Un tè di guerra ad Aleppo

MENTRE PIOVONO BARILI ESPLOSIVI

– ALEPPO (SIRIA) – reportage di ruben Lagattolla –

F&D 2 shek armato
2) Aleppo, lo skeiikh Ahmad Haboush, famoso musicista siriano (foto di Enea Discepoli)

Il mio viaggio col fotoreporter Enea Discepoli è cominciato dieci giorni prima. Il bus, su cui siamo da ormai 21 ore, si affianca alla prima torretta di controllo, inserita tra le bellissime montagne illuminate dalle prime luci dell’alba. Tutti i passeggeri si voltano in silenzio: un movimento corale, come se già fossero in grado di guardare oltre quel confine naturale, che cela la Siria. In quel momento veniamo superati da un convoglio militare. Me lo fa notare Enea. Un giovane siriano ci sente parlare in italiano e ci chiede da dove veniamo. “Italia!”, rispondo io sorridente, porgo la mano e mi presento come “Abu Omar”, il nome islamico che ho deciso di darmi per rendermi più accettabile dagli oppositori insorgenti. Lui, compiaciuto, mi lancia un interrogativo: “Jihad?”. Enea risponde “Mussàfir”, viaggiatori. Già, viaggiatori. Una figura considerata positivamente dal Corano. E il nostro interlocuore siriano risponde con un sorriso.

Abbiamo appena percorsa una delle vie più battute dai jihadisti provenienti dall’Europa Occidentale e Balcanica. Un autista poi ci racconterà che ne ha conosciuti moltissimi in arrivo da Scandinavia, Regno Unito, Francia, Italia, Romania, Bosnia, Kosovo, Albania: “Carne da macello”. Secondo alcune interpretazioni del Corano, la Jihad (guerra santa in difesa dei fratelli dell’Islam) è un dovere morale di ogni buon musulmano, anche se la mancanza di coraggio è contemplata e perdonata. Il nostro lavoro, quello di fotoreporter e documentaristi, in questo contesto, è considerato comunque una Jihad, in senso interiore però.

Organizzare il valico della frontiera turco-siriana non è cosa facile: prima proveremo a passarla regolarmente. Se ci verrà negato l’accesso dovremo trovare una via alternativa. Non so come, è tutto molto nebuloso, e i telefoni siriani stasera non funzionano a quanto pare. L’indomani proviamo. Passare il confine legalmente? Non se ne parla nemmeno. E quindi raggiungiamo un canale di irrigazione di una zona agricola border line. Veniamo invitati a montare su un bidone galleggiante adibito a gommone. Tre militari turchi ci aiutano a salire assieme a due anziani siriani. Sì, scopriamo con sopresa che tra i militari turchi ci sono elementi che favoriscono l’ingresso irregolare in Siria. I nostri “complici” in divisa ci raccomandano di stare attenti. Ecco, ormai siamo in Siria. Di là la pace, di qua la guerra. E di qua ci aspetta Karam, un mediattivista. E venuto in auto da Aleppo, accompagnato da Abu Moussa, un paramilitare, e da Abu al Houda, un altro mediattivista. Hanno 25, 26 anni. Sono tutti armati. E infatti quando monto in macchina mi ritrovo tra le gambe un loro kalashnikov carico.

Per percorrere i 75 chilometri che separano il confine da Aleppo ci sono volute sette ore. Abbiamo dovuto chiedere informazioni e deviare tra le strade di campagna moltissime volte. Per evitare il rischio di incontrare carri armati di pattuglia, di incappare in scontri tra le forze del regime e l’esercito di liberazione, di incontrare i temutissimi terroristi dell’ISIS (Stato Islamico di Iraq e Siria), o di finire sotto il tiro dei cecchini. Ma l’incubo più grande sono i caccia bombardieri del regime, da quelli non c’è riparo. Alla fine è andata bene, i ragazzi conoscono a fondo il territorio. Anche se una volta arrivati nella periferia di Aleppo ci sono dei percorsi obbligati dove si può soltanto correre e sperare che il cecchino che ti sta puntando non sia così bravo da centrarti. Via radio ci è arrivata notizia due volte che, proprio nei punti della trafficata strada dove eravamo appena passati, poco dopo gli elicotteri avevano bombardato. E’ il primo maggio 2014, la ricorderò questa data. L’abbiamo scampata, siamo riusciti ad arrivare a destinazione.

Il nostro alloggio è un appartamento abbandonato a 100 metri dal fronte. Non c’è acqua e non c’è corrente elettrica, come nel resto della città liberata. Appena posati gli zaini ci arriva comunicazione via radio che un barile esplosivo è stato sganciato da un elicottero in un quartiere densamente popolato e che ci sono stati molti morti danni. “Andiamo a vedere!”, dice Enea, sebbene già visibilmente provato dal viaggio. E in taxi raggiungiamo uno scenario apocalittico: polvere bianca bollente nell’aria, auto in fiamme su entrambi i lati della strada, vortici di fuoco e fumo nero dalle finestre. Cadaveri ovunque, smembrati e carbonizzati, rigidi al suolo come manichini, rannicchiati nell’ultimo tentativo di proteggersi dall’esplosione, volti ormai inespressivi. Questo avviene quasi ogni giorno, da tre anni, ad Aleppo.

Aleppo, le rovine della scuola Ain Jalud (foto di Enea Discepoli)
Aleppo, le rovine della scuola Ain Jalud (foto di Enea Discepoli)

I cosiddetti barili, sono dei tubi di ferro del diametro di circa 70cm e lunghi circa 1,6 metri, pieni di tritolo, cloro, schegge e rifiuti metallici. Ogni 5-10 minuti vengono buttati giù dagli elicotteri del regime sulla città liberata. Sono armi non convenzionali che colpiscono alla cieca. Sganciati in maniera del tutto casuale, centrano quartieri abitati, strade trafficate, ospedali e scuole. Usando questi barili esplosivi, gli elicotteri possono volare ad altitudini molto elevate (intorno ai 3500 metri) così da non essere visibili né raggiungibili dalla debole contraerea dell’esercito di liberazione.

Camminando per strada si vede sempre qualcuno che scruta il cielo, perché il rumore degli elicotteri della morte si sente continuamente. Io no ho mai provato un’angoscia così costante. “Guarda, che dopo tre anni, finisci per farci l’abitudine”, mi diranno poi altri mediattivisti. Eppure basterebbe istituire una “no fly” zone per evitare questa strage continua. Oltre 100 morti, tutti civili, questo il bilancio del bombardamento a fine giornata. Cento “martiri”, per la popolazione locale. Martiri già vendicati. Ci hanno pensato due kamikaze del gruppo di mujaheddin di Jabhat al Nousra, cellula di combattenti affiliata ad Al Qaeda. Si sono schiantati con due autobombe su un obiettivo militare nell’altra parte della città, quella controllata dalle truppe di Assad. Sono morti 33 militari.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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