Vaticano: il ‘corvo’ sapeva e forse voleva essere indagato?

ROMA, 6 GIUGNO ’12 – Siamo di nuovo all’inchiesta Vaticana. Ai documenti segreti del Papa trovati nell’appartamento del suo maggiordomo, Paolo Gabriele. Un particolare inspiegabile: il maggiordomo infatti, sebbene fosse a conoscenza dell’indagine aperta dalla Gendarmeria sulla fuga di documenti vaticani, continuava a custodirli nel suo appartamento, con il rischio evidente di essere scoperto. Un atteggiamento quanto mai anomalo da parte di chi sa di rischiare molto. In merito, sono state avanzate le più disparate ipotesi, ma una, più delle altre, sembra dare un senso alla sua scelta, apparentemente inspiegabile. Il processo canonico a suo carico potrebbe infatti concludersi con il suo pentimento e la richiesta di perdono al Pontefice. In tal caso, il Papa lo perdonerebbe, in virtù di un accordo pregresso secondo il quale il maggiordomo avrebbe deciso di collaborare, facendo i nomi di mandanti e beneficiari dei documenti segreti. Si tratterebbe di un pentimento concordato, sulla scorta di quelli già conosciuti dalle procure italiane. Infatti, ricostruendo i fatti, occorre ricordare che sei mesi fa, quando vengono gettati i primi sospetti sul maggiordomo, le voci vengono inizialmente respinte tassativamente. Tuttavia, dopo che le lettere private di Benedetto XVI vengono mostrate in tv (durante la trasmissione «Gli Intoccabili» di Gianluigi Nuzzi su La7), i sospetti sul presunto corvo prendono di nuovo forma: il suo nome sembra essere già noto all’interno delle stanze vaticane. Secondo alcuni giornali, la copia del documento trattato soltanto all’interno dell’appartamento papale – che non sarebbe potuto passare per altri uffici – sarebbe stata un’esca, per arrivare direttamente al nome di Paolo Gabriele. Il maggiordomo infatti, durante le indagini, continua a maneggiare lettere e documenti con disinvoltura, fino al suo arresto, avvenuto 23 maggio. Nel suo appartamento Gabriele aveva svariati incartamenti già pronti per la consegna e un elenco di destinatari contenente nomi che dovrebbe confermare durante l’interrogatorio formale del processo canonico.

L’interrogatorio formale. Proprio ieri mattina, è iniziato il l’interrogatorio formale di Paolo Gabriele di fronte al giudice istruttore vaticano, Piero Antonio Bonnet e al promotore di giustizia Nicola Picardi. Paolo Gabriele era assistito dai due suoi avvocati, Carlo Fusco e Cristana Arru. Nessuna notizia è ancora trapelata, riguardo al contenuto del colloquio con il giudice, coperto da segreto istruttorio. Gli atti della fase istruttoria sono coperti da segreto, mentre, qualora fosse rinviato a giudizio, il processo sarebbe pubblico. Per ora Gabriele rimane l’unico indagato. I giudici vaticani non hanno ancora avanzato alcuna richiesta di rogatoria internazionale per indagini da svolgere in territorio italiano o a carico di cittadini italiani ( Paolo Gabriele ha infatti la doppia cittadinanza). Mentre non si sa ancora nulla sui tempi della fase istruttoria, il tempo di custodia cautelare ha una durata massima di 50 giorni, più 50. I tempi dell’indagine non si annunciano brevissimi. Secondo il codice penale vaticano – ricalcato sul codice italiano Zanardelli del 1889 – la pena comminata per il reato di “furto aggravato” (di cui è al momento accusato) sarebbe la reclusione fino ad 8 anni, a cui eventualmente si potrebbero aggiungere altri reati accessori, come la “rivelazione di segreto politico”, punibile fino a 3 anni. Se il maggiordomo verrà condannato per i capi di imputazione ascrittigli nei tre gradi di giudizio dell’ordinamento canonico, dovrà scontare la pena in un carcere italiano, secondo quanto previsto dai Patti Lateranensi. Tuttavia, è possibile, proprio perché trattasi di processo canonico, che l’imputato riceva la grazia di Benedetto XVI.

CLARISSA MARACCI

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