La Masaai Bianca, un film che mette a confronto la cultura occidentale con quella dell’Africa tribale.

La Masaai Bianca (Die weiße Massai, 2005),è un film diretto da Hermine Huntgeburth, tratto dal libro autobiografico della scrittrice svizzera Corinne Hofmann. E’ la storia di Carola (Nina Hoss), una donna svizzera che trascorre le vacanze in Kenya con il suo fidanzato e rimane affascinata da un guerriero Masaai di nome Lemailian, incontrato per caso per le strade di Nairobi. Per lui, Carola non rinuncia solo alla sua relazione, ma è disposta a mettere in discussione tutta la sua vita, e perfino la sua cultura. I protagonisti di questa storia infatti, appartengono a due mondi contrapposti: lei, una donna europea emancipata e autonoma, che gestisce un negozio nella svizzera tedesca; lui, un guerriero Masaai cresciuto nel distretto di Samburu, attaccato alla vita e alle tradizioni tribali della sua gente. E’ sull’incontro-scontro dei due mondi che si gioca la trama del film, in uno scenario mozzafiato, quello di un villaggio sperduto del Kenya, dove il sole del tramonto si riflette nei visi dipinti dei guerrieri Masaai. Il rosso dei loro vestiti, il rosso del sangue del loro bestiame, il rosso di quella terra bruciata, sconfinata, sperduta ma allo stesso tempo culla dell’umanità. Carola, nella scelta irruenta e forse incosciente di abbandonare tutto per seguire Lemalian, si trova ad affrontare un mondo crudo, vero, dominato dalla natura e dalle antiche tradizioni tribali, ancora preservate da una delle ultime tribù sopravvissute alla dilagante cultura occidentale basata sul consumismo. Un mondo dove si uccide per mangiare, quel poco che basta per avere le energie fino all’indomani. Dove si canta per sopportare la fatica delle lunghe camminate sotto il sole cocente. Dove ci si lava in una pozza. Dove ad abbeverarsi per primi al fiume sono le mandrie di buoi, poi l’uomo, che sopravvive grazie ad esse.

Carola scopre usanze insolite: i Masaai non baciano le proprie donne, perché “che senso ha baciarsi?”, non dormono con loro perché devono difendere il villaggio. Non permettono alle donne di lavorare perché è pericoloso. Eppure amano. Lemalian, il protagonista del film, fa una promessa a Carola: quella di amarla. Ed è una promessa che mantiene…

Difetti del film. Ad un Masai sarebbe subito evidente che il protagonista Lemalian non è un Masai vero: è troppo massiccio nella muscolatura e non ha il classici segni di riconoscimento della tribù (come il dente mancante nella mascella inferiore). Infatti, l’attore francese Jacky Ido è originario del Burkina Faso. Un altro difetto del film potrebbe essere individuato nel fatto che la protagonista, Carola, sembra non aver alcun legame con le donne della tribù, con le quali in realtà passa la maggior parte del tempo – proprio perché le donne hanno determinati ruoli da svolgere mentre gli uomini badano al bestiame. Sembra infatti impossibile che nell’arco del periodo passato nella tribù, Carola non intrecci alcun rapporto di amicizia/inimicizia con le donne Masaai dato che passa a contatto con esse tutta la giornata. Il film sembra quasi tutto incentrato nel rapporto tra i due protagonisti e sulla storia d’amore ( non è però detto che sia la stessa cosa nel libro).

Pregi del film. E’ un film che fa riflettere molto. In particolare, suscita un’inevitabile domanda: se tutto quello che abbiamo costruito nel mondo occidentale ha un senso oppure no. Le sovrastrutture, la scuola, le amministrazioni, la burocrazia, le proprietà, le case, gli uffici i grattacieli, le strade, le discariche, le fabbriche…sono necessarie? O sono solo complicazioni che l’occidente si è voluto creare e alle quali cerca continuamente di porre rimedio creando altre complicazioni? Il mondo della tribù è un mondo in cui non c’è disoccupazione, non c’è arrivismo perché tutti fanno lo stesso mestiere. Non esiste il concetto di “carriera” ovvero di prevaricare gli altri attraverso strumenti scolastici accessibili ai ricchi. Non esiste il concetto di “peso forma”, perché tutte le donne hanno un fisico atletico e non necessitano di palestre, diete e pillole dimagranti. L’inquinamento non c’è: viene perfino utilizzato lo sterco del bestiame per ricoprire le capanne. Gli animali sono allevati all’aperto, non sono seviziati e maltrattati, ma uccisi per la sola sopravvivenza, senza sprechi di sorta. Non c’è la frustrazione della parte artistica umana perché tutti cantano, danzano, creano monili, vestiti, pitture del corpo. Non c’è la depressione e la solitudine perché la vita si spende nella collettività, nel gruppo che bada alla sopravvivenza del gruppo – senza il quale, l’individuo è nulla. Concetti semplici, ma così distanti dall’occidente. Di qui la domanda, che agli occhi di molti potrebbe sembrare semplicistica e stupida, ma che tuttavia contiene una forza esponenziale di riflessione: l’uomo tribale, che vive a contatto con la natura, ed inspiegabilmente conserva l’autenticità, l’ingenuità e la dignità dell’essere stesso un uomo non ha invece compreso il vero senso della vita?

CLARISSA MARACCI

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