‘Il grande Gatsby’, al cinema la storia di un epoca che non c’è più

il-grande-gatsby-posterIl film di cui vi parlo è uno di quelli che attendevo da tempo. Forse da quando due anni fa lessi il libro e, giunta alla fine, pensai: “Mi piacerebbe proprio vedere questa storia al cinema“. Scoprii che una versione già esisteva, anzi tre (la prima del ’26, andata ormai perduta; la seconda del ’49 e la terza, la più famosa, uscita nel 1974 e con Robert Redford nel cast), ma realizzai che nessuna era come me l’ero immaginato. Poi arrivò il 2013 e arrivò Baz Luhrman. E finalmente Il grande Gatsby mi apparve, ancora una volta dopo la lettura del romanzo, in tutto il suo splendore.

Titolo: Il grande Gatsby (orig. The Great Gatsby)

Regia: Baz Luhrmann

Anno: 2013

Paese: USA

Cast: Leonardo di Caprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Elizabeth Debicki, Joel Edgerton, Isla Fisher

La storia immagino ormai la conosciate tutti. Per i meno informati, Il grande Gatsby racconta la storia di Jay Gatsby, un uomo misterioso che fa parte di quella schiera che nella New York degli anni Venti viene chiamata “dei nuovi ricchi” e che è famoso in tutta la città per le sue feste grandiose a cui si partecipa senza alcun invito. Quando Nick Carraway, il narratore della storia, decide di tornare a NY e va a vivere in una casetta accanto alla magione di Gatsby, non sa nulla di lui ma è destinato a essere trascinato nella sua vita e nel suo mondo sfavillante. I due uomini fanno amicizia ed è così che Nick scopre il segreto di Jay Gatsby: è innamorato di Daisy, la cugina di Nick sposata al ricco Tom Buchanan. I due si erano innamorati cinque anni prima, ma Gatsby, preoccupato del suo essere povero, decide di rompere con Daisy che accetta quindi di sposare Tom. Ora che Gatsby è un uomo facoltoso – l’origine delle sue ricchezze è alquanto misteriosa e losca – l’uomo ha intenzione di riconquistare Daisy e le bellissime feste nella sua casa erano un tentativo di portare Daisy a sé. Gatsby chiede aiuto a Tom per incontrare Daisy e Nick accetta. I due si incontrano e la passione pare riaccendersi. Ma quando Daisy è messa davanti al fatto compiuto e alla decisione di abbandonare la sua vita per l’uomo che dice di amare, la donna sceglie di ritornare alla sua vita matrimoniale ipocrita ma comoda. E così che, prima di morire per mano di un poveraccio, Gatsby realizza che il sogno che coltivava da anni per il suo futuro apparteneva, ormai, già al passato e che la sua era vita fatta di pura illusione.

Difficile sapere da dove iniziare per parlare di questo film. Forse dovrei partire dalla frase che si è formata nella mia mente mentre guardavo l’ultima scena del film, con quella luce verde che diveniva sempre più flebile, immersa nella nebbia: “Questo film è di una bellezza commovente”. E, in effetti, qualche lacrimuccia l’ho versata. Perché in questo film  Baz Luhrman è riuscito a riversare l’essenza di tutto il romanzo e lo ha fatto in un modo talmente suggestivo e toccante che è difficile rimanere indifferenti. E, allo stesso tempo, è riuscito a mantenere la sua identità di regista, regalandoci un tripudio di colori, suoni, piume e scintillii.

Lo ammetto. Temevo che la componente più “spettacolare” del cinema di Luhrman avesse il sopravvento. Che il film si riducesse a una versione quasi circense degli anni Venti, già così eccentrici di loro, e che quello che ne uscisse fosse solo la superficie, senza che la vera voce di quell’epoca avesse realmente spazio, soffocata dai boa di struzzo. E invece, Baz mi sorprende ancora e sotto una patina luccicante e dorata, il regista riesce a inserire lo spirito dell’epoca ma anche le sue contraddizioni e riesce in modo magistrale a raccontare la storia di un uomo preda delle sue illusioni e come tale destinato al fallimento. Non sarà un caso che di lì a qualche anno, gli USA sarebbero stati oggetto della più grave crisi economica mai vista allora, il crollo della borsa del ’29 e da lì la situazione sarebbe degenerata nel giro di un ventennio in una guerra distruttiva e annichilente. E forse, dietro gli eccessi di una società felice di essere uscita da una guerra (la prima mondiale), ci era già il germe di qualcosa che sarebbe successo, un cambiamento irreversibile dell’umanità che Luhrman rappresenta molto bene con quella luce verde nella nebbia e con quella neve nelle scene iniziali che pare bloccare Carraway non solo fisicamente ma anche mentalmente, verso un tempo in cui credeva di essere felice mentre proprio in quel periodo, grazie alla conoscenza con Gatsby, scopre, ancora una volta, che le sue ragioni per sentirsi soddisfatto della propria vita non erano che evanescenti.

Luhrman mette tutto questo e anche di più in questo film e lo fa con minuzia e precisione nei particolari. Realizza una pellicola dalle mille luci ma anche dagli anfratti bui, dosando in parti uguali luce e tenebre. Ho amato alla follia la rivisitazione di quei tempi, la regia dinamica e vivace, le scene veloci, scattanti, i colori brillanti e forti, così rappresentativi di quell’atmosfera. Cosa non ci può fare, ormai, nell’era del digitale e grazie alle nuove tecniche di realizzazione delle pellicole hollywoodiane, il film è un’abbagliante ricostruzione dalle fondamenta di un mondo che a noi del 2000 appare sì lontano, ma anche così affascinante, caparbio e coraggioso, ottimista e illusorio, giovane come forse neanche noi, con tutte le nostre diavolerie tecnologiche, ci siamo mai sentiti. Tutto ti conquista nella New York di Luhrman. E, allo stesso tempo, tutto ti spaventa, travolgendoti in una spirale labirintica da cui appare difficile uscire.

Fantastiche le musiche. Utilizzare, nell’epoca del bebop e del jazz, musica rap, R&B o indie è stata una mossa vincente, checché ne dicano i detrattori. L’attualizzazione di una storia vecchia di quasi un secolo parte anche dalla scelta di un genere e del valore che esso può rappresentare in quel periodo storico: se negli anni Venti il jazz la faceva da padrone nel panorama musicale, scegliere oggi il rap e la musica indie significa riconoscerne la portata odierna e quindi non tradire il significato intrinseco e legato al contesto della storia raccontata. Non vedo anacronismi, ma una reale comprensione del vero significato che oggi come in quegli anni aveva questo o quel genere musicale. La colonna sonora del grande Gatsby è un lavoro magistrale – prodotta da Jay Z e a cui hanno contribuito artisti del calibro di Jack White, Kanye West, Lana del Rey, Florence + The Machine – che sa essere estremamente coinvolgente e aggiunge altro mordente alla storia, calando alla perfezione lo spettatore nelle atmosfere del film.

E infine, ultimi ma di certo non ultimi per quanto sono stati bravi, gli attori. Impressionante. Leonardo Di Caprio è Jay Gatsby. Di Caprio, vecchio mio, si conferma un attore di grandissimo livello, un artista capace di calarsi perfettamente nei panni del personaggio principale di questa storia, panni che gli stanno come una muta o una seconda pelle. Quando appare lui nel film la prima volta e fa quel sorriso sghembo a Tobey Maguire, verrebbe voglia di dire “ok, anche se la pellicola si bruciasse in questo preciso momento, morirei contenta!”. Non avrebbero potuto scegliere di meglio per un ruolo del genere e, dopo anni, sono risaliti in superficie tutti gli entusiasmi della pubertà che mi procurai guardando Titanic. Anche se, a dire la verità, mi piace più ora che prima, perché finalmente posso apprezzarne anche il grande talento. Bravissimo anche Tobey Maguire, anche lui perfetto nella parte di Nick Carraway che me l’ero, in effetti, sempre immaginato con quella faccia lì, a metà tra lo stordito e l’affascinato, il giovane che scopre cosa significa davvero amore e quale sia spesso il suo prezzo, che cresce e diventa adulto (Nick compie trent’anni proprio durante gli eventi che coinvolgono Daisy e Gatsby) e apprende l’importante lezione che la vita gli dà, una lezione amara, forse crudele, ma essenziale.  Maguire convince tanto, mi convince qui molto più di quando si arrampicava sui vetri a specchio mentre giocava a fare Spiderman. Ottima nella parte di Daisy Buchanan l’attrice Carey Mulligan (Drive, Shame) che con la sua grazia conferisce al personaggio di Daisy quella frivolezza e quella leggerezza che nel romanzo, forse, trapelavano meno, ma con le quali ce la siamo sempre immaginata.

Ci sarebbero, probabilmente, molte altre cose da dire, ma incensare questo film ancor di più potrebbe farvi perdere la curiosità e spingervi a non vederlo. E invece dovete vederlo. Perché non sempre  la macchina patinata di Hollywood riesce a realizzare prodotti di un tale qualità in un formato di questo genere, enorme e spettacolare nella realizzazione quanto nelle aspettative. Invece Luhrman ci riesce e dimostra a tutti la sua bravura nella regia di una storia che è una vera sfida. Infatti, dopo la sua uscita, non tutti si sono mostrati entusiasti come me e come al solito ci sono i denigratori. Allora io dico che questo è uno dei motivi principali per vederlo. Per poterne parlare con cognizione di causa. E magari dire a chi lo critica aspramente, che forse dovrebbero andarsi a leggere Fitzgerald e poi tornare sul film. E allora si che tutto potrebbe apparire diverso. Più chiaro.

Non sono una fan delle trasposizioni letterarie. Non amo i film che stravolgono le storie di carta che ho amato e mi hanno fatto passare delle ore piacevoli in loro compagnia. Non mi riconosco quasi mai negli attori che interpretano i miei amati personaggi o nelle scene rappresentate. E quindi per me è molto strano consigliare una trasposizione. Ma Luhrman ha trasformato la mia idea del romanzo in immagini, suoni e colori. Ha reso gli attori i personaggi che ricordavo, dandogli addirittura un risvolto nuovo e una dimensione più profonda di quella che ricordavo. Il grande Gatsby di Luhrman arricchisce senza tradire Fitzgerald. E per questo risulta vincente su tutta la linea.

SABINA LOIZZO

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