Il ricordo del medico Carlo Urbani attraverso gli occhi ed il cuore della mamma

 IL 19 OTTOBRE 1956 NASCEVA IL DOTT. CARLO URBANI E OGGI VOGLIAMO RICORDARLO RIPUBBLICANDO LA TOCCANTE INTERVISTA RILASCIATA  DA MARIA URBANI, LA MAMMA DEL MEDICO, IN OCCASIONE DEL DECENNALE DELLA SCOMPARSA DEL FIGLIO AVVENUTA IL 29 MARZO 2003.

di Mosè Tinti

Urbani Quando l’ Avv. Tommaso Rossi mi ha chiesto di scrivere qualcosa sul Dott. Carlo Urbani, nell’anniversario ella morte avvenuta il 29 marzo del 2003, mi ha preso un forte senso di disagio. Cosa scrivere di nuovo su di un uomo del quale tutti conoscono il totale impegno nell’aiutare gli altri, il suo sacrificio per salvare vite umane e il suo fondamentale aiuto nella battaglia alla Sars, l’influenza che stava spaventando il mondo, ma che, grazie a lui, oggi rimane solo un brutto ricordo?  Mi metto a leggere su Internet di questo mio quasi compaesano (Rosora e Castelplanio sono limitrofi) nato il 19 ottobre 1956, morto a 47 anni proprio a causa della Sars, leggo dell’ A.I.C.U., delle celebrazioni che si terranno dal 5 aprile al 10 maggio tra Castelplanio ed Ancona, della sua profonda religiosità, di Mani Tese (Ong nata nel 1964), dell’ Unitalsi (Unione Italiana Trasporto Ammalati a Lourdes e Santuari Internazionali), del volontariato. Allora penso che sarebbe meglio che a parlare del Dott. Urbani sia qualcuno che lo ha conosciuto: grazie ad un mio amico riesco ad avere il numero della mamma, Maria Scaglione in Urbani. La contatto e per telefono sento una squillante voce di una signora distinta che ben volentieri mi concede appuntamento per sabato mattina (30 marzo).

Maria Urbani, come è scritto sul campanello, è una vivacissima signora, ex insegnate e preside in pensione, che mi apre la porta e mi fa accomodare. Si scusa per non essersi pettinata, ma io non ci ho fatto caso per niente.

“Mi scusi, mi vado a sistemare”

Non si preoccupi, Sig.ra, sta benissimo anche così, poi il tutto va a finire su un’audiocassetta…” (non posso non sorridere)

“No, no, ma le pare! Aspetti qui, è per rispetto nei suoi confronti”.

Onorato da tanta premura, rimango solo per alcuni secondi, nei quali penso a come iniziare quest’intervista, un pò emozionato. Voglio parlare della spiritualità di Carlo e di Carlo figlio, ma ho solo un elenco di domande che mi sono appuntato senza sapere come attaccare. Per fortuna, la prima cosa che dice la Sig.ra Maria Urbani, dopo che è ritornata a sedersi, è:

“Carlo c’è. Carlo c’è ancora. C’è attraverso i valori che ci ha lasciato, attraverso l’impegno dell’associazione che ha il suo nome (A.I.C.U., ndr) e continua a realizzare qualche suo sogno, primo fra tutti l’acquisto di medicine per i paesi del terzo mondo…ed ora si sta celebrando il decimo anniversario dalla sua morte.

“ Si..ho qui un calendario delle celebrazioni”.

“ Nell’elenco delle iniziative non ne è stata inserita una che c’è appena stata e mi ha fatto piangere. È stata ieri sera (venerdì 29 marzo, ndr) la processione del Venerdì Santo qui a Castelplanio: quest’anno ad ogni stazione della Via Crucis è stato ricordato Carlo. Purtroppo non sono riuscita a seguirla in prima persona, in strada, ma ieri ho vissuto l’anniversario della sua morte, per la prima volta, come avrei voluto: ricordandolo attraverso quello che era in famiglia, tra la gente e con la sua croce. Ho sentito solo l’ultima stazione che ha raccontato del passaggio di Carlo da questa terra ad una vita diversa.”

Volevo proprio parlare di questo. Leggendo di suo figlio, ho pensato: oggi la società crea idoli basati sull’apparenza, vuoti e privi di contenuto, e questi sono presi come modelli, mentre quella che ritengo essere stata una vita veramente esemplare, quella del Dott. Urbani, perché vissuta nell’Amore e per l’Amore, verso la famiglia e verso gli altri con l’obiettivo di rendere questo mondo un posto migliore, è stata una vita vissuta sottovoce, nell’anonimato”.

“ Quando parliamo degli altri, parliamo dei dimenticati. Tra le tante pubblicazioni in cui si parla di Carlo, ce n’è una, chiamata “Gli altri”, dove lui viene citato insieme a tanti personaggi che sono stati di ispirazione per la sua vita, come Madre Teresa di Calcutta, il Dott. Albert Schweitzer, Maria Montessori: quelli che hanno vissuto per gli altri. E se li ricordiamo è per i messaggi che hanno trasmesso.

Del fatto che oggi siano idolatrati modelli illusori e negativi, do la responsabilità anche ai mezzi di comunicazione che dimenticano spesso il loro alto valore formativo per i giovani che sono dall’altra parte dello schermo, sia di una televisione o di un computer. Allora, parlare di Carlo significa sottolineare quei valori che sono in ognuno di noi, i quali vanno coltivati in famiglia, in società, a scuola e dovrebbero essere maggiormente valorizzati anche dai media, che a volte preferiscono dare risalto solo a ciò che è sinonimo di bassezza o disagio sociale.

Ad esempio, non si parla o si parla poco delle cose belle che si promuovono o di quelli che possono essere dei buoni esempi: Carlo era un medico senza frontiere, ma ce ne sono tanti di medici senza frontiere, come ci sono tante altre figure esemplari. Ecco, far conoscere l’azione, l’esistenza, le iniziative di queste persone significherebbe educare e le famiglie e i ragazzi. Dico solo una cosa: quando una scuola viene intitolata a Carlo, io sono presente e vedo che la scuola non si limita a mettere la targa “Carlo Urbani”, ma si impegna a far conoscere qual’è stato il suo impegno, la sua missione, la sua forza e quindi porta i ragazzi a scoprire che il buono si può fare, che ci sono altri esempi e stili di vita diversi da quelli che vengono propinati dallo show business. Ed io sono felice, rimango ammirata nel vederli vivi, attivi e ricettivi di questi messaggi positivi. Di iniziative come queste, che non riguardano per forza solo Carlo, ce ne sono a bizzeffe, ma se ne parla sempre troppo poco”.

Sicuramente il fatto che il messaggio ed i valori di Carlo Urbani riescano ad arrivare a chi ascolta, giovani e meno giovani, nonostante la scarsa visibilità che a ciò viene data, dimostra la maggiore forza di un simile esempio rispetto ad un Io posto davanti a tutti e a tutto”.

“A breve sarò ospite in una scuola di Osimo per un’altra iniziativa, che non riguarda Carlo, ma affronta il tema del volontariato, sinonimo di solidarietà che altro non è se non la vita al servizio degli altri e che dovrebbe essere la vita di ciascuno se solo sapesse guardarsi vicino. Diceva Madre Teresa: “Non c’è bisogno di venire in India, per trovare l’India: cercatela dove siete””.

Veniamo alle radici. Carlo fin da piccolo stava con i più deboli ed è sempre stato attivo nell’ambito della parrocchia di Castelplanio, organizzava le vacanze per i disabili, faceva volontariato a Loreto, etc. Pare che la dedizione per gli altri sia stata un qualcosa di innato per lui, una sorta di istinto, piuttosto che un qualcosa venuto a crearsi in seguito all’educazione cattolica che ha ricevuto e, per questo motivo, ha forse un valore ancora maggiore.

“ Credo di si, però le esperienze che faceva, le letture che sceglieva, lo hanno arricchito, lo hanno fatto crescere. Un suo collega medico mi ha raccontato che spesso lui e Carlo studiavano insieme e capitava che mio figlio ad un tratto gli dicesse: “Mi piacerebbe vivere come il Dottor Schweitzer”, di cui aveva letto opere, vita, missioni, etc…Questo per dire che Carlo cercava di arricchirsi conoscendo quelli che hanno coltivato i suoi stessi ideali e che hanno lasciato un’eredità, che deve fare crescere quelli che vengono dopo di loro”.

“Lei ha citato vari personaggi che hanno dedicato la vita agli altri, che hanno conosciuto anche la sofferenza nel momento conclusivo della loro esistenza. Lei mi ha anche subito detto della Via Crucis di ieri a Castelplanio, dove ad ogni stazione era ricordato il Dott. Urbani. Questo vuol dire che non sono il solo a vedere un parallelismo tra la vita di Gesù Cristo e quella di Carlo Urbani o di chi ha fatto della propria vita un dono per gli altri. Gesù, morto in croce, per salvare l’intera umanità e Carlo Urbani, morto su un letto d’ospedale, stroncato dalla Sars, ma dopo aver dato al mondo le dritte per sconfiggere quella terribile influenza ed aver salvato, quindi, migliaia se non milioni di persone, che si sono potute curare grazie al suo sacrificio. Il Talmud dice “Chi salva un uomo è come se salvasse il mondo intero” e se è vero questo allora Carlo ha salvato infiniti mondi. Quanto era presente Dio nella mente di Carlo? Cos’è stato Dio per Carlo?”

“Ho un poster che ha fatto fare Don Mariano Picotti, nostro parroco e grande amico di Carlo, riportando una lettera che aveva ricevuto da lui, diretta a lui e a Suor Anna Maria Vissani. Era in Cambogia, era già stato in Africa e scriveva: “i piccoli lumi che brillano nei cuori di quanti si prodigano in questo magma dolorante lasciano sperare, ed il ricordo di chi ha deciso di scendere in questo scenario di continui soprusi e guerre, per morire poi su una croce, mi fa credere che una luce di pace sarà pure nascosta dietro qualche orizzonte”. Carlo era uomo di fede, era quello che, giovane ragazzo, contestava al consiglio pastorale la spesa dei soldi per i fuochi d’artificio, anziché per aiutare i bisognosi; quello che, girando per il Vietnam, si stupiva della presenza delle grandi cattedrali mentre mancavano le medicine; riteneva un non senso spendere tanti soldi per una visita pastorale che poi non avrebbe lasciato nulla di concreto. Ecco, era un cristiano che credeva nei valori più autentici della Chiesa”.

“Scommetto gli sarebbe piaciuto Papa Francesco”.

“Assolutamente si, credo che il nuovo Papa incarni appieno l’essenzialità dell’essere cristiani”.

Ma com’era Carlo Urbani?”.

“Non si pensi che fosse una persona tutta presa dai suoi convincimenti, rigida nelle sue posizioni e per questo bacchettona o introversa e chiusa in se stessa. Tutt’altro: Carlo era un grande amico, coinvolgeva tutti e questa casa risuonava di rumori e vivacità. Con i suoi amici aveva creato una sorta di Club della cucina, cucinavano tutti insieme oppure Carlo si metteva al pianoforte e suonavano e cantavano insieme. Carlo aveva un grande carisma che riusciva ad unire tutti. È stato addirittura allenatore di pallavolo, pur non avendoci mai giocato.”

“Il pianoforte…questa della musica è un vizio di famiglia, Tommaso(figlio primogenito di Carlo Urbani, ndr) suona il sassofono. Per quanto riguarda Tommaso, so per certo che è bravo, invece il Dott. Urbani come se la cavava tra i tasti bianchi e neri?”

“Carlo aveva iniziato a suonare la fisarmonica, però il contatto col piano lo ha avuto da sempre perché anche a me piace suonarlo e questo strumento è sempre stato dentro casa nostra. Anche  quando abitavamo in famiglia, con i suoceri, i fratelli, etc…, avevamo il pianoforte e, quando ci siamo divisi, quando la nostra famiglia è andata a vivere da sola (perché cresceva, io e mio marito abbiamo avuto 3 figli nel giro di 4 anni), mio marito ha voluto fortemente che ci fosse un pianoforte anche dentro la nostra nuova casa perché gli piaceva sentire la musica quando rientrava, quindi i figli sono cresciuti con la musica. Tommaso suona il sassofono e ieri sera lo abbiamo visto sul TG3. In questo momento lui si trova a Taiwan dove ci sono cerimonie in memoria di Carlo ed in una di queste lo hanno fatto suonare insieme ad un altro ragazzo che, invece, era al piano. Insieme hanno suonato “My Way” di Frank Sinatra, la canzone preferita di Carlo”.

“Com’era Carlo Urbani a casa?”

“ Carlo è arrivato dopo tre anni e mezzo di matrimonio, al punto che io e mio marito eravamo preoccupati, quindi l’esplosione del primo figlio è stata una benedizione, era  quello che desideravo, anche perché io sono siciliana, catanese, ed il primogenito maschio è sempre cosa gradita. Io mi auguravo un figlio che riuscisse a superare gli ostacoli che avrebbe incontrato lungo il cammino. Carlo è cresciuto così: in questa casa abitavamo io, mio marito, Carlo e poi gli altri figli, con mia suocera, una cognata vedova con due figli e quindi eravamo in tanti. Era bello vivere insieme, al punto che quando sento dire “quello va a vivere per conto suo”, penso che quella persona si perda tante cose, o almeno questa è stata la mia esperienza. Carlo era un bambino vivace. La nonna, maestra in pensione, gli raccontava la storia come fossero delle favole; la zia era bravissima nel ricamo ed in cucina e questo bambino si arrampicava sulla sedia a guardarla mentre cucinava. Nel frattempo è arrivato il fratellino, c’erano i cugini: Carlo è vissuto in una vera famiglia. Poi, qui accanto, appena fuori da questa casa ci sono le suore e lì c’era l’asilo, il convitto Magagnini, dove lasciavo Carlo quando andavo ad insegnare nelle scuole. L’ ambiente in cui è cresciuto lo ha formato bene, rendendo concreti quei doni che lui aveva già dentro di sé.

“C’è stato un momento in cui Carlo ha deciso di diventare medico, oppure questa scelta è stata solo la logica conseguenza del voler realizzare il proprio impegno?”

“Sempre Carlo parlava di diventare medico. E vi si dedicò con passione, tanto che prese la laurea nei tempi giusti, nonostante vi fosse sempre l’impegno con Mani Tese, il volontariato con l’Unitalsi, le feste e gli spettacoli con gli amici: tante volte noi genitori dovevamo accompagnare i figli nei vari paesi a dar loro una mano a portare gli strumenti”.

Non c’entra niente, signora, mi perdoni, ma da questo punto di vista Carlo mi ricorda un po’ il Dottor Zivago: grande medico, ma con una spiccata vocazione artistica ed umanistica”.

“(sorride) Era ricco di tutte queste cose. A un certo momento, Una volta ho trovato un questionario di Mani Tese, consegnatogli durante un campus, con le risposte di Carlo riportate a mano. Una domanda recitava: “Come passi il tempo libero?”. Carlo rispondeva (aveva circa 18-19 anni): “Se considero l’impegno in parrocchia, l’impegno con i giovani, lo stare con gli altri, il tempo per studiare, il mio impegno sociale, io il tempo libero non ce l’ho”.

“Come mamma, avrebbe preferito che Carlo si fosse “accontentato” di svolgere la professione di medico qui nei nostri paesi?”

“Io pensavo: va a scuola, fa il militare, prende il titolo di studio, trova lavoro qui vicino, mette su famiglia, etc…un progetto comune di una mamma per il proprio figlio. Però, man mano che vedevo il suo progetto crescere, non riflettevo sul fatto che non era quello che desideravo, ma gioivo perché era quello che desiderava chi cresceva. Peraltro io sono catanese e mio padre mai avrebbe pensato che la figlia, appena laureata, andasse ad insegnare lontano dalla Sicilia, ma a quel tempo la mia regione non offriva molto ad una neo-insengnante. Io dissi: “vado fuori, poi appena riesco a diventare di ruolo ritorno”, poi però sono rimasta a Castelplanio, dove mi sono pienamente realizzata. Quindi, penso che l’andare fuori, il non essere legati per forza ad un solo luogo, sia qualcosa di ereditario, che si sia trasmesso anche allo spirito di Carlo”.

“La prima volta che le ha detto “Vado in Africa””.

La prima volta credo sia stato per il viaggio di nozze, poi vi ritornò come medico senza frontiere con Tommaso piccolo (tre anni). Quando è partito per la Cambogia, invece, il discorso era diverso: Tommaso era un ragazzino e Luca (il secondogenito, ndr) ancora non camminava. Nonostante questo, la famiglia è sempre stata unita e tutti insieme andavano e si spostavano. Carlo era sempre felice e soddisfatto…certo, ho pianto disperata, ma da sola, mai facendolo pesare al figlio per farlo partire sereno. Però lui capiva questo mio bisogno di essergli vicina, tanto che mi ha invitato un mese sia in Cambogia che, successivamente, in Vietnam.

“Volevo chiederle degli ultimi giorni, ma non importa, la ringrazio lo stesso…”

“No, no..glielo dico io: c’era la guerra in Iraq, la televisione parlava di guerra e poi accennava ad un’epidemia. Io ero in contatto telefonico e mi rispondeva sempre Giuliana (la moglie del Dott. Urbani), la quale mi diceva che Carlo era in ospedale, in isolamento e che, quindi, non gli potevo parlare. Ci sentivamo quotidianamente con Giuliana, che mi diceva di non preoccuparmi, che mi avrebbe chiamato lui stesso non appena sarebbe uscito. In tutto questo, posso dire che ci sono certe cose che si sentono, senza aggiungere altro”.

“Non volevo parlare della fine, perché non ha senso parlare di fine, quando mi pare chiaro che lei crede che sia semplicemente un nuovo inizio”.

“Alla scomparsa di Carlo, un amico mi ha fatto avere una poesia di Sant’ Agostino, dove scrive: “Non me ne sono andato, sono solo nella stanza accanto”. Non è facile, ma quando si parla dei valori di Carlo, Carlo c’è”.

“Io ho saputo quello che volevo sapere. La ringrazio…se ha ancora il buon cuore di sopportarmi, parlerei un po’ delle celebrazioni di questi giorni”.

“Prima di parlare delle celebrazioni, dico che quest’anno sono usciti tre libri: uno scritto da Suor Anna Maria e Don Mariano “In volo…sul mondo che amo”, sull’argomento della religiosità e dell’essere cristiano in Carlo, che sarà presentato a Jesi, al Palazzo della Signoria il 12 aprile e presso la sede di Azione Cattolica il 10 maggio, sempre a Jesi; un altro sarà presentato ad Ancona presso la Sala del Rettorato, “Il medico della Sars” di Vincenzo Varagona, che contiene testimonianze di amici di Carlo dall’infanzia all’età adulta, e poi c’è Lucia Bellaspiga, giornalista de “L’Avvenire”, che ha aggiornato il suo libro del 2004 “Carlo Urbani, il primo medico contro la Sars”, in particolare il colloquio con Tommaso, che al momento del fatto, allora sedicenne, diceva di voler seguire le orme del padre ed invece si ritrova oggi ad aver fatto altre scelte, delle quali è pienamente soddisfatto”.

“Cosa prova una mamma quando il figlio va a ritirare il premio Nobel per la pace?”(Nel 1999, in qualità di delegato e Presidente della sezione italiana di Medici Senza Frontiere, il Dott. Urbani ricevette questo premio, ndr)

“Intanto una telefonata gioiosa di Carlo, da Macerata: “Mamma, sai, ci hanno dato il premio Nobel a noi di Medici senza frontiere! E lo stesso premio lo avevano dato a Madre Teresa di Calcutta!”. Un’altra volta mi ha telefonato da Roma: “Mamma! Sai cosa succede? Mi hanno eletto presidente nazionale della Sezione Italia di Medici Senza Frontiere!”. Ecco, quando c’erano queste cose importanti, Carlo immediatamente mi chiamava.

“Lei a Oslo c’è andata?”

“No, è andato lui…c’è un simpatico aneddoto: doveva mettere l’abito da cerimonia e l’aveva preso in affitto nelle Marche, ma quando è partito se l’è dimenticato qui ed hanno dovuto spedirgliene un altro. Nella parte finale del suo discorso, come delegato nazionale, si augurava un futuro dove non  ci sarebbe stato bisogno di organizzazioni come Medici Senza Frontiere.

“Lui era rabbioso di fronte all’ingiustizia della povertà che diventava motivo di disinteresse per le multinazionali farmaceutiche le quali, nell’impossibilità di lucrare, non fanno arrivare le medicine più semplici ed essenziali nei paesi dove ce n’è bisogno. E quest’indignazione era tanto più forte perché le malattie per cui si muore di più in paesi come l’Africa sono malattie curabilissime, come ad es. la diarrea”.

“Farmaci anche di poco costo, che se venduti realizzerebbero uno scarso guadagno. Si producono di più i farmaci per la caduta dei capelli o per altre sciocchezze. Carlo diceva che dignità e salute sono inseparabili, quindi se ad un uomo viene tolto il diritto alla salute, gli viene sottratta anche la dignità. Carlo nominava anche spesso la Costituzione italiana: negli artt. 2 e 3 c’è la storia di Carlo. Parlano dei diritti inviolabili dell’uomo, dei doveri inderogabili di solidarietà, della pari dignità dei cittadini, che ovviamente Carlo estendeva a tutti gli uomini. La parola solidarietà è Carlo”.

 

“ Sig.ra Scaglione, lei ha anche citato la Costituzione, in piena linea con il taglio di “Fatto e Diritto”. Non posso che ringraziarla di nuovo per il tempo concessomi e per le cose che ha voluto condividere”.

 

Prima di salutarci, la Sig.ra Scaglione mi regala due pubblicazioni su Carlo Urbani: “Carlo Urbani: uomo, medico, eroe” e “Carlo Urbani: immagini e parole”. Mi porta anche nello studio del Dottore, dove ci sono appese le foto che ha scattato nei vari posti del mondo in cui è stato, i barattoli con dentro spezie, terre di quei paesi dove ha saputo portare speranza e salvezza.

Sulla porta, ci salutiamo e ci scambiamo gli auguri di Pasqua.

In macchina penso alla forza di questa donna che parla del figlio che non c’è più a me, come a tanti altri che l’hanno intervistata in questi anni, mantenendo un contegno ed una dignità che non mi aspettavo. E capisco allora anche come sia stato possibile che il mio quasi compaesano Carlo Urbani sia oggi per tutto il mondo il Dott. Carlo Urbani.

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