Il padre, stimatissimo per la sua professionalità, la madre Rosa Lacidogna, casalinga, la giovane Francesca assunta con “precettazione” alle Poste in sostituzione di un impiegato partito militare. Un’esistenza semplice, scandita dagli stretti vincoli di amicizia e solidarietà fra i residenti del rione Guasco, divenuti più stretti durante gli ultimi anni di guerra. Vincenza: “Mia madre era all’antica, ci controllava molto, quasi mai ci allontanavamo da davanti casa. Mia sorella Maria era quella che aveva più pura del suono delle sirene, era terrorizzata, ma riuscivo a calmarla. E tiravamo avanti benino. Per il resto, certo, a mano a mano che i mesi del 1943 passavano, l’atmosfera divenne strana per noi bambini. Non avevamo la radio in casa. Ma sentivamo i discorsi dei grandi, parlavano degli attacchi aerei sulle altre città italiane, ricordo quelli su Napoli. Discorsi che dopo settembre si fecero sempre più allarmanti. In ogni caso mio padre era informatissimo e previdente, sapeva che la guerra vera stava arrivando anche da noi. E così un giorno di ottobre, con dolcezza, ci disse che ci saremmo trasferiti a Passo Varano, in una casetta affittata da un contadino, perché la campagna era più sicura della città”. Come ricorda quel periodo? “Ero molto attaccata a mio padre. Faceva tutti i giorni la spola in treno tra Passo Varano e Ancona per andare a lavorare… un gran lavoratore. Mi viene in mente allegro, quando lo abbracciavamo alla stazione”.

 

Il 16 ottobre le bombe martoriano ad Ancona la Palombella, il Borghetto, la stazione ferroviaria, viale De Pinedo (oggi corso Carlo Alberto, ndr.), la zona Archi. Il capoluogo marchigiano, col porto, le infrastrutture di comunicazione, le caserme e postazioni logistico-militari era davvero un obiettivo primario per l’VIII armata britannica che si batteva contro i tedeschi salendo dal Sud Italia. E la mattina del 20 ottobre una decina di caccia inglesi scendono bassi su Passo Varano e mitragliano un treno tedesco carico di armi e munizioni: muoiono un pilota, alcuni militari della Wehrmacht e quattro civili. “Non ce l’aspettavamo – sottolinea Vincenza – Neanche mio padre, che probabilmente pensò che avessimo rischiato di finire dalla padella (Ancona città, ndr.) alla brace (la periferia, ndr.). E allora contrordine, si torna alla casa vera, si torna in via Fanti”. Il contrordine, il ritorno in città coinvolge anche altri anconetani “emigrati” a Passo Varano. E si rivela una beffa spietata. Perché ad Ancona arriva un 1 novembre catastrofico. “Era la festa di Ognissanti, c’era il sole, avremmo pranzato tutti insieme contenti. Aspettavamo mia madre, che era andata a fare la spesa. E mia sorella, che visti i tempi eccezionali era comunque andata alle Poste. Per fortuna non tornarono. A mezzogiorno suonò l’allarme. E ci precipitammo nel rifugio del carcere”. Non sapevate che non era stato ultimato, collaudato, inserito negli elenchi dei rifugi ufficiali? “Io no di sicuro. L’ho detto, per noi spostarci con mio padre a Santa Palazia era ovvio. Era usato ogni volta da tantissima gente, ci incontravo spesso le suore e orfanelle Birarelle (del vicino istituto Birarelli, ndr.) e anche da molte persone di fuori quartiere. Era ben organizzato, da tutti considerato sicuro, più di altri”. Alle 12,55, in rapida successione, quattro bombe da 500 libbre – sganciate da aerei Usa tipo B25 Mitchell -colpiscono proprio Santa Palazia: una proprio all’ingresso in via Fanti, una nel cortile del carcere, due cadono sul complesso dell’edificio. “Poiché con mio padre entrammo tra i primi, io, Maria, Elsa e Andreuccio riuscimmo a sederci sulla panca a pochi metri dal cancello che separava la zona per i civili da quella riservata ai detenuti. Dietro di noi c’erano le Birarelle. Mio padre no, lo intravedo (oltre il cancello, ndr) che di continuo va avanti e indietro, parla, dà indicazioni con piglio deciso, aiuta i detenuti a sistemarsi nella loro zona, probabile che sia rimasto in piedi dall’altra parte. Da allora non l’ho più visto”. E le esplosioni? “Strano, non le ricordo. Mi viene in mente che solo il soffuso chiacchiericcio di fondo delle persone rompeva il silenzio. Poi sì, un grosso tonfo, un rumore cupo, come terra che franasse sopra di noi (probabilmente la bomba caduta proprio sopra la volta del rifugio, ndr). Infine il buio e il silenzio assoluti. Tengo gli occhi aperti, ma riesco a vedere solo che le mie due sorelle e mio fratello sono miracolosamente illesi e vigili, come me. Un’atmosfera irreale, non un urlo, né un gemito. Come un sogno che quasi subito si trasforma in un incubo”. Come siete riusciti ad uscire? “Oscurità quasi totale, smarrimento. Non ho notato ne corpi senza vita né feriti. Ma quella luce, sì, l’ho vista. Veniva dal cancello, dalla zona dei detenuti. Che lì avevano aperto una breccia tra le macerie. E coi sopravvissuti siamo passati, ci siamo ritrovati fuori, in area carcere, siamo saliti lungo la rupe, abbiamo raggiunto il giardino del direttore di Santa Palazia. E lì che ci siamo resi conto della tragedia, della strage”. In che senso? La voce di Vincenza trema, ha gli occhi lucidi: “Una confusione indicibile. I vivi cercavano a fatica di ricomporre le salme dei morti. Feriti ovunque. Pianti. Urla di disperazione. Un trauma. Perdetti la cognizione del tempo…”. “Ecco – continua – ora mi viene in mente quando scendiamo dalla zona verde in strada attraverso le scalette (quelle che oggi costituiscono il nuovo accesso alla zona parco del Vecchio Faro ai Cappuccini, ndr.). In via Fanti eravamo sbalorditi del fatto che non ci fossimo fatti nulla. In mezzo alla bolgia, non ci resta che metterci seduti. Un’attesa di ore. Rotta dall’arrivo di mia madre, ci aveva ritrovati, ma era sconvolta, perché mio padre era sparito”. Nel frattempo, accanto alla voragine aperta da un ordigno di fronte all’ingresso del carcere, arriva anche Francesca. “Mi pare che mia sorella, dalle Poste, avesse raggiunto il rifugio di via Menicucci, che poi era passata in piazza Roma piena di macerie, così come era in rovina tutto il percorso che fece per salire, a fatica, fino in via Fanti. Sconvolta anche lei, dov’era papà?”.

 Una testimonianza sull’agente di custodia 45enne Michele Bovio, riferita al 1 novembre 1943, e in un articolo firmato diversi giorni dopo da Osvaldo Di Tullio su un supplemento del quotidiano La Voce Adriatica. Il giornalista scrive che dopo le esplosioni delle bombe, il comandante del carcere, Umberto Nobile si aggira tra morti, feriti e calcinacci nel corridoio del rifugio e chiama a lungo disperatamente, senza ottenere risposta, proprio Bovio e un’altra guardia carceraria, Edgardo Giveri, due dei suoi più stretti collaboratori. Il 1 novembre assieme a Bovio e Giveri persero la vita nel rifugio altri sette colleghi e il direttore del carcere Michele Turchio. Michele Bovio, assieme ad altre 156 vittime, fu sepolto nel giardino del carcere. Una tumulazione in teoria provvisoria, ma che invece si protrasse fino al periodo 1955 – 1959, quando i corpi e resti dei deceduti furono trasferiti nella camera mortuaria del cimitero di Tavernelle. Si dovette aspettare il 1969 perchè tutte le cassette mortuarie di Santa Palazia venissero definitivamente sistemate nel monumento-ossario collettivo costruito, appunto, a Tavernelle.
Il 7 novembre 1943, quando ancora erano in corso le operazioni per sgomberare le macerie e recuperare le salme, Santa Palazia fu di nuovo bombardato e morirono sul posto altri 11 agenti di custodia, il procuratore del Regno d’Italia Ettore Cappello, una suora e un infermiere. E così si decise di sospendere le ricerche dei cadaveri e di chiudere, murare l’ingresso del rifugio.
Intanto la famiglia Bovio si è di nuovo trasferita nella casetta di Passo Varano. Ha portato con sé la speranza che il padre, in qualche modo, sia sopravvissuto. L’abitazione di Ancona, in via Fanti, tra le poche ancora in piedi, è appena scalfita. Vincenza: “Spesso mia madre, una conoscente e la figlia andavano all’appartamento di via Fanti a recuperare qualcosa di utile. E mamma chiedeva notizie di papà. Un giorno tornò a Passo Varano in lacrime, ci disse, semplicemente, che papà non c’era più”.

 La guerra tira dritta. E dopo essersi portata via per sempre Michele Bovio e centinaia di anconetani, continua a mietere, dal cielo, altre vittime anche e soprattutto fra i civili. Ad Ancona, a fine novembre ‘43 i residenti sono solo 15-20.000 sui 60.000 ante-conflitto, a gennaio ’44 sono ridotti a circa 4.000. “A Passo Varano siano rimasti pochi giorni. – prosegue Vincenza – Siamo sfollati anche noi il più lontano possibile, a Monte Fano. Una brava e agiata donna del paese ci ha ospitati per un po’ al piano terra della sua bella casa. Poi ci siamo spostati in uno degli appartamentini che il Comune di Monte Fano aveva assegnato gli sfollati, nella piazza centrale”. Ci fu molta solidarietà, anche istituzionale… “Sì, il Comune ci dava pure un sussidio. Durante quel periodo di sfollamento stavamo abbastanza bene, almeno noi ragazzini, riuscivamo a viverlo come una specie di vacanza. E mamma riusciva ancora a raggiungere l’abitazione di via Fanti, ad Ancona, per recuperare altri beni, i viveri che mio padre aveva coscienziosamente messi da parte in vista di tempi duri. Oppure raggiungeva Jesi, per andare a trovare mia sorella, che aveva ripreso a lavorare lì, perché lì si erano trasferite le Poste di Ancona”. La campagna marchigiana che inizia a fiorire, il calesse trainato dal cavallo come mezzo principale di spostamento. Clima di vacanza? Per modo di dire. Gli aerei caccia anglo-americani continuano a imperversare e a colpire, anche lungo le strade. E di strada, in primavera, Vincenza ne ha fatta tanta, per raggiungere Macerata, dove prosegue la scuola in un collegio di suore. Studia, mangia e dorme lì. Fino all’ennesino appuntamento con la guerra, quando i caccia mitragliano proprio quell’istituto. Illesa anche stavolta. Siamo a fine giugno, passaggio del fronte, poco prima della liberazione di Macerata. “Mia madre non ci pensa su due volte, viene a prendermi col calesse e mi riporta a Monte Fano. Addio suore, addio collegio”. A Monte Fano i Bovio rimangono fino al 1947. Hanno ottenuto una delle prime case popolari costruite appositamente per il rientro degli sfollati, in via Senigallia. Continuano a vivere di sussidi pubblici. Ad Ancona, liberata dai militari polacchi del generale Anders il 18 luglio, la guerra sembra finita ieri. Il cuore storico della città, il porto, sono sfigurati. La città e la comunità dorica resteranno marchiate per sempre dalle indicibili sofferenze patite. Il cui ricordo rimane vivo, in modo indelebile. Senza oscurare, però, la voglia collettiva di ricominciare, per rifondare una città di pace.

 (tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

 

 

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