Vivere e morire da cronisti: 106 i giornalisti uccisi nel 2011

MILANO, 20 DICEMBRE ’11 – Vivere e morire da cronisti. Vivere e morire per raccontare i fatti, descrivere storie, dare voce alle persone che non l’hanno, portare alla luce una verità, seguire quello che per molti di noi è una missione, una sorgente di vita, una scelta per cui si può anche morire.

Sono tanti, troppi i giornalisti uccisi, sacrificati sul campo di battaglia della cronaca quotidiana. I dati dell’organizzazione non governativa Press Emblem Campaign, con sede a Ginevra, recentemente pubblicati parlano di almeno 106 giornalisti morti nel solo 2011. Venti, uccisi durante le “Primavere arabe”, sette soltanto in Libia. Solo un terzo di questi, è morto in incidenti. Secondo i dati della Press Emblem Campaign, i paesi del mondo dove per i giornalisti è più arduo lavorare, sono il Pakistan e il Messico. Realtà dure, dove il diritto all’informazione si può anche pagare con la vita. Pesante il bilancio della Ong con sede a Ginevra. Sono un centinaio i reporter attaccati, minacciati, arrestati e feriti nel mondo, nei paesi come Egitto, Libia, Siria, Tunisia e Yemen, interessati dalle rivolte arabe. Nello Stato centroamericano le stime attestano che sono stati uccisi 12 giornalisti; 11 nel Paese asiatico (specie al confine con l’Afghanistan). Altro dato sottolineato nel report dell’organizzazione non governativa, è che i due terzi dei reporter morti sul lavoro sono stati uccisi intenzionalmente come ritorsione per il proprio lavoro, per far tacere un’inchiesta, per bloccare la diffusione di informazioni ‘scomode’. Solo un terzo delle vittime della stampa è morto in circostanze accidentali, durante manifestazioni, combattimenti, attacchi kamikaze o esplosioni di mine.

TALITA FREZZI

D: Uccidere un giornalista per non diffondere informazioni, è un’aggravante?

R: No, di per sé non esiste alcuna aggravante specifica, a meno che non lo si riesca di volta in volta a far rientrare nell’aggravante comune dei motivi abietti.

D: Quando un reporter muore nell’adempimento del proprio dovere, durante un attentato o un combattimento, chi risarcisce la famiglia?

R: Come in ogni circostanza, la responsabilità è soltanto del colpevole anche dal punto di vista risarcitorio.

AVV.TOMMASO ROSSI

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