Gabriel Garcia Marquez: due anni di “solitudine”

IL 17 APRILE 2014, CI LASCIAVA IL CELEBRE SCRITTORE GABRIEL GARCIA MARQUEZ

di Valentina Copparoni

gabriel garzia marquez “Se per un istante Dio dimenticasse che sono una marionetta di stoffa e mi regalasse un poco di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, pero in definitiva penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, capisco che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi, perdiamo sessanta secondi di luce.

Andrei avanti quando gli altri si fermano, mi sveglierei quando gli altri dormono.

Ascolterei quando gli altri parlano, e come gusterei un buon gelato al cioccolato!

Se Dio mi regalasse un poco di vita, vestirei in modo semplice, mi butterei a terra al sole, lasciando allo scoperto, non soltanto il mio corpo ma anche la mia anima.

Mio Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio, e aspetterei che uscisse il sole. Dipingerei con un sogno di Van Gogh sulle stelle un poema di Benedetti, e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.

Innaffierei con le mie lacrime le rose per sentire il dolore delle loro spine, e l’incarnato bacio dei suoi petali…

Mio Dio, se io avessi un poco di vita…Non lascerei passare un solo giorno senza dire alle persone che amo, che gli voglio bene. Convincerei ogni donna o uomo che sono i miei preferiti e vivrei innamorato dell’amore.

Agli uomini proverei quanto si sbagliano quando pensano che smettono di innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi!.

A un bambino gli darei le ali, però lascerei che da solo imparasse a volare.

Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con la dimenticanza.

Tante cose ho imparato da voi, gli uomini…Ho imparato che tutto il mondo vuole vivere nella cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel modo di salire la scarpata.

Ho imparato che quando un bambino appena nato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo mantiene intrappolato per sempre.Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro dall’alto, solo quando lo aiuta ad alzarsi.

Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma alla fine non potranno servirmi molto perché quando mi riporrete dentro la valigia, purtroppo io starò morendo

Con queste meravigliose parole, un sorta di lettera d’addio ai suoi lettori prima di ritirarsi a vita privata per motivi di salute, voglio aprire questo piccolissimo, e certamente non esaustivo, ricordo di un grande scrittore, un vero poeta cantore dell’animo umano dipinto di mille sfumature: Gabriel José de la Concordia García Márquez, soprannominato Gabo.

Il 17 aprile di un anno fa, ad 87 anni, ci lasciava sfiancato dalle complicazioni di una polmonite.

 Era nato nel  marzo del 1927 ad Aracataca, un piccolo villaggio colombiano. Figlio di Gabriel Eligio García e Luisa Santiaga Márquez Iguarán, cresce insieme ai nomi in un paese non troppo lontano dal luogo dei suoi natali. E’ solo la morte del nonno che si trasferisce a Barranquilla dove frequenta prima il Colegio San José e poi il Colegio Liceo de Zipaquirá dove si diploma nel 1946.

E’ nel 1947 che inizia i suoi studi, che però abbandonerà presto, all’Universidad Nacional de Colombia di Bogotà; sono studi di giurisprudenza e scienze politiche durante i quali pubblica  il suo primo racconto “La tercera resignacion”

Abbandonati gli studi che non amava, inizia a dedicarsi al giornalismo trasferendosi nel 1948 a Cartagena e unendosi, nel frattempo, ad un gruppo di giovani scrittori dediti alla lettura dei romanzi di autori tra i quali Kafka e Virginia Woolf.

Non c’è atto di libertà individuale più splendido che sedermi a inventare il mondo davanti ad una macchina da scrivere”

Torna a Bogotà nel 1954 come giornalista de “El Espectador” e dopo aver pubblicato il “Foglie morte”. Si trasferisce per alcuni mesi in terra italiana, a Roma, in cui rimane per seguire alcuni corsi di regia prima di ripartire ancora una volta verso il resto del mondo. Questa volta la capitale francesce, Parigi.

La sua vita intanto si arricchisce anche di amore: sposa Mercedes Barcha nel 1958  con cui ha due figli, Rodrigo e Gonzalo.

Intanto a Cuba arriva al potere Fidel Castro e Marquez decide di visitare l’isola, dove conosce personalmente Castro e  Che Guevara, e di iniziare una collaborazione professionale con l’agenzia “Prensa latina” prima  a Bogotà, poi a New York, agenzia fondata dallo stesso Castro. Ma queste scelte personali e professionali gli portano non pochi porblemi. Questa amicizia, che egli definì sempre  intellettuale e letteraria, più che politica, con Fidel Castro gli portarono, infatti, diverse critiche ed anche un divieto di entrare negli Stati Uniti rimosso soltanto anni dopo dall’ex Presidente Bill Clinton che, innamorato dei suoi libri, lo ricevette alla Casa Bianca.

Ci sarà sempre chi ti critica, l’unica cosa da fare è continuare ad avere fiducia, stando attento a chi darai fiducia due volte

I suoi rapporti con Cuba e le conseguenze di questa scelta lo portano a trasferirsi in Messico. Ed è proprio nella calda terra messicana che Marquez scrive nel 1962 il suo primo libro “I funerali della Mama Grande” che contiene anche “Nessuno scrive al colonnello”, lavori con cui inizia a plasmare il mondo di Macondo, paese immaginario che deve il suo nome ad una zona vicino al paese di origine di Gabriel Garcia Marquez.

E qualche anno  dopo, nel 1967, che arriva il suo romanzo forse piu’ noto  ed amato che lo rende famoso in tutto il mondo “Cent’anni di solitudine”. Un meraviglioso racconto che narra le vicende della famiglia Buendía a Macondo, ricco di riferimenti alla storia e alla cultura popolare sudamericana, un quadro complesso come l’animo umano. Durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel 2007, il romanzo è stato votato  come la seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Il segreto per invecchiare bene è aver fatto un patto di onestà con la solitudine

Amaranta pensava a Rebeca, perché la solitudine le aveva selezionato i ricordi, e aveva incenerito gli intorpidenti mucchi di mondezza nostalgica che la vita aveva accumulato nel suo cuore, e aveva purificato, magnificato e eternizzato gli altri, i più amari

Nel 1971, a causa dell’”affaire Padilla” (il governo cubano aveva fatto arrestare e poi costretto ad una pubblica autocritica, in cui accusava sé stesso e la moglie -condizione imposta per l’immediato rilascio e la concessione del visto d’uscita- il poeta Heberto Padilla, per avere scritto contro la Rivoluzione e il castrismo), molti intellettuali socialisti e comunisti, tra cui Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Alberto Moravia, Mario Vargas Llosa, Federico Fellini firmano una lettera di critica al governo cubano.

García Márquez è l’unico degli intellettuali interpellati che si rifiuta di firmare questa lettera. Il fatto che Vargas Llosa la avesse invece sottoscritta  interruppe il loro lungo rapporto d’amicizia. Solo nel 2007 arriva una riappacificazione, quando l’autore peruviano permette  la pubblicazione di un suo saggio del 1971 nell’introduzione di una nuova edizione di Cent’anni di solitudine

Sono anni questi di grande produzione letteraria per Marquez  che delinea sempre di più il suo stile fatto di un incantevole intreccio tra realtà e fantasia (chiamato “realismo magico”)  in cui i sentimenti sono spesso i protagonisti reali delle vicende narrate. Grazie anche ad altri libri come “L’autunno del patriarca”, “Cronaca di una morte annunciata”, “L’amore ai tempi del colera” fa conoscere la letteratura latinoamericana in tutto il mondo. E’ nel 1982 che viene premiato con il Nobel per la letteratura.

Dagli anni ’80  e ’90 la sua patria è soffocata  dalla guerra tra governo, narcotrafficanti e guerriglieri come le FARC per questo trascorre poco tempo nella sua terra anche se si propone più volte come mediatore per cercare di ottenere la pace in Colombia.

Intanto lo spettro dei problemi di salute inizia ad affacciarsi.

Nel 2001 è colpito da cancro linfatico ma superata questa brutta parentesi nel 2002 pubblica comunque la prima parte di “Vivere per raccontarla”, la sua autobiografia. Vince la sua battaglia contro il cancro e nel 2005 torna  pubblicando il suo ultimo romanzo “Memoria delle mie puttane tristi” .Purtroppo il destino non è buono con Marquez.

Ricoverato per l’aggravarsi di una grave polmonite nella clinica Salvador Zubiran in Messico, Gabriel García Márquez muore il 17 aprile 2014, all’età di 87 anni.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo solo per aiutarlo a rimettersi in piedi.”

E’ sempre difficile raccontare uno scrittore, e forse lo è ancora di più con Marquez che ha saputo creare nei suoi romanzi una sorta di mondo parallelo che però poi non si scopre cosi surreale, tutt’altro. In un modo o nell’altro ognuno di noi sa riconoscersi, almeno in parte, almeno per una fase della vita, almeno per un istante.

Ed ecco quindi che forse il modo migliore per conoscerlo è lasciarsi andare tra le braccia di un suo libro perché “la vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla”.

2 thoughts on “Gabriel Garcia Marquez: due anni di “solitudine”

  1. La sua pubblicazione darà stimolo a molti di avvicinarsi a questo grande uomo, me per primo. Con un questo gesto ha regalato a tutti una possibilità in più.
    Grazie

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