“Attenti al Gorilla”: dare della Monica Lewinsky è diffamazione

IL CASO  E’ ARRIVATO DAL GIUDICE DI PACE FINO ALLA SUPREMA CORTE

di Avv. Valentina Copparoni (Studio Legale Associato Rossi-Papa-Copparoni di Ancona)

monicalewinsky_jpegNell’estiva ricerca di quel diritto “creativo” che il nostro F & D Magazine ha voluto raccogliere in piccole e leggere pillole da leggere nella rubrica “Attenti al Gorilla”, mi imbatto in una sentenza di qualche anno fa.
Siamo nel 2008. Ciò che subito mi colpisce è il richiamo ad una vicenda arrivata in Italia da oltreoceano per rimanervi per molto tempo addirittura anche all’interno delle mura della nostra Suprema Corte.

Stiamo parlando della conosciutissima vicenda di Monica Lewinsky, diventata famosa (diciamo cosi) in ogni angolo del mondo per il suo presunto “ruolo” non proprio rientrante tra le mansioni di  stagista dell’ex Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.
Una vicenda dai contorni a dire poco imbarazzanti non solo per la famiglia Clinton ma anche per gli stessi Stati Uniti che, si sa, non accettano questi tipi di “scivolate” da chi li governa e li rappresenta. La morale prima di tutto.
In realtà l’immagine che più mi resta in mente di quella vicenda non è quella di Monica ma quella di un’altra donna che in quei giorni di caos e bufera mediatica è sempre rimasta accanto al suo uomo, a suo marito, al padre di sua figlia. O almeno così è apparso agli occhi del mondo. Parlo della lady di ferro Hillary Clinton. Mano nella mano con il marito in ogni occasione, pronta a difenderlo e a fare scudo, sempre e comunque. Ho avuto sempre una particolare ammirazione per questa donna,donna di potere ma anche di famiglia.

Chissà cosa ne penserebbe la ex first lady della sentenza della nostra Cassazione penale di qualche tempo dopo. Parlo della sentenza della quinta sezione penale, n.  44887 del 2008 con cui la Corte ha annullato l’assoluzione del Tribunale di Foggia di un avvocato per il contenuto di una sua memoria difensiva depositata in una controversia civile,contenuto  ritenuto offensivo per una donna. Il legale aveva definito i ragionamenti della controparte “farneticazioni uterine” aggiungendo anche che sarebbero stati il frutto di una “natura lewinskiana”.
La signora destinataria di quanto detto si è sentita diffamata da tale accostamento con la stagista più famosa del mondo e per la definizione dei suoi pensieri “farneticazioni uterine” perciò ha deciso di tutelarsi presentando una querela. In primo grado l’avvocato è stato assolto dal Giudice di Pace ma, in seguito all’appello della nostra caparbia donna, il Tribunale di Foggia ha rovesciato la sentenza senza però riconoscere alcun risarcimento alla donna pur se costituita parte civile.
Giunta dunque fino alla Suprema Corte, la Cassazione ha sottolineato che l’espressione “farneticazioni uterine” è frutto di un “retaggio maschilista e gravemente offensivo”. Anche il riferimento a una “natura lewinskiana” è stato considerato “ gravemente lesivo della reputazione”. Ed ecco quindi cosi l’annullamento della sentenza di secondo grado con la disposizione di un nuovo giudizio per tenere conto anche delle richieste risarcitorie della donna costituitasi parte civile in considerazione della gravità delle affermazioni finite a processo.

Non so cosa ne penserebbe la lady di ferro Hillary Clinton di questa ingloriosa fine della donna che in qualche modo ha stravolto la vita della sua famiglia, ma quello che è certo è che l’interessata Monica Lewinsky non ne sarebbe affatto felice. Chissà potrebbe addirittura sentirsi a sua volta diffamata dal paragone con sé stessa?!

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