Nobile decaduto, l’antica vera di pozzo Antiqui

DIMENTICATA SOTTO IL TERRAZZO DEL MUSEO ARCHEOLOGICO DI ANCONA

- Ancona – di Giampaolo Milzi -

1) La rinascimentale vera di pozzo Antiqui (foto di Gianluca Mainiero)
1) La rinascimentale vera di pozzo Antiqui
(foto di Gianluca Mainiero)

Una stupenda vera di pozzo di circa 600 anni fa abbandonata tra erbe incolte. Uno dei tanti reperti capaci di raccontare la storia di Ancona finiti nell’oblio. Per amara ironia della sorte, la pregevole opera in pietra scolpita giace all’aperto in un fazzoletto di terra ricompreso nel monumentale complesso edilizio del cinquecentesco Palazzo Ferretti, prestigiosa sede del Museo Archeologico delle Marche, nel cuore del centro storico del capoluogo dorico. Per avvistare questo gioiellino databile XV secolo, basta entrare nel Museo, accedere al cortile terrazzato del piano d’ingresso, e affacciarsi con lo sguardo rivolto verso il basso. Eccola lì la vera di pozzo, in uno spazio ricompreso tra due locali museali adibiti a deposito. Ancora di un bianco quasi immacolato, tanto da riflettere la pallida luce della luna. Naturale chiedersi come mai tal prezioso scampalo del passato dorico sia ridotto in tale stato di “nobile decaduto”. E in effetti di “pezzo d’arte nobile” si tratta. Sui lati del manufatto campeggia infatti in rilievo un leone rampante attraversato da una banda obliqua e sormontato dai tre gigli caratteristici del “Capo d’Angiò”. Si tratta dello stemma in bassorilievo contornato da fogliame e fiori di una della più antiche famiglie signorili anconetane, la Antiqui, imparentatapoi con quella dei Cresci. Ne è certo Giuseppe Barbone, anconetano, studioso della storia cittadina, saggista ed esperto di araldica. E’ lui a guidarci, appunto, in questa piccola ma significativa indagine storica. Anche perché gli alti funzionari della Soprintendenza ai Beni archeologici delle Marche (da cui dipende il Museo) ai quali ci siamo prima rivolti, hanno allargato le braccia, confessando che nulla sanno dell’opera scultorea in questione. Salvo che lo scudo nobiliare che la caratterizza non è quello dei Ferretti. E che, proprio per questo motivo, alcuni anni fa, hanno deciso di “sovraintendere” al suo spostamento dal terrazzo di Palazzo Ferretti. Dove, bene in vista, è rimasta collocata almeno fino al 2005. Lo sfratto nella piccola area sottostante è avvenuto uno-due anni dopo. Quindi il colpo di spugna istituzionale (uno dei tanti) su questa paginetta di memoria storica locale.

 

 Ecco come giace abbandonato nell’erba sotto il terrazzo del Museo Archeologico delle Marche, ad Ancona, il reperto dell’antica famiglia nobiliare (foto di Gianluca Mainiero)
Ecco come giace abbandonato nell’erba sotto il terrazzo del Museo Archeologico delle Marche, ad Ancona, il reperto dell’antica famiglia nobiliare (foto di Gianluca Mainiero)

Ma continuiamo nel nostro viaggio a ritroso della macchina del tempo, sempre guidati da Barbone. Ed ecco la vera di pozzo comparire, agli inizi del ‘900, in uno dei chiostri del Convento di San Francesco alle Scale. Ritratta in una bella immagine del prestigioso Fondo fotografico Corsini conservato nella Biblioteca Comunale Benincasa. Secondo Barbone, che ha curato la sistemazione e catalogazione del Fondo, “è probabile che la famiglia Antiqui, originaria proprietaria della vera, l’abbia donata in epoca imprecisabile ai Frati francescani”.

Nel 1927 la sede del Museo archeologico nazionale delle Marche fu trasferita proprio nei più spaziosi locali del Convento francescano (da tempo diventati proprietà comunale) dove la vera di pozzo Antiqui rimase “laicamente” al sicuro ancora per un paio di decenni. Nel terribile autunno-inverno 1943-1944, infatti, quando tutta l’area museale ex conventuale fu devastata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e chiusa al pubblico. Per la riapertura del Museo Archeologico si dovette attendere il 1958, quando fu riallestito nell’attuale prestigiosa sede di Palazzo Ferretti, dove fu quindi trasferita anche la vera Antiqui. “Si tratta di una opera di gran rilievo artistico, indubbia l’attribuzione della proprietà originaria alla famiglia

Antiqui – spiega Barbone – Il Capo d’Angiò gigliato, in araldica fu in uso dalla seconda metà del ‘200. Nello stemma Antiqui, di cui esistono disegni in vari documenti, il leone rampante è di color oro su campo rosso, la banda trasversale è azzurra. La famiglia Antiqui è citata fra le più gloriose e plurisecolari del capoluogo dorico. Tra i suoi avi annovera un personaggio di grandissimo spessore noto come Oddo Di Biagio, il cui vero nome era Ottone (derivativo di Oddo) degli Antiqui”. Nato nella prima metà del ‘300, Oddo Di Biagio alias Ottone Blaxii Antiqui, fu, oltre che cronista storico (autore dell’importantissima “Chronica de la edificatione et destructione del Cassero anconitano”, esperto di leggi, notaio. E ricoprì prestigiosi incarichi pubblici. Alcuni esempi? Ad Ancona eletto tra gli Anziani e Regolatori (la più alta magistratura municipale), ambasciatore e sindaco; podestà per sei mesi al Comune di Sirolo. L’attribuzione agli Antiqui della vera di pozzo abbandonata a Palazzo è confermata anche dall’ing. Sauro Moglie, funzionario nel settore Traffico del Comune di Ancona. La vera fu realizzata di sicuro per una delle proprietà immobiliari degli Antiqui ad Ancona. “E non si può escludere che fosse uno dei tanti pezzi preziosi dell’antico Palazzo Cresci Antiqui di via della Loggia”, ipotizza l’architetto Anita Sardellini, che nel 1990, assieme al collega Fabio Mariano, ha progettato e curato la ristrutturazione del prestigioso edifico risalente al ‘400 e poi ampiamente rimaneggiato e ulteriormemente abbellito nel ‘700 per volere di Francesco Cresci Antiqui.

 

La vera di pozzo Antiqui quando nel primo ‘900 si trovava nel Convento di San Francesco alle Scale (foto Fondo Corsini Comune di Ancona)
La vera di pozzo Antiqui quando nel primo ‘900 si trovava nel Convento di San Francesco alle Scale (foto Fondo Corsini Comune di Ancona)

L’unico, possibile e auspicabile lieto fine di questa storia? “La vera di pozzo Antiqui, a quanto mi risulta, è la più bella di quelle conservatesi ad Ancona. Bisogna fare di tutto per metterla al riparo dalle intemperie”, sottolinea Barbone. Quindi va sottratta alla sorta di “damnatio memoriae” che la affligge. Il Comune di Ancona deve chiederla al più presto in prestito alla Soprintendenza ai Beni archeologici per trasferirla in una sede in cui sia riconsegnata alla pubblica fruibilità. La più adatta? IL Museo della Città in piazza del Plebiscito, tanto più che sono partiti i lavori per il suo ampliamento. “Con la speranza che un giorno non troppo lontano – aggiunge Barbone – possa ritornare nel luogo della originaria donazione, e cioè in un Convento di San Francesco alle Scale finalmente ristrutturato e valorizzato grazie ad adeguati finanziamenti”.

(tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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