Tredicenne convive con un uomo, condannati a 3 anni i genitori consenzienti

ROMA, 5 SETTEMBRE ’12 – Sconcertante la vicenda accaduta alla periferia della Capitale, dove una ragazzina di 13 anni, poco più di una bambina, è stata ‘ceduta’ dalla famiglia a un uomo, pregiudicato, con cui la piccola Lolita conviveva. La Cassazione oggi ha confermato la sentenza della corte d’Appello, condannato i genitori della ragazzina a 3 anni e 4 mesi di reclusione per concorso in violenza sessuale, in quanto ritenuti ‘consenzienti’ della relazione e della convivenza che la minore aveva con quell’uomo e quindi, per aver “favorito e agevolato i rapporti sessuali tra l’uomo e la figlia minore di anni quattordici”. Dovranno riflettere sulle conseguenze delle loro azioni in carcere. Tutto è iniziato nel 2006, alla periferia di Roma. Dei vicini di casa della famiglia oggi condannata hanno riferito agli inquirenti di circostanze molto dettagliate che facevano supporre gli investigatori della Procura che una minorenne stesse convivendo con un adulto. Accertamenti approfonditi hanno confermato che la bambina stava vivendo insieme all’adulto, uomo, pregiudicato, in un appartamento nella palazzina di fronte a quella dei suoi genitori. Scoppia lo scandalo, che trascina la famiglia romana in Tribunale, essendo la bambina minorenne.

In primo grado, sia i genitori che il fratello della tredicenne avevano tentato di far passare quella ‘notizia’ come falsa, addirittura il ragazzo avrebbe detto ai magistrati che la sorella e quell’uomo “avevano fatto una cosa tutta in segreto”, sostenendo che i genitori ne erano rimasti sconvolti. Papà e mamma avevano rigettato le accuse. “Sono solo voci e pettegolezzi”, giuravano. La stessa ragazzina, la Lolita, giudicata parte lesa nell’indagine, in aula prima avrebbe ammesso alla polizia giudiziaria di convivere con quell’uomo, poi durante il dibattimento, l’avrebbe negato. Ma la vicina che aveva denunciato la grave situazione non si è lasciata intimidire e ha continuato a sostenere le sue accuse, raccontando al pm che nelle chiacchierate con la madre della ragazzina sembrava che il genitore ‘incentivasse’ quella convivenza, che alla famiglia poteva sembrare “una sorta di sistemazione” per la ragazza. Invece quelle chiacchiere, sostenute da altre persone del quartiere che sapevano, sono bastate a trascinare la famiglia in tribunale. I giudici hanno ritenuto affidabili le dichiarazioni fatte dalla vicina, valutando la ragazzina come una ‘Lolita fuori controllo’ rispetto alla ‘follia dei suoi genitori’.
La terza sezione della Cassazione, presieduta da Ciro Petti, ha respinto il ricorso contro la condanna. Ogni difesa sostenuta dai genitori (che in Cassazione avevano provato a negare di essere a conoscenza di quella relazione) sono state ritenute improponibili: le indagini condotte nella massima discrezione, hanno confermato infatti che la ragazzina e l’adulto abitassero da diverso tempo nella palazzina di fronte a quella dei genitori, era impossibile che loro non sapessero, essendo un fatto noto a tutti i residenti del quartiere. Inoltre, per la Cassazione i genitori non rispondono del reato “per non aver impedito l’evento” come richiesto dalla difesa, ma del più grave “concorso” in violenza sessuale per aver “favorito e agevolato i rapporti sessuali” della figlia con quell’uomo.

TALITA FREZZI

D: In che consiste il reato di concorso in violenza sessuale?

R: Il  reato di violenza sessuale consiste nel costringere qualcuno con violenza o minaccia o con abuso di autorità a compiere o subire atti sessuali. In questo caso i genitori della piccola hanno concorso alla condotta dell’uomo, avendo agevolato e favorito i suoi rapporti sessuali. Va detto che se anche il loro ruolo concorsuale fosse stato ritenuto fondato sul “non aver impedito l’evento”, il fatto di per sé sarebbe stato il medesimo. Nel nostro codice penale, infatti, c’è una norma che stabilisce che non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.

D: In questo caso le aggravanti sono date dalla minore età (minore di anni 14) e dal rapporto di parentela?

R: Nell’ipotesi di violenza su minore degli anni 14 la pena è aggravata cosi come è aggravata qualora la vittima non abbia compiuto 16 anni ed il colpevole sia il genitore (anche adottivo), l’ascendente, il tutore e quando il minore non abbia compiuto 10 anni.

D: Il pregiudicato avrà problemi?

R: L’uomo è già stato sicuramente separatamente giudicato per il medesimo reato. I genitori della bambina infatti rispondono in concorso con lui.

AVV. TOMMASO ROSSI

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