Sopra le righe con “La rivolta dei bigatti”

L’ULTRA-LIBRO DEL PROF. BERSAGLIA

x fed copertina libro rivolta bigattiANCONA – di Giampaolo Milzi – Questa raccolta d’appunti visionari ricuciti in una storia surreale e grottesca, dedicata allo zio, avrebbe voluto intitolarla “A belicolo de scrùa”. Nel qual caso, i galoppini adibiti dalle case editrici al superficialissimo vaglio delle opere ricevute a scatafascio da scrittori di provincia, quest’ennesimo sfogo letterario di Rodolfo Bersaglia l’avrebbero probabilmente cestinato senza nemmeno leggerne le prime righe. “Questa è la confusa storiaccia di Bùsba Bigàtti, detto el Cojò e di alcuni suoi amici nella città che ho ribattezzato Il Teatro dei Musi, dove soffia sempre la “rivoltura”, alimentata dal gran rodimento dei suoi cittadini”, spiega il prof. Bersaglia. Anconetano, insegnante di Storia dell’arte eletto a mito da generazioni di studenti, pittore, musico di contrabbasso, poeta, cabarettista, Cicerone di intrigantissime visite guidate alla riscoperta della memoria storica perduta dell’Ankon Dorica, l’autore è un personaggio pop multi-espressionista alla rinascimentale. Ciononostante – come tanti, troppi suoi virtuosi confratelli di terra natale (“nemo profeta in patria”) – s’è dovuto rassegnare al bricolage, autoproducendo e autofinanziando questa sua ultima fatica ultra-extra parolaia, battezzandola “La rivola dei bigatti” (degli scarafaggi). Ultima perla – iper rara quanto misconosciuta fuori dei confini del capoluogo della Marca – della Bersaglia-collana “Ancona horror, un’aberrazione antropolgica (sottotitolo “Babalonia, la città del Babalò”.

Tutto ruota attorno alle funamboliche avventure esistenziali del protagonista, Busbàna Bigàtti. E della sua strampalata accolita di amici: Plazer Planh, Sehal Lais, Joc Partit, Bumba Naga e l’ebreo Barahùd. Ambientata prevalentemente negli anni ’80, un periodo che in un certo modo l’autore par rivalutare – periodo “acme della balordaggine, in cui tutti potevano inventarsi qualcosa”, confessa spesso pubblicamente il Bersa -, la vicenda tramata è intricata il giusto, avvincente, disorientante, sbalorditiva, agra e dolce, a volte lirica, spesso splatter.

E fluttua sbarazzina, sfrontata ,perversa e provocatoria su elettrici rivoli di parole legate in filamenti di originalissimo DNA. Dove i cromosomi letterari, talmente vari, fanno perdere piacevolmente la bussola al lettore. Trionfa un linguaggio ricercatissimo, che evoca a tratti il Medioevo duecentesco-trecentecso delle laudi religiose sì, ma anche vigorose e sconvolgenti di Jacopone da Todi, le liriche metaforiche, simboliche e raffinate dei poeti del Dolce Stil Novo, nel narrare i viaggi della neuro-disturbata compagnia anarcoide Bigatti&Friends, sfocianti in epiloghi beffardi degni di un nuovo “Decameron”. Stravince e attizza l’uso del vernacolo anconetano, con termini più o meno in disuso come “mecca” (la fidanzata), “biro” (cornuto), “faccia smitriata” (antipatica, non benedetta dal vescovo”, parlare alla “balabana”, come un babalò (un tontolone), lo “zorhonno” (puzza nauseabonda), la forma di saluto “nano pupi” che sta per “addio, non c’è più nulla da fare”. Molto presenti, d’altro canto, termini di un italiano in alcuni casi aulico come “la luce dell’occaso”, in altri popolare come “cazzimperio (pinzimonio), comunque desueto, dell’anteguerra, chissà perfino condito da neologismi. Così, del resto, sproloquiano un po’ tutti i personaggi de “La rivolta dei bigatti”, incredibilmente probabili e improbabili allo stesso tempo.

Busbàna Bigàtti figurerebbe alla grande come star grigio-nera di un trash movie. Vestito fuori moda, calzando stivaletti neri, sfoggiando codino e occhiali da sole a testa alta, permeato da un orgoglioso decadentismo rocckeggiante, discotecaro convinto (“Io sono un tipo da Baia degli Angeli”), non trova pace. Senza smettere mai, tra sbalzi d’umore, di imprecare, rimuginare, “ciancigare” gomma americana, e sognare orge di divertimento e sesso. Ma gli anconetani e soprattutto le anconetane, lo “fotografano” come ridicolo, sfigato. Anche il suo viso puntellato di efelidi e brufoli non ispira né accettazione sociale né simpatia. Del resto Bùsba odia l’ankunetà medio – “duro de fora”, come la scorza del mosciolo, ma dentro uno zucchero”, dice il detto, ma forse è proprio vero che è duro e acido anche dentro – con l’ankunetà tipo s’adombra spesso. Perché è stirpe di “rumigaja”, rustica, pettegola a volte, altre invece segue il motto locale “una parola e poga e due è troppe”.

Plurisuicida mancato, disatroso nei suoi rapporti con le “donne mecche”, legatissimo agli amici coi quali condivide infinite libagioni di Rosso Conero, Lacrima, Varnelli e aspirazioni di sigarette – ma tra loro c’è chi si strafà anche si spinelli e d’eroina – lo scarafaggio-umano Bùsba sarà coinvolto in lavori precari (apprendista di server musicali per concerti coi suoi accoliti, garzone di bottega in gioielleria), in una convivenza familiare che gli rivelerà che è un bastardo nel vero senso del termine. Tenterà, duro come un caprone incazzato, di sollevare una sua “rivoltura, “levanteria” (dal vento di levante che porta casino e scompiglio), quella che gli abitanti delle città- castello dell’entroterra si augurano campanilisticamente che spazzi via Ancona, ma che lui vorrebbe attivare per un futuro cronicamente felice e sbarazzino.

Fatalmente non ci riuscirà. “Non voglio rimpiangere le cose perdute, ma cullare le care rovine restate”, lo sentiranno più volte mormorare al supermercato. “Come assaporare la menta flagrante del dentifricio”, confesserà ai vecchi del Circolo cacciatori, che lo guardano con un sorriso poco convinto. Pensano, probabilmente, che la sua vita era andata a “belicolo de scrùa”, ovvero ad ombelico di scrofa.

Metafisica-espressionismo-surrealismo”, così Rodolfo Bersaglia, riferendosi alla corrente artistica del Merpessur, definisce i “rebus patafisici” cuciti in questo libro ispirato da “quanta roba strampalata” ha visto nella sua città, Ancona.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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