Le devastazioni dei Black Bloc all’Expo

ANTAGONISTI O TEPPISTI, CRIMINALI O FIGLI DI PAPA’?

di avv. Tommaso Rossi (Studio Legale Associato Rossi-Papa-Copparoni)

(foto tratta da ANSA.IT)
(foto tratta da ANSA.IT)

Primo maggio 2015. Si apre l’EXPO a Milano, l’Expo dedicato all’alimentazione globale e anche un po’ “multinazionale”, l’Expo che si prefigge di contribuire a risolvere la fame nel mondo e intanto continua ad arricchire con la grande macchina organizzativa pochi. L’Expo delle contraddizioni e del rilancio di un’Italia stremata dalla crisi che si affaccia alla grande vetrina universale con la speranza di chi sa di aver fatto tutto per possibile per riuscirci.
L’Expo della grande rappresentazione serale della Turandot alla Scala, con la sua drammatizzazione dell’algida bellezza senza cuore che un bacio trasforma in donna e carne. Un po’ come Milano, fredda ma col cuore, che culla in seno la voglia di presentarsi al Mondo come l’esempio di un’Italia che quando vuole, può.

E poi ci sono gli antagonisti NoEXPO, i contestatori, i cortei pieni di bandiere di sindacati e di partiti politici dell’estrema sinistra. Hanno le loro ragioni, forse, spesso solo tanta confusione e tanta demagogia. L’Expo dà lavoro a migliaia di persone, immette denaro nel sistema Italia ormai alla canna del gas, prova a mettere dei mattoni per la costruzione di un mondo globalizzato sì, ma dove nessuno muoia più di fame. Questo non conta per loro, contano più gli slogan, le bandiere e il senso di ANTI.

Anti-tutto, è quel clima che distrugge da anni l’Italia, certo la politica ci ha messo del suo a farci smettere di credere in qualcosa. Molti sono ragazzi, studenti universitari che bazzicano più le piazze che le aule. Anti-tutto, con il Rolex al polso e un futuro da poter scegliere- quando decideranno che è ora di smettere di giocare a fare i rivoluzionari- che tanto poi c’è papà che fa l’avvocato che ti prende nel suo studio, che ha una fabbrichetta e ti mette a direttore del marketing, che lavora in banca e va in pensione lasciandoti il posticino suo covato per te per anni.

Non sono più i tempi delle rivoluzioni vere, le rivoluzioni giuste, chi era disposto a dare la vita e il suo futuro per un’ideale.
Questi non rischiano nulla, questi giocano perché sanno di poter giocare.

E poi ci si nasconde dietro ai caschi, ai nomi minacciosi dei Black Bloc. C’è chi è in buona fede, certo; chi ci crede davvero, che chi ha tanta confusione e dei valori da cercare, c’è chi invece gioca perché sa di poter giocare.

Gente normale ha avuto la macchina bruciata, i negozi devastati. Gente che con quella macchina comprata col mutuo e ancora non finita di pagare ci va al lavoro tutti i giorni per sfamare una famiglia, dei figli, per farli studiare. Ma che ne sanno loro?

Questi idioti non hanno idea del sudore, del sangue e della merda che la gente deve sputare per vivere e far vivere. Le banche distrutte per loro rappresentano il potere da sovvertire. Ma per altri rappresentano la speranza di un prestito che permetta di aprire un’attività o di far studiare i figli. Per gli anti-tutto le banche sono solo un mucchietto di carte di credito del papi che quando serve si trasformano in sogni e denaro. Ma intanto le sfasciamo, sì, perché il potere delle banche va affossato.
Certi movimenti politici sono anni che soffiano vampe di benzina in questo fuoco di stupidità.

Ora tacciono, vigliacchi, per paura di passar da complici. Infami come quelli che durante le manifestazioni vedono e lasciano fare, lasciano distruggere e intonano slogan contro la polizia.

Si è detto che le Forze dell’Ordine dovevano intervenire più duramente, si è detto dall’altra parte che è stato invece meglio così, che si è evitata un’altra Genova, un altro Giuliani morto ammazzato.

Credo sia la prima volta in vita mia che provo una solidarietà così forte verso la Polizia, schiacciata dal senso di impotenza del troppo o troppo poco.

Tutti avremmo avuto voglia di andar li e riempirli di botte, arrestarli tutti, diciamo la verità. Ma forse si è scelta la strada giusta. Lo diranno i fatti, lo dirà soprattutto la giustizia, che avrà il compito di non lasciar nessuno di quei teppisti impuniti.

Il “Blocco nero” ha spaccato vetrine, negozi, banche, poste, agenzie di viaggi, macchine, telecamere, cartelli stradali, semafori, gradini, fioriere. Lanciato sassi e pezzi di cemento, esploso bombe molotov e bombe carta, fumogeni e tutto quanto potesse distruggere. Le forze dell’ordine rispondevano con lancio di lacrimogeni e piccole cariche di alleggerimento per cercare di diradare il gruppo e isolarli.

Le indagini sono coordinate dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, a guida del pool antiterrorismo. L’ipotesi per cui si procede è il reato di DEVASTAZIONE E SACCHEGGIO, previsto dall’articolo 419 del codice penale. “Chiunque, fuori dei casi preveduti dall’articolo 285 (gli stessi fatti commessi al fine di attentare alla sicurezza nazionale, puniti con l’ergastolo, NDR), commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito“.

Le prove non mancano: filmati di videosorveglianza di banche e negozi, ma anche tante riprese video di emittenti tv e altri media. I volti erano riconoscibilissimi.

Intanto la Regione Lombardia ha convocato un Comitato per l’ordine pubblico e per la sicurezza in Prefettura, è ha prontamente deciso di dare una risposta forte, la predisposizione di un fondo da 1,5 milioni di euro per risarcire i cittadini dei danni a negozi ed esercizi, d’accordo con il Comune di Milano. Mentre tanti cittadini si sono messi in strada l’indomani per curare amorevolmente con la fatica delle mani la propria amata città ferita.

E mentre, nelle stesse ore, un giovane di vent’anni con volto non tanto intelligente rivendica davanti alle telecamere che è stato “giusto spaccare tutto” e diventa l’odioso emblema  della stupidità che diventa arma distruttiva.

Mattia Sangermano, 20 anni, il giorno dopo chiede scusa per quello che ha affermato e si dice pronto a dare una mano a pulire la città, mentre il padre lo definisce “un pirla, non un violento”.

Ma a volte le parole sono pietre.

 

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