Dopo 26 anni arriva la condanna per l’omicidio di Mauro Rostagno

MAURO ROSTAGNO, SOCIOLOGO, GIORNALISTA, ATTIVISTA E FONDATORE DI LOTTA CONTINUA, VENNE ASSASSINATO IL 25 SETTEMBRE 1988.

Di Mosè Tinti

downloadDopo 26 anni, 3 anni di processo, polemiche, depistaggi, falsi testimoni, pubblici ufficiali conniventi e complici, il Tribunale di Trapani è arrivato alla condanna all’ergastolo per Vito Mazzara e Vincenzo Virga, autori dell’omicidio di Mauro Rostagno, avvenuto il 26 settembre 1988.

Mauro Rostagno era sociologo e giornalista, attivista e fondatore del gruppo Lotta Continua e della comunità di recupero per tossicodipendenti Saman. Nato a Torino nel 1942, diventa padre e si sposa molto giovane, a 18 anni. Presto si allontana dalla moglie ed inizia a girare l’Europa dove prende coscienza della sua inclinazione e propensione all’attivismo. Torna in Italia, dove riprende gli studi che aveva abbandonato per motivi familiari, e si iscrive all’Università di Trento, dove diventa uno dei leader del movimento studentesco del ’68. Nel 1969 fonda Lotta Continua insieme ad Adriano Sofri, Guido Viale, Marco Boato, Giorgio Pietrostefani, Paolo Brogi, Enrico Deaglio. Dopo la laurea, Rostagno si trasferisce a Palermo per qualche anno per lavorare come assistente della cattedra di sociologia all’università di Palermo.

Alla fine del 1976 si scioglie Lotta Continua, così nell’ottobre del 1977 Rostagno torna a Milano e fonda Macondo (dal nome della cittadina di “Cent’anni di solitudine” di Marquez), un centro culturale che diventa un punto di riferimento per l’estrema sinistra milanese. Il locale viene chiuso nel 1978 per spacci di sostanze stupefacenti al suo interno e Rostagno insieme alla sua nuova compagna e a sua figlia Maddalena si trasferisce in India, dove si unisce agli arancioni di Osho. Nel 1981 torna in Italia, in Sicilia, e fonda una comunità di arancioni a Lenzi di Valderice, in provincia di Trapani. Da metà degli anni ottanta lavora come giornalista e conduttore per l’emittente televisiva locale Radio Tele Cine (Rtc). Nel suo lavoro di giornalista denuncia le collusioni tra mafia e politica locale: la trasmissione di Rostagno seguiva per esempio tutte le udienze del processo per l’omicidio del sindaco Vito Lipari, nel quale erano imputati i boss mafiosi Nitto Santapaola e Mariano Agate. In una delle pause del processo, quest’ultimo mandò a dire a Rostagno di raccontare “meno minchiate” sul suo conto.

Proprio questo attivismo, questa determinazione e attività di denuncia lo portarono alla morte, decisa dagli ambienti mafiosi e che ebbe come esecutori materiali i due condannati Vito Mazzara e Vincenzo Virga. Gli fu teso un agguato in contrada Lenzi, a poche centinaia di metri dalla sede della Saman, all’interno della sua auto, una Fiat Duna DS bianca: gli uomini erano nascosti ai margini della strada e gli spararono con un fucile a pompa calibro 12, che scoppiò in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38. Mauro Rostagno aveva 46 anni.

Dopo l’omicidio, ci fu un’incredibile ostinazione a non voler considerare la pista mafiosa, ma si seguirono piste alternative: grazie ad un documento falso, prodotto dal capitano dei carabinieri Elio Dell’Anna che, in un promemoria per il pm allora titolare dell’indagine, sosteneva che il giudice Antonio Lombardi, che all’epoca indagava su un altro delitto, quello del commissario Calabresi, gli aveva rivelato che Rostagno avrebbe voluto testimoniare contro Adriano Sofri, che di quell’omicidio era accusato.  Vi era interesse, quindi, a voler elimiare il compagnao traditore, ,ma lo stesso giudice Lomabardi smentì la pista e lo stesso Giuliano Pisapia, oggi sindaco di Milano, all’epoca avvocato di Rostagno, aveva ribadito: “Rostagno non voleva certo testimoniare contro i suoi compagni, come provano le registrazioni dei suoi interventi alla televisione privata di Trapani dove ribadiva la sua fiducia a Sofri e rivendicava la propria militanza in Lotta Continua”.

Per indirizzare le indagini sul giusto binario ci vollero le dichiarazioni dei pentiti di mafia, perizie sulle armi che spararono e sulle impronte lasciate su di esse. Da queste emerse il DNA degli assassini. A dire il vero, il capo della squadra mobile di Trapani, Rino Germanà, che per primo indagò sul caso, subito aveva individuato la pista corretta,  quella mafiosa, ma gli vennero subito sottratte le indagini e affidate ai carabinieri. La verità era a portata di mano, ma si cercò di sommergerla.

 

 

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