Speciale ‘DIRITTO 180′. Viaggio per immagini e dati alla scoperta della Legge Basaglia

A UN PASSO DALLA CHIUSURA DEGLI OPG UN VIAGGIO TOCCANTE ATTRAVERSO DATI ED IMMAGINI.

Il prossimo 31 marzo chiudono i battenti in Italia tutti gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG).Con l’occasione ripubblichiamo una interessante inchiesta in 4 puntate sulla Legge Basaglia e l’approccio al disturbo mentale in Italia.

di Eleonora Dottori (con la collaborazione della Dott.ssa Ilaria Dottori)

Nonostante siano ormai passati 36 anni dall’attuazione della legge Basaglia ed i progressi in materia di disturbo mentale siano molti, è importante ricordare ancora oggi cosa era un manicomio e come tali patologie venivano trattate prima dell’entrata in vigore della legge 180, benché non sia facile risalire alla verità sulle pratiche che venivano messe in atto all’interno di questi istituti. Ilaria Dottori, assistente sociale, ci racconta il contesto storico prima dell’attuazione della Legge 180 e cosa è cambiato con l’intervento di Franco Basaglia. Le immagini a corredo del testo sono state scattate dal fotografo Nicola Gronchi all’ex ospedale psichiatrico di Volterra.

Sappiamo che in passato il disturbo mentale era un patologia poco conosciuta e, come molte altre patologie appena nate e poco studiate, generava paura e talvolta portava all’isolamento del malato. Il ricovero all’interno dei manicomi era usanza nota dell’epoca ma delle pratiche messe in atto all’interno ben poco ci è dato sapere con certezza; alcune fonti descrivono i manicomi come luoghi in cui i malati pativano sofferenze di vario genere, luoghi quindi finalizzati al contenimento della persona malata che veniva allontanata dalla propria famiglia e alla quale erano confiscati i beni.

Come detto, però, non vi è certezza di ciò che accadeva all’interno degli istituti manicomiali. Ci sono molte versioni, alcune delle quali contrastanti: fonti non confermate parlano di elettroshock forzato, altre di docce fredde ed altre ancora di lobotomia ma non sappiamo esattamente se tali metodi venissero davvero applicati, se lo fossero in alcuni casi o se, invece, tutto ciò sia solo il frutto della “fantasia” dei racconti degli ospiti di questi istituti e della società dell’epoca, mossa dalla rivoluzione culturale degli anni ’60 che ha portato alla chiusura di queste strutture. In tale periodo, infatti, era diffusa la concezione che la malattia mentale necessitasse di approfondimenti scientifici e che, quindi, il malato andasse non solo curato ma anche ascoltato e compreso. In questo momento storico cominciano a diffondersi le prime pellicole cinematografiche sulla psicanalisi portando una maggiore consapevolezza su questo argomento. Non è un caso che proprio in questo contesto si sviluppa la legge Basaglia e si diffonde la “rivoluzione culturale” che la stessa porta con sé.

La legge 180 si basa sul presupposto che la malattia mentale sia la risultanza dell’interazione di una serie di fattori; relazionali, ambientali, culturali e sociali poiché la malattia si manifesta sempre come una frattura con il contesto sociale. La malattia, infatti, è una frattura con la realtà dalla quale derivano forti difficoltà di inserimento sociale e ciò comporta l’isolamento della persona. Proprio per questo motivo è fondamentale recuperare questo aspetto e il trattamento della malattia non può escludere le attività rivolte al sociale. I principi ispiratori della legge 180 sono la prevenzione e la riabilitazione, due aspetti fino a quel momento non considerati, poiché nel primo caso si pensa a dei luoghi ove il soggetto possa rivolgersi appena iniziano a manifestarsi i primi sintomi, e nel secondo caso si vuole attuare tutta una serie di accorgimenti che facciano in modo che il paziente, nonostante la gravità della malattia, non peggiori. Inoltre la nuova legge coinvolge la famiglia del malato, le sue condizioni sociali ed ambientali.

Franco Basaglia parte dall’esigenza dimigliorare la gestione e la custodia dei malati ed è da questo principio che nasce la critica radicale all’istituzione del manicomio come luogo di emarginazione e l’obbligo di restituire la dignità al malato come persona, abbandonando l’etichetta di malato mentale.

«Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([...]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.» (Franco Basaglia, 1964)

La grande innovazione di questa Legge è quella di identificare il malato come un essere umano portatore di difficoltà derivanti dai vari contesti nei quali è inserito (sociale, familiare, ambientale) e quindi mettere al centro dell’intervento la persona.

«Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.» (Franco Basaglia)

Fine prima parte.

(FOTO : Ph. Nicola Gronchi©)

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One Response

  1. valentina copparoni
    valentina copparoni at |

    Articolo davvero bello! complimenti ad entrambe ed al fotografo per le immagini che parlano da sole.

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