Detenuti allo specchio: “Lettere – Parole da dentro”

UN LIBRO DAL LABORATORIO DI COOP OFFICINA

- Ancona – di Giampaolo Milzi -

F&Dcopertina libro carcereUn libro magico, capace di concretizzare un paradosso: chiusi in un carcere si può essere liberi.  Come? Scrivendo “Lettere – Parole da dentro”. Come annuncia il titolo di questa opera, psi tratta di una narrativa davvero sui generis. Per mille motivi. Uno su tutti, perché le parole da dentro sono quelle di recluse e reclusi, italiani e stranieri. Dove il “dentro” è riferito non solo alla situazione claustrofobica e alienante che è nel DNA della condizione carceraria, soprattutto in Italia, ma anche al “dentro” dell’anima di chi scrive col cuore. Un’opera che si è guadagnata sul campo la valenza di una specie di miracolo laico, messo in atto dall’equipe della Cooperativa Officina a coronamento del laboratorio di scrittura creativa che ha svolto tra il febbraio e il dicembre dello scorso anno in una sala della casa circondariale di Pesaro. Una sala magica che ha prodotto un libro magico. Da leggere e rileggere, che intriga e commuove. Che rivela in modo dirompente una verità che dovrebbe essere lapalissiana: il detenuto è innanzitutto un essere umano. Una verità che l’art 27 della Costituzione italiana vorrebbe fosse realtà, nel professare solennemente che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Mentre il nostro Paese è caratterizzato da una emergenza carceraria cronica, che per troppe ragioni – sovraffollamento, carenze strutturali, inefficienza dei sistemi sanitari e assistenziali, abuso ed enorme prolungamento della carcerazione preventiva, solo per citarne alcune – delinea dietro le sbarre un microcosmo segnato da dannate sofferenze, abbrutimenti, suicidi. Una situazione condannata dalla Corte Europea per i Diritti dell’uomo.

Un libro di narrativa, dicevamo, che emoziona il lettore di fuori” delle “lettere-parole di dentro”. Alcuni giovani detenuti dei 36 che hanno partecipato al laboratorio hanno raccontato questa esperienza straordinaria – ma che vorremmo fosse ordinaria in tutti i penitenziari italiani – nel corso di un incontro, nel dicembre scorso, alla Casa delle Culture di Ancona.  “Ho iniziato che non conoscevo l’italiano, ora non solo so scrivere, ma anche esprimermi bene in italiano”, ha detto Daioni Galarsa, dominicana. Che nella sua “Lettera all’Universo” ha comunicato un amore cosmico che si riflette in particolare sulla famiglia d’appartenenza: “Queste mie parole scritte mi hanno aiutato a consolidare il rapporto d’affetto con mia madre e mia sorella e a ricucire quello con mio padre, nonostante la lontananza forzata”. E ancora, Vito “Jonathan”, di Torre Annunziata (Na): “Ritrovarci e confrontarci tra noi detenuti ogni sabato in quella stanza è stato molto diverso dalla routine della cella. Abbiamo avuto la possibilità di guardarci dentro. Vito ha fatto i conti con Vito. Scrivendo ho capito quale è stata la parte negativa e dominante in me per anni, quella che mi ha allontanato dalla felicità”.

 Lettere a un amico, al mio difetto, alla vita, alla malattia, alla mamma, all’amore, alla parola. Lettere di scuse, a se stessi, alla rabbia, alla pigrizia. “Una libertà di scrittura senza paletti, già nella scelta dei soggetti ideali a cui le lettere sono destinate. Questo il metodo che ci siamo datti, raggiungendo l’obiettivo di tante creazioni scritte, più che di scritture creative”, hanno spiegato i “registi laboratoriali” dell’Officina. E la sala del laboratorio si è via via trasformata in un’agorà, in un luogo di ascolto e di scambio di esperienze ed emozioni. Dove l’aspetto creativo è stato ricreativo. Nel senso che ha consentito ai detenuti di ricostruire le loro identità pienamente umane, identità doppiamente ferite. Ferite all’interno del carcere, e all’esterno, da un’opinione pubblica che in genere rimuove il mondo carcerario, lo inquina con pregiudizi, riducendolo alla sua funzione punitiva.

 Un laboratorio che ha saputo, talvolta, riempire di vita vera e speranza di vita rinnovata il deserto del carcere. Lettera al deserto: “Mi chiedo, deserto, se sei davvero un luogo senza vita, arido (…) Ti ho visto come un luogo silenzioso, che aiuta a capire e scoprire meglio se stessi (…)”.
La coop Officina, che ha trasferito la sua sede da Caldarola ad Ancona, oltre ad organizzare iniziative e progetti editoriali, propone spettacoli e manifestazioni di interesse culturale in ambito sociale. Ha realizzato il laboratorio e il libro “Lettere – Parole da dentro” che ne è scaturito grazie a un finanziamento della Regione Marche.

Per acquistare il libro e altre info: Libreria del Benessere

Corso Amendola 8/A, Ancona – www.cooperativalofficina.com

tel. 331/1611751(Alberto Ramundo)

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

 

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