Testi e disegni lunghi “Una Settimana Rossa”

GRAPHIC NOVEL STORICA FIRMATA DA 6 MARCHIGIANI 

F&D cop una_settimana_rossaANCONA – di Giampaolo Milzi – L’uso del fumetto, o meglio della “graphic novel”, per rendere pop la grande Storia. In modo diretto, efficace, coinvolgente. E fu grande Storia, quella scritta dal 7 al 14 giugno 1914 dal moto popolare che, accesosi ad Ancona, condusse l’Italia a un passo dalla rivoluzione libertaria e sociale. “Una settimana rossa”, edito da “Gwynplaine” di Camerano (AN), è un breve saggio che merita certamente di cogliere il suo obiettivo di fondo: divulgare senza retorica ciò che avvenne nelle sue ambientazioni e nei suoi intrecci contestuali e, per quanto possibile, riattualizzandone le idee e i valori ispiratori ad un secolo di distanza. Lo strumento dei disegni e dei testi, didascalici ma esaurienti nella loro sinteticità e freschezza, ben si presta a raggiungere il grande pubblico, soprattutto quello più refrattario alla lettura, soprattutto quello più giovane, troppo spesso tradito dalle lacune dei programmi scolastici e dai vuoti nelle lezioni degli insegnanti. Giovani lavoratori precari, così come tantissimi giovani di oggi, sono i tre amici attorno alle cui azioni si dipana il racconto. Bruno e Sante scaricano il carbone al porto, Iole rammenda le reti da pesca, sperando che il marito partito soldato torni vivo dall’impresa guerresca dell’Italia in Libia. Il militarismo, la casa reale dei Savoia, gli alti papaveri che guidano il governo borghese di Salandra sono i simboli delle frustrazioni e del crescente malcontento della stragrande maggioranza degli italiani di allora, che reclamano un’emancipazione basata su una vita di pace e pari diritti e opportunità. Bruno, Sante e Iole sono gli iper realistici rappresentanti del povero popolino impegnato in un conflitto di classe da tempo in atto, anche e soprattutto ad Ancona. Che con il suo porto, il cantiere navale, la ferrovia, le prime fabbriche, era già da anni in fermento. E s’era conquistata la fama di città sovversiva. Aveva infatti già conosciuto i moti del pane del 1898, gli scioperi del 1913. Ospitava importantissimi nuclei delle principali forze politiche di sinistra – anarchici, repubblicani, socialisti – e di moltissime associazioni di lavoratori che costituivano un fronte comune agguerrito. Era molto frequentata da personaggi di alto calibro. Come Errico Malatesta, guida e intellettuale anarchico di rilievo anche all’estero, e Pietro Nenni, allora repubblicano, direttore del Lucifero. La “graphic novel” si apre proprio con Malatesta che torna in nave ad Ancona dopo un lungo esilio a Londra. Descrive l’atmosfera in ebollizione alla vigilia delle manifestazioni antimilitariste proclamate per il 7 giugno in occasione della Festa dello Statuto Albertino, manifestazioni vietate dal Governo. Molto suggestive le scene che tratteggiano i tragici “fatti di Ancona”. Quando al termine di un comizio di anarchici, socialisti e repubblicani a Villa Rossa, i carabinieri, il fatidico pomeriggio del 7, sparano sulla folla e uccidono tre giovani compagni di Bruno, Sante e Iole. I tre appaiono spesso nelle tavole disegnate dalle matite di Filippo Mattioli e inchiostrate a china da Massimiliano Paladini (due tatuatori di Fano), agiscono d’istinto ed impeto prendendo parte a un sommovimento spontaneo e dilagante, tra gli assembramenti, gli assalti ai negozi, ai palazzi del potere e a un’armeria, i sabotaggi alle linee telefoniche e telegrafiche. La sceneggiatura curata da Luigi Balsamini (curatore della Biblioteca Travaglini di Fano), Vittorio Sergi (sociologo di Senigallia), Pamela Galassi e Marco Mattioli (del gruppo anarchici Valcesano) assieme alle illustrazioni ricrea un clima in cui lo sdegno per il sangue dei fratelli vittime del “piombo della sbirraglia” si trasforma nella rabbiosa “festa della rivoluzione”. Con le autorità civili e le forze dell’ordine costrette alla ritirata, le strade di Ancona controllate dai rivoltosi, il fiume di gente che il 9 giugno sfila dal centro fino alla Camera del Lavoro, al rione Archi, per i funerali. Ma ecco che il 10 giugno al porto dorico getta le ancore la IV divisione navale e sbarcano 500 marinai. Ad Ancona – come a Falconara, Fabriano, Jesi, Senigallia e nelle tante altre città di altre regioni, soprattutto della Romagna, contagiate da una sommossa che pare vincente – il sol dell’avvenire e gli alberi della libertà piantati nelle piazze vengono oscurati dall’ombra della repressione. La Confederazione generale del lavoro dichiara cessato lo sciopero generale che ha paralizzato un po’ ovunque ferrovie e arterie di comunicazione ramificandosi in mille episodi, sovente violenti, che delinenao un quadro di insorgente guerra civile. Il popolino si sente tradito dai dirigenti politici che avrebbero dovuto guidarlo pianificando la rivolta e invece non si sentono pronti e – tranne Malatesta e i suoi – fanno marcia indietro. A Roma il governo regge l’urto, carabinieri e guardie regie tornano padroni della scena e vanno a caccia dei rivoltosi. Nelle ultime due tavole Bruno, Iole e Sante si salutano e dividono le loro strade per un esodo che inizia con un arrivederci: sognando che le barricate, durate solo per una Settima Rossa, ricompaiano un giorno; convinti che la rivoluzione ha perso ma inneggiando alla rivoluzione futura; a un futuro di pace, giustizia e libertà per tutti.

In appendice di questo saggio a fumetti, l’intrigante selezione delle migliori opere presentate al concorso grafico “La settimana rossa del 1914: storia, memoria e immaginazione della rivoluzione sociale”.

(tratto da Urlo-mensile di resistenza giovanile)

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