Un tuffo negli anni ’20: a Montelparo i mestieri su bicicletta

Miei cari lettori, bentornati al nostro appuntamento settimanale. Questa volta la rubrica dedicata agli itinerari più curiosi fuori porta vi conduce sulle colline della Valdaso ed esattamente nel piccolo borgo di Montelparo. È qui che qui scopriremo una chicca davvero straordinaria, rarissima se non unica in Italia. Stiamo parlando del “Museo degli Antichi mestieri ambulanti su bicicletta”. Si tratta di una bizzarra collezione di oltre 30 antiche biciclette che furono costruite per svolgere le più disparate attività lavorative, dal medico all’arrotino al calzolaio. È la descrizione curiosa di un modo di vivere degli anni ‘20 –’60, quando possedere un’automobile era un lusso e gli artigiani salivano su una bicicletta ingegnosamente modificata e attrezzata con gli strumenti del mestiere, con tutto il necessario per svolgere a domicilio il loro mestiere e trascorrere mesi interi lontani da casa.

La raccolta è il frutto della costante e appassionata ricerca di Lauro Lupi, artigiano del ferro e del legno, che ha realizzato il suo sogno di ripercorrere le sensazioni dell’infanzia, quando lui stesso da bambino ha conosciuto l’impagliatore di sedie, il lattaio, il cantastorie, il gelataio…che arrivavano in bicicletta. Il venditore di gelati era uno dei personaggi più attesi nelle strade dei paesi e nelle periferie dei centri urbani più grandi. << Arrivava spingendo sui pedali del carretto a tre ruote, – così racconta Lupi – un triciclo riadattato che trasportava il carico di coni e di sorbetti conservati tra il ghiaccio, e ad alta voce lanciava il richiamo: “Vado via!….!. ed era un accorrere di bambini e di mamme con gli spiccioli in mano.>>

E poi c’erano il fotografo e il manovratore di grammofono, che arrivavano ad allietare mercati e feste di paese. C’era l’arrotino, che vagamente ritrovo anche nei miei ricorsi di infanzia… ma con auto e altoparlante. Il lattaio, che portava sull’uscio di casa il latte crudo appena munto. Il barbiere, il pollivendolo, lo spazzacamino, il norcino, il venditore di scope. Tutto un mondo di persone, di saperi e di modi di lavorare di cui si è quasi persa la memoria. Ma soprattutto si è perso lo spirito che ha fatto crescere l’Italia, quell’Italia industriosa della piccola impresa.

Erano i mestieri “poveri”, figli di un mondo povero come quello della realtà delle campagne italiane, in cui gli oggetti quotidiani si usavano e si riparavano fino al limite di usura, fino a quando era impossibile riutilizzarli per lo scopo per cui erano nati e allora spesso si riadattavano persino ad altri usi. Erano i mestieri sorti con ingegno dalle necessità della vita, frutto di una cultura pratica e concreta, capace di sollevarsi dalle difficoltà quotidiane e di plasmare in funzionalità anche la materia più semplice.

Oggi visitare questo piccolo, quasi sconosciuto museo non è solo un tuffo nel passato, ma è soprattutto un immergersi in un’atmosfera, in un turbinio di sensazioni che può farci riprendere coscienza del nostro essere, può infonderci coraggio e vigore in un’epoca così difficile e disorientata, in cui si è perso il senso di concretezza e la capacità di sopportare a lungo il sacrifico e non si apprezza il valore dei lavori umili e semplici attraverso cui può esprimersi l’ingegno pratico.

Oggi il museo è visitabile solo su richiesta. Ma spero che questo prezioso scrigno di storia, già entrato nell’occhio delle telecamere RAI, raccolga presto il meritato successo per aprirsi sistematicamente al pubblico.

 

DOVE DORMIRE:

Agriturismo Relais del Colle, Ripatransone


I Calanchi Country Hotel, Ripatransone


DOVE MANGIARE:

Osteria dell’Arancio, Grottammare

 

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