Borsellino e Chinnici, due uomini, un compleanno, un unico destino

di Avv. Valentina Copparoni e Avv. Sabrina Salmeri

-Un destino comune per due uomini e magistrati, Rocco Chinnici e Paolo Borsellino. Entrambi nati  il 19 gennaio. A Misilmeri, nel 1925 Chinnici  e a Palermo nel 1940 Falcone. Uniti nella lotta alla mafia, uniti nel tragico destino di morte  ed uniti anche dal destino dello stesso giorno di nascita.

Rocco Chinnici si laurea in giurisprudenza nel 1947 e diventa magistrato nel 1952. Prima è assegnato  al Tribunale di Trapani poi  a Palermo con le funzioni di giudice istruttore. Nel 1979  diventa  Consigliere Istruttore presso il Tribunale. Nel suo lavoro si fa aiutare da un gruppo di magistrati  fra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quel pool antimafia che porterà al maxiprocesso. Chinnici cerca d diffondere la cultura della legalità con un grande impegno anche in convegni, scuole e tra i giovani consapevole che sulle loro gambe avrebbe potuto camminare un futuro fatto di  legalità. La mafia però non lo accetta e lo uccide con un’autobomba il 29 luglio 1983.  Insieme a lui perdono la vita anche il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta ed il portiere Stefano Li Sacchi.

Paolo Borsellino, insieme a Giovanni Falcone,  continua a portare avanti il lavoro iniziato con il collega e grande amico Chinnici fino a quando anche lui trova la morte per mano della mafia.
Ripubblichiamo l’articolo scritto dall’Avv. Sabrina Salmeri in occasione del ventesimo anniversario della sua morte.

Un piccolo gesto per non dimenticare, MAI.

 PALERMO, 19  LUGLIO 1992- Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino, ed io ricordo come fosse ieri quella maledetta giornata.

La strage di Capaci del 23 maggio 1992, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, aveva colto tutti di sorpresa. Ci si chiedeva cosa avesse spinto Cosa nostra ad un gesto così eclatante. In quel periodo si pensò subito che il prossimo bersaglio dovesse essere proprio il giudice Borsellino.
Una consapevolezza che all’epoca tutti avevamo ed aveva anche lo stesso Paolo Borsellino.
Paolo Borsellino diventa magistrato a soli 23 anni, diventando il più giovane magistrato d’Italia.
Nel 1980 inizia a collaborare con il giudice Rocco Chinnici: un incontro umano ancor prima che professionale, che legherà i due giudici saldamente. E il legame umano è anche il segreto del Pool antimafia creato da Chinnici. Ricorda il giudice Di Lello: “Emergeva molto prepotentemente la personalità dei due giudici istruttori, Falcone e Borsellino, che avevano insieme delle qualità che noi non avevamo: grande intelligenza, grandissima memoria, grande capacità di lavoro.
In quegli anni il nome di Borsellino è conosciuto tra i detenuti dell’Ucciardone a Palermo: i giornali e “radio carcere” accreditano il giudice come persona dotata di un’alta carica di umanità.
Il Pool lavora alacremente, tanto da non accorgersi del rischio di tutte quelle indagini verso le attività finanziarie di Cosa nostra, che reagisce con la sola risposta che conosce: morte.
In quegli anni per mano della mafia muoiono il capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano (21 luglio 1979), il giudice Gaetano Costa (6 agosto 1980), l’ufficiale dei Carabinieri Emanuele Basile (4 maggio 1980), il deputato Pio La Torre (30 aprile 1982), il prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa (3 settembre 1982), ed infine anche il giudice Rocco Chinnici (29 luglio 1983).
Il 9 novembre del 1983 a Palermo arriva il nuovo consigliere istruttore, Antonino Caponnetto, e con lui i primi eclatanti risultati per il pool. Viene arrestato in Brasile Tommaso Buscetta, il boss dei due mondi, che in seguito deciderà di collaborare con la giustizia. A seguito delle dichiarazioni di Buscetta i giudici Falcone e Borsellino potranno istruire il primo maxi processo contro Cosa nostra.
Il 30 settembre 1984 scattano le manette per 366 mafiosi. Il 10 febbraio 1986 inizia il maxi processo che vede alla sbarra 475 persone accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Per contenerle tutte, viene costruita un’aula bunker accanto al carcere dell’Ucciardone di Palermo, a cui è collegata da passaggi interni. All’esito della sentenza della Corte d’Assise, che infligge durissime condanne a tutti gli imputati coinvolti nel maxi processo, Borsellino decide di lasciare Palermo per andare alla procura di Marsala per indagare sulle attività di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

A Palermo intanto le cose stanno cambiando e il 16 dicembre del 1987 Caponnetto deve lasciare il pool per motivi di salute. Il suo erede naturale dovrebbe essere Giovanni Falcone, ma il 19 gennaio del 1988 il CSM designa come capo ufficio istruzione Antonio Meli.

Per Paolo Borsellino è una decisione intollerabile. Il magistrato decide così, il 20 luglio del 1988, di rilasciare due interviste, a “L’Unità” e a “La Repubblica”, che sconvolgono l’opinione pubblica e colpiscono per la fermezza delle sue accuse: “Al posto di Meli si doveva nominare Falcone per garantire la continuità dell’ufficio. Intanto Cosa nostra si è organizzata come prima, più di prima … Ci sono tentativi seri per smantellare definitivamente il pool antimafia dell’ufficio istruzione e della procura di Palermo. Stiamo tornando indietro come dieci o venti anni fa”.

Poco prima di morire, il 25 giugno del 1992, alla biblioteca pubblica di Palermo, ultimo incontro pubblico del magistrato, Paolo Borsellino spiega perché aveva rilasciato quell’intervista: “Rischiai conseguenze professionali gravissime. E forse questo lo avevo messo nel conto. Mi dissi che almeno l’opinione pubblica deve sapere e conoscere. Il pool deve morire davanti a tutti”.

Il primo febbraio 1991, Giovanni Falcone viene chiamato a Roma dall’allora ministro di Grazia e giustizia Claudio Martelli e comincia subito a lavorare ad Super procura antimafia.

Ma il lavoro di Falcone finisce il 23 maggio 1992. E’ il giorno della strage di Capaci.

Borsellino si trovava dal barbiere vicino casa quando gli comunicano che Falcone è caduto vittima di un attentato mafioso e che è stato trasportato in ospedale.

Il giudice corre come un razzo verso casa, sale in ascensore e una volta nell’appartamento si attacca al telefono, per avere ulteriori notizie sull’amico di una vita e infine decide di dirigersi verso l’ospedale Civico. Borsellino arriva in tempo per raccogliere l’ultimo respiro di Falcone che gli morirà tra le braccia.

La figlia Lucia ricorderà di aver pianto quel giorno, oltre che per la morte del grande amico di famiglia, per la sensazione, più reale che mai, che il padre avesse le ore contate.

Borsellino si augurava che la morte di Falcone, quella sorta di sacrificio, non fosse inutile, ma che fosse lo spunto per prendere decisioni drastiche contro lo mafia.

Ma così non fu.

Borsellino iniziò allora una corsa disperata per scoprire i mandati dell’omicidio di Falcone.

Aveva fretta perché sentiva il fiato della morte sul collo. Confidandosi con i suoi sostituti a Marsala diceva di sentirsi solo, dopo avere perso il suo scudo, Giovanni Falcone.

In Puglia, dove andò per un convegno, Borsellino apprese quasi per caso una notizia sconvolgente: a Palermo è arrivato il tritolo per ucciderlo.

Domenica 19 luglio 1992, il giudice Borsellino si sposta da Villagrazia di Carini, la residenza estiva della famiglia, per andare a trovare la madre in via D’Amelio a Palermo.

Tutto il tragitto del giudice è controllato dagli occhi freddi e spietati dei suoi sicari.

Mia madre era in casa da sola e fece in tempo a sentire le sirene delle macchine che si avvicinavano e poi scoppiò il finimondo”, ricorda Rita Borsellino.

Insieme a Paolo Borsellino vengono assassinati gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.

Agnese Borsellino, moglie del giudice, in una lettera pubblicata proprio qualche giorno fa scrive: “sei stato un fedele, fedelissimo servitore dello Stato, un modello esemplare di cittadino italiano, resti per noi un grande uomo perché dinnanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande “la vita” sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze.”

Fonte: Archivi RAI, Umberto Lucentini “Paolo Borsellino”.

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