La scalata in solitaria verso la morte: il Pirata, un giallo che non sa di vittoria

LA STORIA DI PANTANI, DAL GIALLO DEL TOUR AL GIALLO SULLA SUA MORTE

Un uomo fragile, lasciato solo. 14 febbraio 2004. Un vuoto grandissimo per tutti gli amanti del ciclismo. Una delusione shockante per tutti gli amanti dello sport. Piangere ormai non serve, dobbiamo interrogarci su cosa spinse un giovane campione sfortunato come Marco Pantani a cercare aiuto nella droga. Per evitare che un’altra vita possa essere spezzata in un modo così triste e squallido, in una stanza di un miserabile residence di periferia, con la solitudine accanto a sé come ultima compagna.

In una intervista con Gianni Mura, che gli chiedeva “Marco, perché vai così forte in salita?”, lui con lo sguardo un po’ assente rispose: “per abbreviare la mia agonia”.
Ecco, da qui partiamo oggi per raccontare la storia entusiasmante e poi terribile, tristissima e amara di Marco Pantani, il Pirata che tentava l’abbordaggio alle salite della vita, ma cadde scivolando in buche profonde e melmose: il doping, la depressione, la droga.
In questi giorni in cui i tifosi del ciclismo cercano, pian piano, dopo anni di delusioni e tradimenti, di tornare ad appassionarsi sulle strade del Giro d’Italia, davanti agli occhi di tutti, pedalata dopo pedalata, non può non tornare quella testa pelata, col pizzetto e la bandana da pirata, quel suo modo snello e improvviso di alzarsi sui pedali e “mangiarsi” le salite tutto d’uno fiato.
Marco Pantani nacque a Cesena il 13 gennaio 1970. Professionista dal 1992, la svolta della sua carriera avviene nel 1994 con il passaggio alla Carrera del ds Boifava, dove allore il ciclista di punta era Claudio Chiappucci, forte in salita e alla conquista del Giro d’Italia.
Ma nel giro del 1994 fu il giovane Marco Pantani a staccare il compagno, il capitano Claudio Chiappucci e dimostrare che era lui il cavallo su cui puntare nella Carrera. Marco vinse due tappone in salita, a Merano e sull’Aprica, dove sul Mortirolo si alzò per la prima volta sui pedali diventando per tutti il “pirata”, staccando in salita Berzin e il campionissimo spagnolo Miguel Indurain. Pantani conquistò il secondo gradino della classifica generale dietro il russo Berzin, e fu chiaro a tutti che fosse un vero campione.

Al suo debutto al Tour de France Marco Pantani chiuse terzo in classifica generale, dietro a Miguel Indurain e al lettone Ugrumov, vincendo la maglia bianca del miglior giovane.
1995, un’auto lo attende dietro una curva durante la preparazione per il Giro d’Italia. Deve saltare quel giro e puntare tutto sul Tour de France dove, il 12 luglio, lontano in classifica generale dai primi, compie la sua meravigliosa impresa sull’Alpe d’Huez, bissata alcuni giorni dopo nella tappa pirenaica di Guzet Neige, dopo una strabiliante fuga di 42 km. Nell’estate si classifica terzo al Mondiale che si disputava sulle strade della Colombia. Sembra l’inizio di una storia di vittorie e imprese destinata a durare e restare scolpita nelle rocce di Alpi e Pirenei.
Ma un maledetto 18 ottobre, in una maledetta discesa a Pino Torinese, durante la Milano-Torino, il Pirata fu disalberato dalla sua sella e investito da un fuoristrada che viaggava contromano. Tibia e perone, ricovero in ospedale, carriera a rischio, migliaia di fan trepidanti giorno dopo giorno, fino a quel giorno di 5 mesi e 5 giorni dopo in cui Marco riuscì a tornare in sella alla sua bici.
Sospiro di sollievo. Il Pirata tornerà e, anche stavolta, tornerà sempre più forte. Ma la vita di Marco è stata travolta, non solo le sue ossa e i suoi legamenti; è stata schiacciata la sua fiducia in se stesso, il suo coraggio, la sua spavalderia. Fragili come quelle ossa travolte dall’inaspettato peso del fuoristrada, dall’intollerabile peso che è la vita. Dopo il suo ritorno, nel 1997 Pantani si trasferì alla Mercatone Uno, squadra nuova e costruita intorno a Marco per puntare alle grandi corse a tappe.
Ma a volte la sorte si accanisce contro una persona in maniera affatto cieca e molto insistente. Questa volta il destino ha il volto e le fattezze di un gatto, che gli attraversa la strada nella discesa del Valico di Chiunzi, Giro d’Italia 1997. Marco cade rovinosamente, riesce comunque a concludere la tappa grazie ai compagni di strada che lo attendono e lo sospingono verso il lontano traguardo. Ma all’ospedale il verdetto arriva ineluttabile, sordo alle preghiere e pesante come un macigno, ancora, un altro macigno, nella carriera e nella vita di un uomo più fragile del suo corpo. Lacerazione di un muscolo della coscia. Marco abbandona la corsa e, ancora una volta, deve trovare la forza per ripartire, per alzarsi sui pedali della vita e scattare di fronte all’ennesima salita, assai più dura e ripida perfino dell’Alpe d’Huez.

«Avrei voluto essere battuto dagli avversari, invece ancora una volta mi ha sconfitto la sfortuna.»

Ancora una volta Marco risalì in sella, lottando a lungo per la maglia gialla al Tour de France dello stesso anno, regalando gioia e spettacolo ancora nella sua Alpe d’Huez e poi a Morzine. Terzo nel podio finale di Parigi, dietro Ullrich e Virenque.
L’anno successivo, dopo una preparazione atletica finalmente tranquilla, si impose finalmente, per la prima volta, al Giro di Italia.
Al Tour de France fu ancora gloria: primo agli Champs Elyses, mettendo dietro di se Jan Ullrich, staccato di 9 minuti su una epica tappa in salita sul Colle del Galibier con traguardo alle Les Deux Alpes e diventando il primo italiano a trionfare al Tour dopo Felice Gimondi nel lontano 1965.

Finalmente la gioia, la gloria, premio a tante fatiche, sofferenze, lacrime, polvere e strada.
Nel 1999 il Pirata si presenta al Giro con ambizioni di bissare il successo. La forma sembra buona, successo nella prima tappa in salita sul Gran Sanno. Vinse all’Alpe di Pampeago e a Madonna di Campiglio. Ma quella tappa segnò il crollo del Pirata, del mito e, soprattutto, dell’uomo che forse mai si era ripreso dal troppo asfalto cui la vita lo aveva costretto. Furono resi pubblici i risultati dei controlli, l’ematocrito di Marco era di molto fuori dal consentito. Sospensione, esclusione dalla corsa rosa Marco e la sua squadra lasciano il giro, assediato da tifosi, giornalisti e accompagnato dai carabinieri.
« Sono ripartito dopo dei grossi incidenti ma moralmente questa volta credo che abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile. »
Fu impossibile, purtroppo. Marco disertò il Tour de France.

Marco Pantani, in realtà, non risultò mai positivo a un controllo antidoping.

Anni dopo si scatenarono teorie complottiste attorno alla vicenda dell’ematocrito di Marco Pantani.

Celebre la lettera di Renato Vallanzasca, il “Bel René”, alla madre di Marco, Tonina, nel 2007. Vallanzasca affermava che un suo amico, nel giro delle scommesse clandestine, lo abbia avvicinato cinque giorni prima del “fatto” di Madonna di Campiglio consigliandogli di scommettere sulla sconfitta di Pantani per la classifica finale, e assicurandogli che «il giro non lo vincerà sicuramente lui».
Marco ora doveva lottare contro una salita molto più dura di quelle alpine e pirenaiche, contro un infortunio molto più letale di tibia e legamenti. La depressione, la fine del mito, il successo che ti torna contro come la polvere della Liegi-BAston- Liegi quando c’è vento. Questa volta, a spingerlo verso il traguardo, non c’erano i gregari, a curarlo non c’erano i medici della squadra e la sua bandana era imbevuta di vergogna e dolore.

Marco cercò una borraccia che mai si sarebbero scambiati Coppi e Bartali: la cocaina.
Marco Pantani tornò a correre nel 2000, ma gli occhi erano spenti e lo sguardo non era più quello di un pirata, ma di una vecchia batana affondata. Marco si mise a disposizione del giovane promettente Garzelli, arrivò secondo in una bella tappa sul colle dell’Izoard dove scortò al traguardo il giovane capitano che poi vinse la corsa rosa. Ma non c’era gioia nei suoi occhi.
Punta tutto al Tour de France, il suo rivale stavolta si chiama Lance Armstrong, un altro ciclista che giocò a lungo a nascondino con il doping, e con la vita.
Il 13 luglio Marco stacca il rivale in volata sul Mont Ventoux, uno di quegli arrivi in salita dove i nomi dei vincitori restano scolpiti. Lance Armstrong, con quella delicatezza d’animo un po’ cow-boy, si affrettò a dichiarare ai microfoni che aveva lasciato vincere la tappa a Pantani. Il 17 luglio Marco staccò di nuovo tutti e vinse la sua ultima tappa, a Courchevel. Il giorno dopo Marco, lontano dai primi in classifica generale, tenta il tutto per tutto e l’impresa della sua vita nella tappa di Morzine. Parte alla prima salita, ma dopo molti km “saltò”, e fu costretto al ritiro.
Inizia il processo per frode sportiva per i fatti del 1995: Marco partecipa al giro del 2001, ma si ritira prima della 19 tappa. I sospetti di doping, le voci, il mito ormai crollato. Ogni pedalata è stanca e senza vita, senza gioia. La sua squadra non viene invitata al Tour de France.

Nel giugno 2003 Pantani entrò nella clinica “Parco dei Tigli” di Teolo in Veneto, per curare la depressione e le dipendenze.
Il 14 febbraio 2004 Marco Pantani fu trovato morto nella stanza D 5 del Residence Le Rose di Rimini. Edema polmonare, conseguente ad un’overdose di cocaina. E di solitudine.

Il pirata aveva perso.

T.R.

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