Ecomafia e rifiuti tossici: ‘Tra vent’anni moriranno tutti’

UN ANNO FA, DOPO 16, LE DICHIARAZIONI SECRETATE DEL COLLABORATORE SCHIAVONE

di avv. Tommaso Rossi (Studio Legale Rossi-Papa-Copparoni)

Tumori. Spesso inspiegabili, inaspettati, una maledizione che a volte si accanisce senza un perché.

A volte invece no.

Scorie radiattive, rifiuti tossici interrati nelle cave, e poi politica compiacente e massoneria che muove i fili e aggiusta le cose che gli altri devono o no sapere.

Anno 1997, pentito collaboratore di giustizia, Carmine Schiavone, cugino di “Sandokan” Francesco Schiavone del clan dei Casalesi.

Carmine è un fiume in piena, un fiume che racconta di acque inquinate, e di terreni pregni di rifiuti tossici, di catena alimentare irrimediabilmente compromessa, di tumori e di morte.

L’operazione Spartacus risale a due anni prima, ma come per i rifiuti velenosi sommersi sotto terra, così anche per le sue dichiarazioni ci son voluti 16 anni prima di dissotterarle dalla voragine della secretazione disposta dal PM per ragioni di indagine.
Su richiesta del presidente della Camera Boldrini sono state rese pubbliche un anno fa.
«Entro venti anni gli abitanti di numerosi comuni del Casertano rischiano di morire tutti di cancro», affermava Schiavone. Una maledetta profezia che la storia ha confermato con quello sguardo di chi già sapeva tutto ma non poteva svelarlo a chi magari avrebbe potuto salvarsi. Andandosene.
Autorità che sapevano, o avrebbero potuto sapere. Che avrebbero potuto “fare”- altro che “decreto del fare”- fare qualcosa di concreto per i suoi cittadini. Invece nulla. Sotterare tutto. Come i rifiuti velenosi e mortali. Le ricerche del Cnr e del Pascale, fatte proprie dal ministero della Salute, individuano un picco della mortalità per tumori nelle province di Napoli e Caserta.

Schiavone parlava del business «autorizzato» dei rifiuti velenosi e tossici. Un business che, per il clan dei Casalesi, dal 1990 divenne ricchezza e potenza. «Tuttavia – riferì il pentito – quel traffico veniva già attuato in precedenza. Gli abitanti rischiano tutti di morire di cancro entro 20 anni; non credo infatti che si salveranno: gli abitanti di paesi come Casapesenna, Casal di Principe, Castel Volturno e così via, avranno, forse, venti anni di vita».

Schiavone fece nomi e cognomi dei referenti del clan per lo smaltimento illegale dei rifiuti. Cipriano Chianese, a capo della Resit, e il suo socio Gaetano Cerci, gli stessi imprenditori che continuarono a fare business con lo Stato italiano negli anni a venire, nel “pieno della piena” emergenza rifiuti.
Ora sono sotto processo. «Chianese – aggiunse Schiavone – aveva introdotto Cerci in circoli culturali ad Arezzo, a Milano, dove aveva fatto le sue amicizie. Attraverso questi circoli culturali entrò automaticamente in un gruppo di persone che gestiva rifiuti tossici. Lavorava a Milano, Arezzo, Pistoia, Massa Carrara, Santa Croce sull’Arno, La Spezia. Cerci si trovava molto bene con un signore che si chiama Licio Gelli».

Un affare incredibile quello dei rifiuti per il Clan: oltre 600 milioni di lire al mese. Schiavone parlò anche di coperture e aiuti a tutti i livelli. «Il nostro era un clan di Stato… La mafia e la camorra non potevano esistere se non era lo Stato… Se le istituzioni non avessero voluto l’esistenza del clan, questo avrebbe forse potuto esistere?».«A cominciare furono mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti». Il potere del clan cresceva giorno dopo giorno, così come i rifiuti nei paesi e nelle città della Campania, così come il radicamento politico-mafioso. «In tutti i 106 comuni della provincia di Caserta noi facevamo i sindaci, di qualunque colore fossero, socialisti, democristiani, ma anche comunisti se serviva». Secondo le parole di Schiavone, rifiuti tossici sarebbero stati interrati lungo tutto il litorale Domitio e sversati anche nel lago di Lucrino, specchio d’acqua nell’area flegrea. «Avevamo creato un sistema di tipo militare, con ragazzi incensurati muniti di regolare porto d’armi che giravano in macchina. Avevamo divise e palette dei carabinieri, della finanza e della polizia. Ognuno aveva un suo reparto prestabilito».

Napoli e il suo hinterland, fulcro anni dopo di quella incredibile e incomprensibile “emergenza rifiuti” ora chiara davvero come non mai.
«Pure a Villaricca abbiamo fatto scaricare 520 fusti tossici in una cava che fu scavata nel terreno tramite Mimmuccio Ferrara. Durante lo scarico un autista rimase cieco». Ma anche luoghi molto frequentati, vicino al centro cittadino: « A Casal di Principe, dietro il campo sportivo e nei pressi della superstrada». E il litorale domizio. «Nel 1992 c’erano 10mila ettari di terreni che costeggiavano tutta la Domitiana, tutti per l’Eurocav e tutto scavato a 30, 40 e 50 metri. Le draghe estraevano sabbia e le buche venivano sistematicamente riempite. Se lei guarda l’elenco che le ho consegnato vedrà che ci sono 70-80 camion di quelli che smaltivano dal nord. Si tratta di milioni e milioni di tonnellate. Io penso che per bonificare la zona ci vorrebbero tutti i soldi dello Stato in un anno».

Ma non è tutto, il cugino pentito di Sandokan parla anche di rifiuti tossici. «Sono al corrente che arrivavano dalla Germania camion che trasportavano fanghi nucleari che sono stati scaricati nelle discariche. Alcuni dovrebbero trovarsi in un terreno sul quale oggi vi sono i bufali e su cui non cresce più erba». Ogni dettaglio che esce dalle sue parole, troppi anni dopo, è un brivido che gela la schiena: «Di notte i camion scaricavano rifiuti e con le pale meccaniche vi si gettava sopra un po’ di terreno. Tutto questo per una profondità di circa 20-30 metri nella zona di Parete o di Casapesenna, in cui la falda acquifera è più bassa vi sono punti che si trovano a 30 metri».

D: Cosa sono i reati ambientali?

R: I reati ambientali sono stati introdotti in maniera dettagliata nel sistema penale italiano con il d.lgs. 152/2006 (cd. codice dell’ambiente). Tuttavia, a parte i due soli delitti del trasporto di rifiuti pericolosi senza formulario d’identificazione (art. 258, 4°) e delle attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (art. 260), le fattispecie illecite sono tutte contravvenzioni che si prescrivono in 5 anni e hanno un trattamento sanzionatorio molto lieve (per esempio, possibilità di oblazione con conseguente estinzione del reato; non configurabilità del tentativo; inammissibilità dell’applicazione di misure cautelari; impossibilità di procedere ad intercettazioni telefoniche).
In precedenza i reati ambientali erano stati introdotti nel 2001 con modifica del decreto Ronchi. Di recente è anche in entrato in vigore il d.lgs. 121/2011 che attua una serie di direttive europee  sulla tutela dell’ambiente prevedendo per la prima volta l’estensione della responsabilità per i c.d. reati ambientali anche alle persone giuridiche.
In particolare la nostra disciplina classifica i rifiuti in base all’origine (rifiuti urbani e rifiuti speciali) ed in base alle loro caratteristiche di pericolosità (rifiuti pericolosi e  non pericolosi).

- Il traffico illecito di rifiuti punisce con la reclusione da uno a 6 anni “chiunque, al fine di conseguire un ingiusto profitto, con più operazioni e attraverso l’allestimento di mezzi e attività continuative organizzate, cede, riceve, trasporta, esporta, importa o comunque gestisce abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti”. E’ un delitto a concorso necessario ove il dolo deve consistere nella volontà di dare un contributo ad una attività complessa e plurisoggettiva di traffico di rifiuti.

Mentre le contravvenzioni previste già dal decreto Ronchi ed ora riportate dal d.lgs. 152/2006 tutelano il bene giuridico “ambiente”, il reato di cui all’art. 260 riguarda la protezione della incolumità pubblica, la quale vede nell’aggressione ambientale la causa di un’effettiva lesione o di una messa in pericolo, e si prescrive in 7 anni e mezzo.

Il reato di avvelenamento di acque è previsto dall’art. 439 c.p. Tra i delitti contro l’incolumità pubblica ed è punito con la reclusione non inferiore a 15 anni. La prescrizione, in questo caso, sarebbe di oltre 18 anni e pertanto non maturata.

Il reato di disastro ambientale, che come il precedente è stato escluso in questo caso, è previsto dall’art. 434 c.p. E secondo la Cassazione consiste in una condotta diretta a cagionare un nocumento che metta in pericolo, anche solo potenzialmente, un numero indeterminato di persone. La pena sarebbe della reclusione da uno a 5 anni per la mera messa in pericolo e della reclusione fino a 12 anni se il disastro ambientale avvenisse. In qusto ultimo caso la prescrizione sarebbe di 15 anni.

D: In cosa consiste l’associazione a delinquere di stampo mafioso?

R: L’”Associazione di Tipo Mafioso” vera e propria (art.416-bis c.p.). Quest’ultimo tipo di associazione prevede che gli associati si avvalgano della forza intimidatrice del vincolo associativo, inducendo un clima di omertà ed assoggettamento di chi vi entra in contatto, tanto potente da agevolarne l’azione. Essa può tendere ad assumere il controllo di qualsiasi attività economica, compresi appalti, concessioni, autorizzazioni e servizi pubblici. Per definizione normativa può anche esplicarsi nel corso delle consultazioni elettorali, ostacolando od impedendo il libero esercizio del diritto di voto, per procurare illegittimamente voti a soggetti appartenenti all’associazione od esterni all’associazione stessa. Insomma, la norma del codice penale abbraccia un ampio numero di attività per cercare di punire le molteplici espressioni del fenomeno mafioso. Tanto che è esplicitamente previsto che rientri nel novero delle associazioni di stampo mafioso anche la “Camorra” o qualsiasi altra associazione “comunque localmente denominate” (ultimo comma dell’art.416-bis c.p.): evidentemente il legislatore, di fronte al sorgere di associazioni che operano con modalità mafiosa in tutto il territorio nazionale, ha inteso perseguire le modalità di azione dei sodalizi criminali, anche qualora fossero denominati in altra maniera o del tutto anonimi, come si può presumere che sia nel caso delle bande indicate nell’articolo.

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