La morte e la vita di Umberto Veronesi

IL RICORDO DEL GRANDE ONCOLOGO 
del dottor Giorgio Rossi

L’8 novembre scorso nella sua casa di Milano si è spento Umberto Veronesi grande scienziato, padre dell’oncologia italiana ma soprattutto uomo di grande umanità.

 

Per occuparsi di oncologia agli inizi degli anni 50′ del secolo scorso serviva un grande coraggio ed una grande spinta emotiva che era quella che ha poi sempre guidato la mano dello scienziato : salvare le persone.

 

All’Istituto Nazionale Tumori prima e dagli anni 90′ presso l’Istituto Europeo di Oncologia, da lui stesso fondato, ha svolto la sua attività clinica di chirurgo oncologo e di grande ricercatore , facendo di Milano una delle capitali europee dell’oncologia.

 

Per noi che negli anni 70′ eravamo giovani oncologi, il Professor Veronesi è stato il “FARO” apprezzato per il suo rigore scientifico, ma soprattutto per la sua grande umanità, il suo tratto gentile, mai da “prima donna”, un vero signore. La sua grande raccomandazione, oltre ovviamente alle giuste applicazioni scientifiche alla pratica clinica, è sempre stata quella del “ modo umano con cui trattare le nostre care pazienti”

 

La sua grande intuizione scientifica che lo ha reso famoso in tutto il mondo, si chiama “quadrantectomia”.

 

Erano gli anni in cui il tumore della mammella veniva considerata una malattia a diffusione prevalentemente loco regionale e su questo assunto, veniva curata con trattamenti localmente iper-aggressivi : mastectomia super radicale ( cosiddetta mastectomia di Halsted) che prevedeva oltre all’asportazione completa del seno, la rimozione anche dei muscoli della parete toracica e lo svuotamento del cavo ascellare sede di linfonodi potenzialmente interessati dal tumore.

 

A questa gravosa demolizione seguiva anche la radioterapia con campi che comprendevano l’emitorace, il cavo ascellare e la regione sovraclaveare dello stesso lato, con la finalità di sterilizzare eventuali residui anche microscopici di malattia.

 

Tutto ciò comportava un danno estetico di enorme entità : emitorace scheletrizzato, braccio gonfio, caduta della spalla e soprattutto un danno psicologico gravosissimo per la donna che vedeva la sua femminilità profondamente compromessa.

 

Dal 1973 Umberto Veronesi, primo al mondo, cominciò ad utilizzare un intervento del tutto conservativo : la quadrantectomia, ovvero l’asportazione chirurgica del solo quadrante della mammella ove è localizzato il nodulo tumorale. Anche lo svuotamento del cavo ascellare veniva limitato solo ai primi livelli senza più ricorrere alla dissezione completa. Seguiva sempre la radioterapia, ma solo sul corpo mammario e a dosaggio sensibilmente minore.

 

Ovviamente questa nuova strada era stata ideata su un dato scientifico fondamentale : tutta la letteratura prodotta fino ad allora, aveva inequivocabilmente dimostrato che la mortalità per tumore della mammella non era tanto dovuta ad una ripresentazione locale della malattia, ma alla diffusione a distanza, cioè alla comparsa di metastasi in organi diversi.

 

Sempre più il tumore mammario venne considerato una malattia potenzialmente sistemica fin dall’esordio e pertanto da aggredire in modo multifattoriale dove la chirurgia veniva ad occupare solo un tassello dello scenario terapeutico completo rappresentato da : radioterapia, ormonoterapia e chemioterapia.

 

Inizialmente il mondo scientifico accolse questa innovativa procedura con molto scetticismo, ritenendo Veronesi un po’ “ pazzo”. Ma, più il tempo passava, più i dati mostravano che l’intuizione era giusta.

 

Allora altri Centri europei cominciarono a seguire la stessa via.

 

Finché nell’ottobre del 2002 la prestigiosa rivista scientifica New England Journal of Medicine pubblicò i dati di uno studio multicentrico internazionale, guidato dal Centro di Milano, in cui si dimostrò in modo definitivo che la sopravvivenza a 20 anni delle donne sottoposte a quadrantectomia corrisponde a quella di coloro a cui è stata asportata l’intera mammella.  

 

Attualmente in tutto il mondo la quadrantectomia è diventato il trattamento standard.

 

Il grande impegno del professor Veronesi nella ricerca inizia nel lontano 1965 quando, insieme ad un manipolo di medici e di imprenditori fonda l’AIRC (Associazione Italiana Ricerca sul Cancro) che in 50 anni ha distribuito 1 miliardo di euro per il finanziamento della ricerca oncologica.

 

Più recentemente è sorta anche la Fondazione che porta il suo nome che oltre a finanziare borse di studio per giovani ricercatori, è anche un centro di promozione culturale a più largo spettro.

 

Grande anche il suo impegno sociale e politico, connotato da posizioni coraggiose a volte controcorrente. Nel periodo come Ministro della Sanità, dal 2000 al 2001, forte fu l’impegno per l’organizzazione della prevenzione oncologica, così come tenace il suo coinvolgimento a favore di una legge che riconoscesse il valore legale del testamento biologico, in cui dichiarare le proprie volontà di fine vita.

 

In una delle sue ultime interviste diceva: “ a chi mi dice che sono un uomo di successo, io rispondo che non è vero , io sono un uomo di insuccesso, perché quello che dovevo raggiungere non è stato raggiunto; la soluzione finale, l’eradicazione del cancro, purtroppo non l’ho potuta vedere ….ma arriverà “

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