I tori di Pamplona e i cavalli di Siena: tra tradizione e inciviltà

ROSSO SANGUE SU CORPI NUDI: IL FLASHMOB DEGLI ANIMALISTI IN PROTESTA
di Barbara Fuggiano

 Siamo a Pamplona e come ogni anno si celebra l’encierro, la tradizionale corsa dei torni che occupa le principali vie della città navarra, attirando migliaia di turisti. La festa inizia il 6 luglio, con il lancio del txupinazo, un raggio che annuncia l’inizio della perdita di ogni freno inibitorio da parte di tutti i presenti. Da quel momento sino al 14 luglio, infatti, tutto sembra concesso, compresa una corsa di tori lunga circa 800 metri che miete, ogni anno, numerose vittime.

La festività, in onore di San Firmino, ha origini molto antiche e molto più modeste, dato che la baldoria che attualmente la contraddistingue – garantendole un posto sul podio delle “migliori feste del mondo”, accanto al Carnevale di Rio de Janeiro e all’Oktoberfest di Monaco di Baviera – è uno sviluppo piuttosto recente. Mi si conceda di puntualizzare che, a differenza di moltissime altre feste folkloristico-religiose (anche se, in questa, di religioso poco o niente è rimasto) nelle quali la “pazzia collettiva” dipende dalla volontà (più o meno condivisibile) dei partecipanti, a Pamplona l’attrazione principale è rappresentata da incolpevoli e inconsapevoli tori, letteralmente catapultati in mezzo a una folla delirante che, correndo e strattonandosi, dovrebbe guidarli fino alla Plaza de toros.

Non ci si può stupire, allora, se ogni anno vi siano vittime e feriti.

Lo scenario che si apre ogni anni, dal 7 al 14 luglio, è il seguente: 825 metri di viette lastricate percorse in meno di tre minuti da qualunque maggiorenne che si lanci nel percorso recitanto; dietro la folla, i tori vengono improvvisamente liberati dal recinto ove hanno passato la notte affinché rincorrano le migliaie di persone che hanno deciso di partecipare. Il bilancio delle otto corse di quest’anno è di una decina di incornati, ma per una volta il bottino con cui Pamplona deve fare i conti non è solo questo. Alla vigilia della festa tanto discussa, infatti, la Peta (People for the Ethical Treatment of Animals), una delle associazioni animaliste più conosciute e appoggiate al mondo, ha organizzato un particolare flashmob per denunciare le condizioni dei tori sfruttati nelle corride spagnole: decine di attivisti, nudi e “insanguinati” sul corpo si sono disposti lungo le strade di Pamplona, per urlare in silenzio il sangue che la violenza (gratuita) usata sugli animali fa scorrere. Perché la violenza genera violenza. I tori, terrorizzati dalla paura e dalla follia delle urla e dell’alcol della festa, corrono impazziti; non capisco, quindi, come il fatto che vi siano feriti (se non addirittura morti, come in passato è capitato) possa ancora far notizia, dato che non è solo scontato ma persino voluto.

Purtroppo il toro è un vero proprio simbolo per la Spagna; sfidarlo è segno di virilità e coraggio, motivo di adrenalina e euforia. Le lotte portate avanti da anni dagli animalisti, invece, cercano di veicolare il rispetto degli animali come segno di civiltà. E, si deve ammettere, queste lotte non sono sempre donchischiottiane: a Mataelpino, vicino Madrid, infatti, non c’era un mulino a vento. Lo scorso settembre, il tradizionale encierro estivo di preparazione alla corrida è stato sostituito dalla corsa dietro una sfera di ben 125 kg (per 3 mq di diametro) dipinta con zampe e coda simili a quelle del toro e in grado di rotolare piuttosto velocemente. La passione per la corrida e per la straziante morte del toro hanno ceduto di fronte ad una trovata che, per quanto possa far sorridere, ha il merito di aver preservato gli animali senza sottrarre turismo e benessere alla città in occasione della festa.

Ma non occorre andare tanto lontano per ammirare uno scontro tra tradizione folkloristica – dietro alla quale, in realtà, si celano innegabili interessi economici – e animalisti. E’ dietro l’angolo, a Siena. Da una parte, chi denuncia l’uso di doping e l’elevato rischio per la salute dei cavalli, anche a causa del persorso tra le strette vie (“ammorbidito” da un materasso lungo la curva di San Martino), e, dall’altra, le contrade senesi che rivendicano un trattamento sacro e rispettoso dei protagonisti del famoso Palio. Pochi giorni fa, dopo il tragico incidente durante le prove, è stata abbattuta Periclea, una cavalla di sette anni vergine del Palio; la notizia ha riacceso il dibattito e, soprattutto, lo sdegno dell’ENPA e della LAV.

Il confine tra la tradizione e l’inciviltà (che degenera in barbarie) è molto labile e trovare un equilibrio è davvero difficile. C’è però da chiedersi se le tradizioni non possano (anzi, debbano) essere rivisitate, se non più attuali.

Gli animali, complici indifesi, hanno per anni affiancato l’uomo, ricoprendo il ruolo di veri e propri “strumenti del mestiere”… Non sarebbe l’ora di render loro onore e iniziare a rispettarli?

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