Un tuareg al lavoro tra Ancona e il deserto

VIAGGI TURISTICI CON M’AMMED DJABA

personaggio-tuareg- ANCONA – di Marco Benedettelli – Probabile che nessuno come lui, ad Ancona e dintorni, conosca così a fondo il Sahara e il suo orizzonte di piste invisibili. M’hammed Djaba è un tuareg, nato in Algeria ma ormai legato alla comunità marchigiana da vari anni. “Diciamo che ho un piede qua e uno nel deserto, sono rimasto nomade”, scherza. Ed è riuscito a trasformare la sua cultura di viaggiatore in un mestiere, quello di guida turistica nel Sahara. Con tanto di agenzia di viaggio, la Takassit Voyages, che organizza tour fra le dune del deserto, in luoghi altrimenti irraggiungibili. “Documenti e visto di viaggio, poi autisti e jeep, e quindi vivande ed escursioni. Pensiamo a tutto noi”, spiega col suo sorriso da ragazzino sveglio in un volto da uomo navigato, che ricorda quello di Morgan Freeman. Djaba è arrivato in Italia negli anni 90. Fin da giovanissimo lavorava nel turismo intorno a Djanet. Il suoi tuareg sono un grande popolo transnazionale, nomade, che un tempo si muoveva in una vastissima area del Sahara prima dell’inasprirsi delle crisi geopolitiche. “Il nostro vero nome è in realtà Kel Tamahaq. Tuareg si è affermato con la colonizzazione francese. Una volta era dispregiativo, oggi è accettato”, racconta. Con la Takassit Voyages si parte da Algeri, in gruppi da 6 fino a 15 persone, e poi si sprofonda nel mare multicolore del deserto. Di giorno si va alla scoperta del Sahara, fra spostamenti scanditi dal rituale del tè. La notte si montano le tende, si accende un fuoco, intorno ci sono le dune. Sopra, nel cielo africano, le stelle. E poi si ascolta la musica. “Le guide che lavorano con me sono ottimi musicisti. Conoscitori del tichumaren, il blues tuareg”. Tutto all’insegna del turismo responsabile – si legge nel sito dell’agenzia (www.takassitvoyages.com), punto di riferimento anche per i contatti – cercando quindi la massima armonia con gli equilibri del posto.

le-dune-del-saharaTanti gli itinerari possibili, il più classico è il tour attorno a Djanet, con le sue millenarie pitture rupestri e le sue oasi.Oppure, un po’ più a sud, fra i rilievi montuosi dell’Assekrem fino a Tamanrasset, la capitale tuareg, crocevia di carovane di cammelli, città porta del deserto. Djaba lavora anche con tour operator nazionali od organizza gruppi su prenotazione diretta. “Solo viaggi sereni e tranquilli. Il governo algerino è molto attento, ci vogliono autorizzazioni specifiche, che noi abbiamo, anche per girare in aree del tutto sicure. Il governo ha da poco rinforzato, addirittura con fossati, le frontiere per blindare ogni infiltrazione”, spiega. E aggiunge scherzando: “Potete chiedere ai tanti marchigiani che hanno viaggiato con noi”. Già, perché Djaba ha un legame forte con le Marche e con Ancona in particolare, dove ha tanti amici e lo conoscono un po’ tutti. “Il mare, quello mi sconvolge sempre. Io, cresciuto nel deserto, non lo avevo mai visto. L’ho scoperto a Venezia, la prima città dove sono atterrato in Italia, prima di giungere ad Ancona. Perché sono arrivato sotto il Conero? Per amore… E anche qua ho sempre il mare negli occhi, tekle! (esclamazione che dalle sue parti significa, più o meno, “grazie, va bene!”, ndr)”. Ad Ancona negli anni Djaba si è impegnato su vari fronti come “ambasciatore” dei tuareg, dalla Festa dei popoli di Pietralacroce – tra l’altro è un ottimo cuoco di cous cous -, ad eventi, mostre fotografiche, convegni in collaborazione con enti locali o associazioni, incontri nelle scuole. Anche a Macerata, fino a Bologna. Dal 2013 ha concluso le sue pratiche burocratiche ed è cittadino italiano a tutti gli effetti. Oggi quando non è nel deserto o nella sua Djanet («La città dove da ragazzo mi sono un po’ stabilizzato, per colpa anche del riscaldamento globale che ha reso la vita nel Sahara sempre più dura”) Djaba ama passare il suo tempo libero ad Agugliano, nel circolo del paese a giocare a carte. O al Bar del porto di Ancona, per un bicchiere di vino e due chiacchiere con gli amici e le amiche e le parole che viaggiano fra il Guasco e Tamanrasset.

(articolo tratto da Urlo – mensile di resistenza giovanile)

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