Pietro Mennea e un record durato 17 anni

 IL 12 SETTEMBRE 1979 SCRISSE LA STORIA DELL’ATLETICA, 1 ANNO FA VOLO’ IN CIELO

di Mosè Tinti

“Corri come Mennea” si diceva tra ragazzi negli anni ’80, un po’ come ora si dice “Corri come Bolt”…solo che Pietro Mennea è stato e sarà un nostro grande orgoglio.

L’oro azzurro olimpionico nei 200 m di Mosca 1980 si è spento a marzo 2013 a 60 anni in una clinica di Roma, dopo aver lottato per lungo tempo contro un tumore, che pare fosse al pancreas: con grande dignità e forza d’animo rispondeva a chi nei mesi precedenti lo vedeva entrare ed uscire dall’ospedale che era lì in visita per un amico.
Il velocista azzurro, detentore per 17 anni del record dei 200 m, era nato il 28 giugno 1952 a Barletta. Ha cominciato la sua lunga carriera internazionale nel 1971, agli Europei, piazzandosi al sesto posto nei 200 e conquistando il bronzo assieme alla staffetta 4X100. L’anno dopo il debutto olimpico a Monaco di Baviera e la prima medaglia, un bronzo, nei 200 mentre nel ’74, agli Europei di Roma, sale sul gradino più alto del podio oltre a conquistare l’argento nei 100, alle spalle del sovietico Borzov. Dopo qualche anno sottotono ma coronato da successi a Giochi del Mediterraneo e Universiadi (all’Olimpiade di Montreal chiuse senza medaglie), Mennea si rilancia a Praga, nel ’78, centrando l’accoppiata europea 100-200. Ma per scrivere la storia bisogna aspettare Città del Messico e le Universiadi del ’79.

Studente di scienze politiche (si è laureato poi a Bari e successivamente ha conseguito anche le lauree in Giurisprudenza, Scienze dell’educazione motoria e Lettere), Mennea vince i 200 in 19″72 il 12 settembre 1979. Una data che resterà impressa nella storia e nella memoria.

Nuovo record del mondo: un tempo che resisterà per ben 17 anni, battuto solo da Michael Johnson ai Trials per Atlanta ’96 (19″66, poi ritoccato nella finale dei Giochi a 19″32).
Al fotofinish fu il suo oro a Mosca l’anno successivo: solo due i centesimi che lo separavano da Allan Wells. Mennea venne allora ribattezzato “La freccia del Sud” e, di ritorno da Mosca, oltre all’oro portava al collo anche un bronzo nella staffetta 4X400. Nel 1981 annunciò il suo ritiro, ma fece retromarcia e per lui arrivarono altre due medaglie mondiali (bronzo nei 200 e argento nella 4X100 a Helsinki ’82) e un oro nei 200 m ai Giochi del Mediterraneo, mentre le successive partecipazioni olimpiche (Los Angeles ’84 e Seul ’88) si rivelarono avare di successi, anche se in Corea ebbe l’onore e la soddisfazione di fare da alfiere per l’Italia durante la cerimonia di apertura. Nel 1983, anche un primato mondiale nei 150 piani con 14’’8 a Cassino.
Marito di Manuela Olivieri, nella sua vita sportiva Mennea è stato anche direttore generale della Salernitana nella stagione 98-99, ma è stato anche docente universitario all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara ed eurodeputato dal ’99 al 2004 nella lista “I Democratici”. A proposito di politica, qualcuno si ricorderà anche la canzone di Samuele Bersani “Che vita!”, in cui il cantante dice “Pietro Mennea e Sara Simeoni sono rivali alle elezioni”. Appreso della sua Morte la Simeoni, che è stata compagna di allenamenti di Mennea, oro nel salto in alto a Mosca 1980 e candidata nell’area Prodi nel 2004 (da qui la loro “rivalità”), ricordava con profondo affetto il suo amico scomparso: “Se n’è andato un pezzo della mia vita: è un momento di tristezza incredibile, per me che ho vissuto anni bellissimi insieme a Pietro – spiega a Raisport – allenandoci fianco a fianco, sopportando gli allenamenti insieme. Ci facevamo coraggio. Erano anni in cui non avevi la possibilità di avere riferimenti o qualcuno che ti potesse dare consigli. L’atletica in quegli anni era un fai da te, ci siamo costruiti con il nostro carattere e il nostro modo di fare ed abbiamo fatto risultati importanti”. “Pietro – aggiungeva – è stato grandissimo.”
Scompare un asceta dello sport, interpretato sempre con ferocia, volontà, determinazione”. Livio Berruti, medaglia d’oro nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960, commentò così la notizia della morte di Mennea: “È stato un inno alla resistenza, alla tenacia e alla sofferenza. All’atletica italiana manca questa grande voglia di emergere e di mettersi in luce. Tra noi c’è stato un rapporto molto dialettico – ricorda ancora Berruti -: per lui l’atletica era un lavoro, io lo facevo per divertirmi; lui era pragmatico, io idealista. Il nostro è stato uno scontro, come tra Platone e Aristotele”.

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