Fiat e Serbia:una storia d’amore tutta da scrivere

ANALISI DI UN POLO INDUSTRIALE SERBO ESEMPIO DELLA DELOCALIZZAZIONE FIAT

di Tommaso Cassiani

Fiat 500 L cars in the new FIAT factory in Kragujevac, Serbia, 16 April 2012Kragujevac, un nome che non dice nulla alla maggior parte degli italiani, ma che negli ultimi anni è divenuto determinante per la sorte di uno dei nostri principali gruppi industriali: la Fiat.

Storica città industriale del centro della Serbia, capoluogo della regione della Šumadija, teatro di uno dei più cruenti eccidii ustascia del la Seconda Guerra Mondiale, l’anonimo centro di Kragujevac è stato sin dagli anni Cinquanta sinonimo di automobile.

Era qui infatti che la Zastava, casa produttrice della Yugo (l’utilitaria balcanica per eccellenza), aveva stabilito il suo quartier generale.

Basandosi su dei prototipi di Fiat 128 e Fiat 600, la compagnia yugoslava aveva creato un florido mercato interno diventando in breve un simbolo di orgoglio nazionale, e decadendo poi al seguito dei conflitti che hanno interessato l’ultimo ventennio di Storia balcanica.

Nel 2008 il polo industriale è stato invece rilevato dalla casa torinese, che lo ha riqualificato puntando a renderlo un caso esemplare di delocalizzazione.

Ed arrivando incredibilmente vicina a riuscirci.

Oggi infatti Kragujevac rappresenta un fiore all’occhiello della strategia aziendale Fiat, dando lavoro a 2400 impiegati e puntado ad assumerne altri 1500 nei prossimi mesi. Nell’impianto serbo vengono assemblate le nuove Fiat 500 L e la loro versione a sei posti (chiamata Living e da poco presentata al pubblico), e l’output di quest’anno si è attestato tra le 110 e le 140 mila vetture.

Il ruolo della Fiat è fondamentale per l’economia del Paese balcanico: riattivando e rafforzando il polo storico dell’automobile serba, la compagnia torinese ha generato un indotto di importanza cruciale per uno dei Paesi più poveri d’Europa, incentivando altre aziende a delocalizzare all’interno degli stessi confini (ultimo in ordine di tempo il colosso Americano della componentistica Johnson Controls). Alcuni commentatori si sono addirittura spinti a dire che l’uscita della Serbia dalla recessione che l’ha colpita in questi ultimi anni sia da attribuirsi principalmente all’attivazione del polo Fiat di Kragujevac nel 2012.

Ma come in tutte le storie di successo, c’è un lato oscuro che rischia prepotentemente di emergere nei prossimi mesi. Un così deciso successo industriale è infatti dipendente dai ritmi incalzanti e dalle condizioni lavorative al limite della sopportabilità degli operai locali. E nella città dell’auto serba, che vanta il maggior numero di ristoranti italiani in rapporto alla popolazione del Paese, la tensione cresce rischiando di arrivare presto al punto di conflagrazione.

A fronte dei quasi 11.000 euro di indotto Fiat per ogni operaio, la compagnia torinese paga salari di poco superiori ai 300 euro mensili – di 100 euro inferiori alla media nazionale serba.

Le ore lavorative sono state, a seguito di una serie di proteste dell’unione dei Sindacati serbi, recentemente diminuite da dodici ad otto giornaliere. E la struttura societaria prevede poche possibilità di carriera per gli operai locali, affidando le posizioni di responsabilità quasi solamente ad italiani.

Per questo non è stato particolarmente inattesa la protesta rabbiosa che ha avuto atto a fine Maggio 2013, quando alcuni dipendenti hanno sfregiato la carrozzeria di trentuno auto in produzione, tracciandoci sopra la scritta Mangiarane andatevene dalla Serbia.

Il danno è stato stimato intorno ai 50 mila euro, ma la preoccupazione dei dirigenti Fiat guarda ai mesi che verranno, fondamentali per continuare la cavalcata vincente della 500L che sterzerà presto verso i mercati russo e americano.

Quella tra la Fabbrica Italiana Automobili Torino e la Serbia è una storia d’amore ancora tutta da scrivere. E che non sembra del tutto al riparo da burrascosi divorzi.

 

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