Processo a Green Hill: le condanne

GIUSTIZIA PER LA VIVISEZIONE DEI BEAGLE
Di dott.ssa Fabiana Latte
Siamo a Brescia e il primo mese dell’anno si conclude in maniera storica. Nelle more della vigenza delle attuali leggi del codice penale, fortunatamente non ancora riformate, assistiamo ad una concreta applicazione degli articoli 544bis e 544 ter del codice penale. Ebbene, il Tribunale di Brescia si è pronunciato in relazione ai fatti occorsi nel 2012, nell’allevamento (se così si può ancora chiamare) di Green Hill.
Finalmente i beagle torturati, vivisezionati e uccisi hanno trovato giustizia.
Le pene comminate per i delitti di maltrattamenti ed uccisione di animali, sono state inferiori rispetto a quelle chieste dalla pubblica accusa.
Parliamo di Ghislane Rondot, gestore dell’allevamento di Green Hill dal 2001 della Marshall Bioresources e della Marshall Farms Group, condannato a un anno e sei mesi; il veterinario Renzo Graziosi anch’egli condannato alla medesima pena e, infine, la condanna alla pena detentiva di un anno oltre alle spese per Roberto Bravi, direttore dell’allevamento. L’assoluzione per “non aver commesso il fatto”, è stata pronunciata a favore del secondo direttore dell’allevamento, Bernard Gotti. Non solo. Ciò che rende ancora più giustizia, sono le pene accessorie per i relativi delitti. Anche se per un tempo relativamente breve, il tribunale ha disposto non solo il risarcimento del danno in favore della LAV pari a 30.000 Euro, ma ha anche disposto il divieto per i condannati di allevare cani per i prossimi due anni.
Ma facciamo un breve riassunto di tutta la vicenda iniziata nel 2012 con un esposto presentato da Legambiente alla Procura di Brescia. Attivatasi per le indagini, quest’ultima nell’estate del 2012 ha disposto il sequestro del “lager” di Green Hill e di tutti gli animali presenti. All’epoca gli animali rinvenuti, erano destinati alla sperimentazione animale nei centri di ricerca e nelle università italiane ed estera. In quell’occasione si è avviata una gara di solidarietà per tanti che, con cuore e spirito animalista, volevano essere affidatari dei cani prelevati da Legambiente. Da quella estate, si è avuto modo di sentir parlare ancora di più dell’argomento “vivisezione”.
In ogni piazza di Italia si è potuto assistere a manifestazioni, raccolta firme, petizioni. In ogni testata giornalistica si è avuto modo di approfondire l’argomento con inchieste e denunce di ciò che realmente accadeva in tali stabilimenti. Le persone devono essere rese consapevoli di quello che accade materialmente e si auspica che i movimenti animalisti non si arrestino proprio ora. Questo è il primo dei traguardi.
Anche il presidente LAV, Gianluca Felicetti è consapevole che la questione non può fermarsi soltanto su Green Hill affermando, difatti, che “oltre il filo spinato di Green Hill, la vivisezione esiste ancora e uccide quasi 3000 animali al giorno”.
3000 al giorno tutti i giorni, pensateci.
Continua, ancora affermando che tali pratiche per il nostro Paese non danno alcuna “risposta positiva alla nostra salute: per questo la nostra battaglia è continua”.
Anche l’onorevole Michela Vittoria Brambilla, presidente della Lega italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, commentando la sentenza su Green Hill ha affermato che la stessa finalmente riconosce il “principio secondo cui, anche nel contesto di massimo sfruttamento economico e per scopi asseritamente scientifici gli animali vanno rispettati e tutelati, come prevede la legge”. Nel prosieguo della dichiarazione, l’onorevole, ha avuto modo di affermare che non si ritiene soddisfatta delle pene comminate perché eccessivamente miti rispetto al male e al dolore che gli autori di tali delitti hanno inferto ai piccoli beagle. Ritorna, così, con tutta la forza e la preponderanza la discussione sulla riforma dei reati in tema di maltrattamenti. Se le riforme proposte, all’oggi, fossero in vigore quale pena si sarebbe applicata? Vi sarebbe stato spazio per considerare la cd. tenuità del fatto?
Quello che però si intravede nello sfondo di tutta la vicenda è l’ulteriore aspetto della ricerca scientifica. Può dirsi giusta nei confronti degli animali che al riguardo nulla possono obiettare?
In Italia il decreto legislativo del 4 marzo 2014, n. 26 ha dato attuazione alla direttiva europea sulla “protezione degli animali utilizzati a scopi scientifici”. Una ricerca scientifica guidata e normativizzata. Ma a fronte di un continuo sviluppo di tecnologie e metodi all’avanguardia la domanda sorge spontanea: quando potremo fare a meno della sperimentazione sugli esseri “senzienti”?
In effetti, da un lato la scienza e la medicina sono riconoscenti nei confronti degli animali che si sono “sacrificati” per ottenere risultati positivi per contrastare numerose malattie degenerative o mortali per l’uomo. Si pensi ai test sulle scimmie che hanno reso possibile il vaccino contro la poliomielite o stanno contribuendo notevolmente alla lotta contro l’AIDS; ai test sui topi che sono stati fondamentali per la lotta al tumore dell’ovaio e sono tutt’ora utilizzati per la ricerca sulla sclerosi laterale amiotrofica (SLA) o sull’Alzheimer e, infine, si pensi ai cani impiegati nella sperimentazione di farmaci contro le malattie cardiovascolari e negli studi sull’osteoporosi.
Quanto c’è di umano, quanto di interesse prettamente di natura economica e quanto di scientifico in tutto questo?
Per ora quello che possiamo fare è quantomeno essere soddisfatti del risultato ottenuto. Sicuramente non mancherà modo di assistere ad un secondo grado di giudizio come già promesso dal direttore dell’allevamento di Green Hill, RobertoBravi, che afferma nella sua nota che “siamo convinti che le argomentazioni che avevamo portato a dibattimento fossero più che sufficienti per dimostrare la correttezza di Green Hill e dei suoi dipendenti”. Nella nota il direttore dell’allevamento, lamenta gli eccessivi controlli effettuati, almeno 70 ispezioni in tre anni e ne ribadisce il risultato positivo. Aggiunge, inoltre, che l’intervento degli animalisti ha causato oltre l’esito differente dei controlli ma anche la conseguente perdita di 50 posti di lavoro a seguito della chiusura dello stabilimento. Infine, sottolinea come, in tutto questo, a pagarne le conseguenze sia proprio la ricerca scientifica italiana, mentre negli altri paesi le stesse pratiche non sono così controllate.
A noi non resta che attendere il deposito delle motivazioni della sentenza del 23 gennaio, che per Carla Rocchi, presidente nazionale dell’Enpa, rappresenta la “giornata della memoria dell’animalismo”.

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