Sport e Diritti- Walter Bonatti: la scalata contro la menzogna

Erano gli anni ’50, quando in Italia c’era bisogno di coraggio e storie forti da raccontare. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, e il crollo di un’ideologia, gli Italiani cercavano nuovi in cui identificarsi. Era l’epoca delle grandi imprese. La straordinaria conquista della cima del K2 nel 1954, e quella storia di menzogne e meschinità tutta tricolore, e Walter Bonatti che ne divenne suo malgrado protagonista. Una vita, poi, per riscrivere quella brutta storia di invidia, ipocrisia, falsità. E dire al mondo chi era il vero Walter Bonatti.
La storia di scalatore delle grandi vette inizia nel 1950, quando tenta la sua prima grande impresa in apertura di una nuova via: la parete est del Grand Capucin, nel Monte Bianco, ma una tormenta lo fa desistere.

Ci riprova l’anno seguente, questa volta nonostante la tormenta, riesce a raggiungere la vetta. Ma la gioia è spezzata dalla morte della madre: infarto, per la gioia incontenibile per l’impresa del figlio.

Dopo una serie di altre scalate di grande livello, il sogno, la meta, l’obiettivo si chiama K2.

« Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me...»

Laspedizione italiana era capitanata da Ardito Desio, e formata oltre che da Bonatti anche da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli.

Il giorno prima che Lacedelli e Compagnoni arrivino sulla vetta, Walter Bonatti scende dall’ottavo campo verso il settimo per recuperare le bombole d’ossigeno lasciate lì la sera prima dai suoi compagni. Con questo carico sulle spalle, insieme allo sherpa, risale fino all’ottavo campo e da lì fino al luogo in cui Compagnoni e Lacedelli avrebbero dovuto allestire il nono campo.

Ma il campo non era lì dov’era stato previsto, ma più in alto.

Bonatti e Mahdi riescono ad arrivare nei pressi del luogo concordato poco prima del tramonto. E qui le versioni divergono, la storia si fa infamia. O leggenda. Compagnoni e Lacedelli non indicano la strada, ma suggeriscono a Bonatti e la guida Mahdi di lasciare le bombole e tornare indietro. Cosa impossibile, data l’enorme fatica fatta e l’incombere della notte.

I due sono costretti a passare la notte soli, all’addiaccio a temperature che sfiorano i – 50°, il rischio congelamento mai così concreto.

E la ignominia di cui viene accusato, una falsità che dura oltre 50 anni. Walter Bonatti che convince Mahdi a separarsi dagli altri per compiere l’impresa in solitaria, e quell’ossigeno tolto alle scorte che dovevano servire agli altri.

Per cinquant’anni Walter Bonatti si battè per ricostruire quella storia vergognosa, cancellare la sua immagine di infame che giocava con la vita degli altri per la gloria personale.

Cominciano le indagini storiche sull’accaduto.

Si dovrà attendere il 2004 affinché la commissione d’inchiesta formata dal Club Alpino Italiano rettificasse ufficialmente la relazione di Ardito Desio sull’accaduto, accogliendo molte delle obiezioni sollevate da Bonatti.

Dopo il CAI è la volta della Società Geografica Italiana: il chiarimento sul ruolo di Bonatti nel raggiungimento della vetta è definitivo.

«Quello che riportai dal K2 fu soprattutto un grosso fardello di esperienze personali negative, direi fin troppo crude per i miei giovani anni.»

La vita di Bonatti continuò per anni all’insegna della scoperta e del coraggio. Poi, a soli 35 anni, si ritirò dall’alpinismo estremo e iniziò una carriera di reporter di viaggio ed esploratore, scrittore e narratore.

Ma la storia più difficile che Walter Bonatti dovette scrivere fu la sua: quella verità sulla conquista del K2 lunga oltre cinquant’anni. Quel romanzo di verità e rispetto che vale una vita. Una scalata.

T.R.

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